di Marcello Buttazzo –

Perso nei raggi
di una rosa di pietra
non oso oggi,
mentre piange il cielo
una luce franta,
volgere passi indietro.

Non oscilla il mio petto
tra attesa e rimpianto.

La mia anima si nasconde
nella piega di un istante.

Alessandro Cannavale, ingegnere e ricercatore, nato a Bari, è un poeta proteso a indagare i moti dell’anima, in uno scandaglio profondo e sincero, attento al particolare, all’essenziale, alla natura pura delle cose. La sua raccolta di poesie “Il sarto dei piccoli strappi” (Les Flaneurs Edizioni) è un delizioso scritto lirico, pervaso di luce corpuscolare e spirituale. Cannavale è un sarto della parola, sa ricucire con ago d’amore le ferite, sa far vibrare l’aria, sa trasformare il dolore (l’immane e ancestrale dolore della gente meridionale) in nuove occasioni e possibilità. Il paesaggio che campeggia tenue nei suoi versi è quello salentino e pugliese, una terra a Sud, intrisa di luce radiante e di bellezza umana.

Nel libro sono presenti gli straordinari oli su tela di Antonio Bonatesta. Filari al crepuscolo, Sant’Emiliano, viale di Pini a Orte, un tramonto estivo in via delle Conce a Tricase, arenili nei pressi di Cerano, sentiero di San Carlo alle Cesine, ed altro ancora. I dipinti di Bonatesta sono poesia pittorica, che si veste d’incanto, d’un corpo immaginifico. Le opere si sposano perfettamente con i versi di Cannavale. Bonatesta dona, in questa raccolta, una pittura paesaggistica pragmatica, non estetizzante, “scrutatrice tanto del bello quanto dell’irregolare”, e nella postfazione scrive: “Fare poesia e pittura in modo comprensibile per raccontare il conflitto, la distanza, l’irregolare, la precarietà, per sottolineare le disfasie, le stecche fuori dal coro, i giri a vuoto nel nostro presente”. In effetti, le poesie di Cannavale cantano le vicissitudini degli ultimi, dei solitari, degli esclusi. Gli occhi del poeta cercano quasi insistentemente spiriti randagi, un drappo di cielo su cui spandere i sogni. La voce del poeta denuncia la malasorte dei precari, perché “il lavoro precario è tempo sospeso, d’opere incompiute”.

A un certo punto, come Antonio Verri invitata i poeti a fare fogli di poesie, Cannavale esorta i giovani a disprezzare quelli che porgono miele, ma stillano veleno, che sono imbibiti di retorica, sodali del Gattopardo, che di pulito hanno solo le camicie. Il poeta è davvero un sarto dei piccoli strappi, sa infondere fiducia, sa prospettare scenari futuri, sa vezzeggiare l’amore sentimentale (per la musa, per i suoi genitori, per i suoi simili):

Ho visto mio padre
invecchiare in fretta
come fosse una rosa
sorpresa
da un agguato di neve.
Nel freddo, non c’è più il pettirosso
che lo salutava dalla ringhiera.

Cannavale è poeta dell’attesa e della “restanza”, termine teorizzato dall’antropologo Vito Teti, autore d’una stupenda prefazione al libro. La nostra terra del Sud, per innumerevoli motivi, è stata abbandonata da intere generazioni di giovani, migranti verso lidi economicamente più accoglienti.  Cannavale è un poeta generoso, canta per tutti, soprattutto per quelle persone che hanno subito una sorta di spaesamento, rimasti in un Mezzogiorno, a volte, insensibile. Purtroppo, è sale, l’ipocrisia sulle piaghe dei precari, sugli sforzi dei randagi.  Alessandro, solo per loro, scrive versi senza codice a barre. Cannavale è come un Sisifo moderno, solleva i macigni, purtuttavia sa scrutare la limpidezza del cielo.

Ogni pietra della montagna, ogni bagliore minerale, formano da soli un mondo. La cifra inerente dei versi è l’incedere lirico. Per la brevità e per la postura fotografica di alcune descrizioni, l’autore ricorda in parte l’efficacia di Sandro Penna. Fra gli aspetti predominanti della sua poetica, oltre all’assenza, alla nostalgia, all’amore verso i più umili, dobbiamo rammentare il tema dell’utopia. E quando cade l’ultima luce del giorno come foglia d’un ramo, svanisce ogni bugia, e l’autore si sente un pericoloso eversore, uno spacciatore di sane utopie. Edoardo Bennato, nella sua celebre canzone “L’isola che non c’è”, prefigura un mondo senza soldati, senza armi, senza guerre. Alessandro immagina di diventare sindaco d’una città invisibile, così da far cose grandi per tutti i piccoli, così da dare la ribalta ai randagi, agli sforzi degli ultimi il giusto valore. E sotto lo sguardo dei lampioni i bambini torneranno in strada, vegliati dagli anziani. Il sorriso dei poveri sarà il nostro diadema. Nello scorrere del paesaggio tenero, il cielo con le dita d’oro, all’alba, sul lungomare di Bari. Il sangue del poeta brucia nella zolla di terra sul sale dei due mari. “Il sarto dei piccoli strappi” è una raccolta delicatissima, evidentemente spia della sensibilità dell’autore. La luce dorata del mattino fa gorgogliare le gole dei passeri. L’uomo non sa decifrare le parole che dicono le foglie prima della pioggia. Il poeta ha un mucchietto di luce e di terra stretti nel palmo, mentre lo spavento gli scompiglia il petto. C’è il sogno di un angelo nel miracolo d’un fiore, nel sentiero di uno stelo. Nel silenzio del viaggio sbocciavano fiori di carta. Nella profezia di un sospiro alle volte l’amore si annida.

Un tramonto parla
al mondo
nella lingua dei tetti:
è già ricordo,
il tempo che passa
nel sangue
e sulle code dei gatti.

È già nostalgia,
come il legno scrostato
sulle porte di casa.

Marcello Buttazzo