di Anna Rita Merico –

Piero Maiorca
PROVA D’ESAME
Diario Postumo di un’ infanzia
Paolo Sorba  ed. 2012

l’agghju  prigatu  comenti lu soli[1]

Andare indietro con la memoria, ricucire luoghi, collocare ciò che accade nel dentro della propria storia personale riconoscendone valore per un’intera comunità in un preciso passaggio epocale.

Un’imbarcazione, una locomotiva, Ziu Tummeu Piara, il maestro Pascaleddhu Pirreddha. Inizia così a muoversi lo scenario di questo Diario in cui l’io narrante trascina il lettore all’interno di millesimali descrizioni della memoria. E’ memoria che si dipana come mantice che attizza fuoco.

“…Questa era dunque la cantina: il luogo fisico dello smaltimento dei rifiuti, da me identificato con il luogo mentale di accantonamento dei ricordi molesti, dei cattivi pensieri e di tutto il pattume che si vuole cancellare dalla memoria…”[2]

E’ un diario con pagine potenti pur se ingiallite, uscito da arredi impolverati e da passaggi epocali vissuti e sperimentati, talvolta, nell’incoscienza e –rivisti con il senno di poi- collocati nelle pagine di storia dell’isola, la Sardegna, pietra addormentata nell’atavico e spronata, da fatti non propri, ad accelerare l’ingresso nella  modernità del secondo dopoguerra.

La ‘iddha[3] di Aggius, alta Gallura, riapre le intime atmosfere di una Grazia Deledda che immerge negli stati d’animo, nelle sospensioni, nelle ripetizioni ossessive di un tempo fatto di pochi gesti tirati agli estremi per essere vissuti. Aggius, un centro d’universo in cui antichi giochi, secolari gesti segnano lancette di un tempo millenario. Un’intera flora scivola in consesso, mostrandosi e svelando l’anima del paesaggio: tarassaco, more di rovo, bacche di mirto, corbezzolo, l’elicriso, il ciliegio, il sughero, l’agrifoglio. Le feste, riti annuali, i giochi, ziu Pulizeddhu con le proiezioni cinematografiche della domenica pomeriggio…

Il passaggio estivo a Lu Palau dove l’universo della costa si sostituisce a quello dell’entroterra: a Palau la prima richiesta di identità e di desiderio di vivere in famiglia: da Aggius a Palau, dal borgo alla città, per segnare un cambiamento. Molta attenzione, nell’intero scritto, per i passaggi dall’antica parlata al linguaggio dell’italiano.

“…la strada della nuova lingua: una strada accidentata, che le strade ancora strette non consentivano di percorrere con molta disinvoltura… una spaccatura della comunicazione orale, divisa tra ufficialità scolastica e informalità quotidiana… Lo sdoppiamento linguistico (gallurese-italiano)… mi stava strappando non solo dai miei, ma anche dal mio paese… trasmettendomi la penosa sensazione… che una parte di me si stesse perdendo… l’evangelizzazione linguistica non era più costrittiva come nei tempi passati, quando persino ai poeti estemporanei veniva messo il bavaglio. Aderendo al processo di italianizzazione… un modernismo malinteso, naturalmente, che tradiva la sofferenza di non sapersi riconoscere nella propria condizione…”[4]

Cambiare linguaggio è cambiare visione della realtà, nuovi codici di senso. La consapevolezza acquisita di ciò pone, il Diario di Piero Maiorca, all’interno di uno spazio letterario meridionale in cui l’utilizzo di (in questo caso) gallurese e italiano è finalizzato alla nominazione di aspetti linguistici che rischiano di divenire fossili della/nella memoria. Ciò è partita culturale che riguarda tutte le aree linguistiche italiane ma, per talune di esse, non è semplice trovare testo scritto che ne contestualizzi utilizzi e radice di mondo culturale. Questo passaggio, rispetto al gallurese, è ben tracciato nel Diario di Piero Maiorca, medico chirurgo che vive nella Grecìa Salentina ma che ha sempre nutrito la radice per i luoghi della Sua terra natìa. Ci consegna questo Diario come discreto modo per presentarci un terra antica, impietrata. Ci sfilano i volti incastonati in luoghi in cui l’immobilismo ha a che fare con le sorti del destino e, dunque, della storia: zi’ Andrìa di lu stangu (il tabaccaio), ziu Nanni di li botti (il calzolaio), ziu Pauleddhu di lu caffè (il barista). Pur senza parentela, tutti zii a dire della tenuta della comunità anche nei confronti delle giovani generazioni cui mostrare modello di vita e passaggio di consegne.

Indimenticabile Zia Manna nei cui tratti descrittivi, Piero Maiorca indica i caratteri matronali dell’austero essere donna in una società patriarcale di valori e ruoli definiti come solo le culture mediterranee sanno dire:

“In un campu addobbatu di fiori

undi lu soli no nasci e no cala

chì vi sta Maria Antonia Mala

chi fazi l’occi lelzu a tutti l’ori

candu passa addicchè un vapori

cal’è in via si dia a un’ala

ch’iddha fendi cara ha di passà

bucca ciusa e chena faiddhà.”[5]

Il Diario apre le sue pagine e, quasi, le chiude con i “maestri di muro”. Ghjunn’ Agnulu Caìna è uno di loro. A dire che il valore della costruzione della casa centrava progetto di vita, guadagno esistenziale dinanzi al vuoto dello spazio immenso di paesaggi non sempre interamente addomesticati. I cibi provenienti dall’arte della pastorizia fanno capolino: lu gasgju fràzigu (il formaggio con i vermi), le litanie processionali…

 Zia Laura traghetta verso il “nuovo” leggendo Epoca, le storie di Nick Carter, Le vie d’Italia del Touring, zia Laura che, però, usa il vostè (lei-voi) in un retaggio spagnolesco che tradisce la sedimentazione della storia isolana. Le spennellate su Tempio, capoluogo della Gallura, ritratto nei riti carnascialeschi che vogliono, con pudore, cancellare le testimonianza di quando gli uomini si vestivano con pelli di animali tradendo le intime assonanze con l’universo selvatico di una Natura atavica di cui si era sacralmente parte.

“Ghjanniccu Cagghjòla, noto Niccheddhu, era originario della cussorgia di Balaiana. Dopo un lungo peregrinare per gli stazzi di Lu Mocu, Saiacciu e Chjaìnu, alla fine era approdato alla Jaciareddha, vicino alla Zirulìa, e qui era rimasto, come servo pastore, assieme ala sua famiglia… Niccheddhu non era stato neppure sfioratoda quel fantastico salto epocale che aveva visto il passaggi dell’uomo dallo stato di natura a quello di cultura…L’unica legge che riconosceva era quella della natura…”[6]

Le pagine del Diario chiudono sul vero senso dell’episodio con cui il Diario inizia: un esame di stato. Esame, chiusura di una fase della fanciullezza. L’autentico esame è un esame di coscienza avvenuto a segnare un mutamento di Vita tutto narrato attraverso i mille legami con il territorio, con la lingua, con i personaggi, con l’antropologia del luogo. Una pagina bella della nostra storia, in uno dei nostri Sud.


[1] Piero Maiorca, Prova d’esame, Paolo Sorba ed. 2012, pg 176. It. “l’ho pregato così come si prega il sole”

[2] ivi, pg 15

[3] villaggio

[4]ivi pg 68-69

[5] ivi pg 188

[6] ivi pg 201