di Marcello Buttazzo –

T’intrufolavi tra le gambe,
tra gli omeri.
Eri un vento primaverile.

Tita Tummillo De Palo è un’artista poliedrica, sospesa fra il teatro e la fotografia, ha frequentato la Scuola del Teatro dei Sassi di Massimo Lanzetta e si è formata tra gli altri con César Brie, Armando Punzo, Chiara Guidi, Jean Paul Denizon, David Brackett. Con la compagnia Spettaculanti si esibisce in Italia, Portogallo e Belgio. La fotografia l’ha portata a formarsi con Alessandro Cirillo. Le sue opere fotografiche sono state esposte a Coimbra, Bruxelles, Palermo, Catania, Roma. Una donna di carisma e di grande sensibilità e umanità, che traspare in questa sua raccolta di versi “Il mio senza nome”.

Le poesie di Tita Tummillo De Palo sono essenziali, d’amore, introspettive, mosse come vento del Sud da un erotismo delicato e maturo. C’è il corpo che urla la vita, che evoca, che parla, che narra. Un canto pulito d’amore, come un madrigale sentito e meditato nel profondo dell’essere.  “Il mio senza nome” è una piccola raccolta-gioiello, di versi brevi, a volte con un passo aforistico, che racchiudono verosimilmente l’universo immaginifico dell’autrice. La silloge consta di 3 canti e un canto ultimo, che si susseguono senza titoli come un racconto continuo. Racconto d’amore. Di bell’amore. Il corpo sono le gambe, i respiri, gli occhi. E la Natura sa guardare con incidenza la nudità della poetessa. Per Tita Tummillo De Palo la parola è dirimente, è lo stratagemma primario, assieme al corpo, che canta. “La parola mi coglie nello sterno/ e tra le viscere, / mi accade/”. La parola fa, crea produce. La parola è poesia scritta e poesia declamata. L’erotismo nei versi si svolge come una matassa di beltà. Un minuto di pelle può racchiudere la storia di tutto l’universo. La poetessa chiede alla persona amata di essere segnata a fuoco e recisamente afferma: “Me ne fotto dei viventi/è il tuo collo/ che lecco/”. Chi sa disegnare circolarità sulla schiena e cade a gocce sulla pelle, merita tutto l’amore del mondo. È vero, l’erotismo è il medium principale che caratterizza questa interessante e intrigante raccolta di versi, ma altresì si può notare che prevale talvolta un aspetto quasi stilnovistico degli occhi che sanno guardare, come precondizione all’adempiersi della carnalità. Che poi, è bene dirlo, è una carnalità spirituale, una carnalità viva e linda.

Prende spazio tra le vene
questo mio desiderio
a te
di te
continuo, fiammante
resisti, amore
esisti.

Il desiderio è davvero la macchina intrinseca, che tutto muove, e tiene lontana la morte. Il desiderio ci fa agognare l’esistente, la venustà della Natura. Il desiderio ci fa vedere la persona amata con occhi di stupore, in un’aura di meraviglia. L’autrice s’abbandona all’onda della poesia. E le variabili d’un racconto lirico appaiono in sequenza. Come la notte che arriva. A frantumare teorie, a imbastire richiami, cartomanzie future. Anche la eventuale assenza d’un amore e il suo sorriso lento, improvviso, che s’allontana.  “Il mio senza nome” disvela, tra l’altro, la multipolarità di Tita Tummillo De Palo, incapace di farsi una. E poi sempre gli occhi della persona amata, che diventano visione lunare. Barbaglio di stelle. S’intuisce, inoltre, dai versi, la concezione nomade, di viandante del tempo, di spirito errante, di Tita: “Il mio respiro si dichiara/ nomade/ ad ogni istante/ o geografia palpabile/”. “Il mio senza nome” è una lieve silloge, redatta con soavità e, al contempo, con una inerente profondità. Che scava e scava, per mostrare la leggiadria della poesia.

Nel tempo che resta ingannerei
la morte
e sapendoti viva,
cogliendo l’ultimo raggio,
a te porterei tutto
di me.

Marcello Buttazzo