Vibrazioni di parole
di Serena Corrao –
su: Ada Garofalo, Movimento in do diesis, Musicaos Editore, 2020
Non c’è tema specifico che trionfi; né malinconia che trafigga le parole e le appunti sulla carta, dritte, puntute, a colpire gli occhi e il cuore; né dolore che rapisca dal sangue tutte le memorie del rimpianto e le inietti nel circolo delle parole; né ripiegamento dalle note oscure che dica delle mille delusioni della vita e dell’amore…
Quando un libro si apre col canto al padre e alla madre c’è solo la luminosa estasi del Grazie, la fiamma di quel fare esistenziale alchemico che fonde tutto il bene e tutto il male, e li tramuta nella piena, sacra accettazione della vita, nella gratitudine dell’esserci. Con verità, con umanità, senza facili celebrazioni, con tutto ciò che è stato: muto, freddo, ghiacciato sulla schiena; ma anche ricco, pieno, multiforme e chiaro, come sguardo al bianco delle nuvole a testa indietro sull’altalena.
C’è l’oltre del perdono. L’orizzonte che si allarga. E non solo l’amaro sostare in alcune dolenti memorie, che strappano il rimprovero, la rabbia, la resistenza, la follia.
C’è il disarmo della parola. La decisione di farsi il dono di sciogliere i nodi sepolti, i millenni di lacrime taciute. Il darsi pace con la parola che dà dignità alle più intime, fragili reazioni di bambina e di donna: la parola che fa i bilanci, che ricapitola una vita e mette il segno ‘più’, che fa la magia.
Difficile è stato l’inizio, l’imprinting di un’origine che ha deluso le promesse: strappate con i denti/ masticate e sepolte/ le attese/ distillando minuti/ e voli di fili spinati/ abbandoni.
Una scaturigine a maglie strette e aride, che ha desertificato l’aria e il cuore: non c’è legna/ oggi/ da bruciare/ nell’aria/ parole mai nate/ e solchi improvvisi/ e solidi silenzi/ tagliati con gli occhi.
Amore graffiato, salato; mare agitato. Mani ruvide di madre guerriera, che chissà se hanno saputo accarezzare abbastanza, “essere abbastanza”: abbastanza calde… e abbastanza a lungo…nel toccare, così da presentare la pienezza della Vita, da lasciare il suo tepore sulla pelle…e non il vuoto.
Forse no. Forse la Vita aveva altro in serbo, così ché spunta l’aspra difesa dell’orgoglio: quello di non donare neanche il proprio pianto, la fragilità dell’amore: vedrai piuttosto/ le mie lacrime/ tornare indietro/ e riassorbirsi/ nel freddo/ degli occhi.
Eppure – ecco la trasmutazione alchemica, ecco la saggezza dei bilanci – sono mani scelte, che ‘mettono al mondo’…come si può, a misura di umano, anche senza canto, ma donative e genitrici: io le ho scelte/ e sono venuta da te.
All’orgoglio, dunque, fa presto da contrappunto un dono timido e ancora acerbo d’amore: eppure ti regalo…/ la parte nuda di me/ quella nera e fragile/ la peggiore.
È la prima nota di quel canto d’amore che da quel momento non si fermerà più, cercando senza sosta quel filo continuo tra un sentiero che si inerpica tra i sassi, tra le pietre e i fili spinati e quelli interrotti della vita.
Una ricerca come un viaggio infinito, caparbio, pieno di volontà, non mosso da speranza, ma generatore di speranza mentre si fa…
Il viaggio della relazione, tra io e te, solcando coraggiosamente occhi feriti…di mare agitato, per trovare senso e risposte, e il farsi dolceamaro dell’esistenza, fino all’approdo della pace: l’istante/ del velo che cade/ volteggia/ cattura nell’aria/ una sfera/ di pace…/ l’ombra nera/ del giudizio/ quell’inutile dolore/ tra umide zolle/ di morbida terra/ scompare.
Nel mentre, c’è l’andare irrequieto, c’è il vivere somigliando alla vita, imperfetta, potente ma non onnipotente, ambivalente, nell’offrirci il gioco dell’equilibrio instabile tra malinconica gioia e amara estasi; tra i sorrisi amari come succo d’oleandro e le meraviglie ritrovate nelle scorribande dell’anima.
Nel mentre, non si fa che vivere e seguire i destini degli amori: poesia di spine, tra strappi e rammendi, di cuciture storte, di fili spezzati; o degni di un ascolto come mai la terra ha ascoltato il mare.
Nel mentre, c’è il movimento dell’anima e dell’esistenza, unite nella vibrazione peculiare e unica del do diesis; sì, del do diesis, di una nota speziata di “sfumature emozionali e spirituali”, carta d’identità sonora e vibrazionale dell’Autrice, “suono delle parole dette e non dette”, come spiega il prefatore Bruno Oddenino, musicista e autore del metodo BioArmon, che assume che ogni essere umano abbia una sua nota personale che lo identifica. È dunque lei, la nota, quel continuum che si offre come filo di sutura, canto sommesso, al limite dell’inaudibile, che tiene tutto insieme e, dopo aver attraversato il rosario dei giorni e delle stagioni, chiude sapientemente il cerchio, ché persino il Tempo diventa rotondo e avviluppa tutto in una sintesi armoniosa più matura d’amore: anche il sole ha un odore, sa di padre e di madre…. e terra e acqua ci avvolgono quando planiamo sul tempo. E tutto è solo (e forse lo è sempre stato) il gioco fanciullo della vita, mattino dopo mattino e saranno ricami/ di terra e d’argento/ sui visi d’amore/ che guardano a est.
“Dolcezza e malinconia, determinazione e volontà di portare l’amore nel mondo” è questo il do diesis che, in quanto suono, alogico, “entra senza ostacoli”, laddove la parola incontra le nostre resistenze.
Ma anche in sembianza di parola, anche una volta fattosi canto poetico, anche rivestito di fonemi che si gonfiano di significati per la mente, questo suono scivola e s’insinua dove deve andare, raggiungendo tutti, raggiungendo il cuore, in primis dell’Autrice, che si è data la possibilità dell’oltre del perdono. E così tramontano quelle stelle spente su orbite sbagliate… i poveri giorni che cadono coma acqua rovesciata … gli istanti pigri compressi nel buio … l’insulso succedersi di una vita ubriaca … i piedi nudi senza ali… gli anni del nulla… i semi coperti di neve, l’urlo di rabbia di me, e quella sofferta ricerca di un mondo che possa squarciare il silenzio steso tra un canto e una corona di spine.
Si respira finalmente una nuova stagione, una conquista dell’anima; un’alba benedetta rischiara la notte e quella madre dalle mani ruvide e dalla ruvida corteccia d’ulivo è invitata a farsi bambina, nella gratitudine della restituzione: una bambina da nutrire a zucchero e miele. E quel padre è solo un viaggio infinito, su sabbia calda di mare.
L’Autrice approda a un tempo morbido e fecondo, quello dischiuso luminosamente da ogni atto vitale e rivitalizzante di perdono, di se stessi e degli altri: l’epifania/ della vita/ improvvisa/ illumina di bianco/ l’orizzonte.
È l’ora di una litania salvifica, di spiriti danzanti, di parole luminose, armonizzate in do diesis.
Brava Ada!

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