“VERTEBRE” di Maria Campeggio
di Marcello Buttazzo –
Cadono stelle
a miliardi
e la loro luce
offusca ogni cosa.
Ne cade una spenta:
sei tu.
Tu che aspetti
un mio bacio
per sfolgorare.
La pianista e poetessa Maria Campeggio, fra le altre cose, è Direttore artistico del reading poetico “Eufonie di primavera” promosso dalla città di Parabita giunto quest’anno alla sua quarta edizione. Assegnataria di vari premi e riconoscimenti in diversi concorsi letterari nazionali e internazionali, Campeggio torna alla poesia con la raccolta di versi “Vertebre”, pubblicata nel giugno 2025 da Storie di Libri di Pasquale Cavalera. Le poesie della silloge non recano titoli, scorrono come un flumen continuo, come un ininterrotto discorso sui selciati rosso sangue della vita. Campeggio è molto attenta alle multiformi evenienze ed accadimenti dell’alterna e incerta ventura, si sa aprire alle vicissitudini dell’esistenza con spirito desto, rinfrancato. Lei, di certo, ha traversato il dolore, ma ha saputo modularlo, ha saputo mutuarlo in inedite albe. E dobbiamo dire che nei versi di “Vertebre” traspare una luce sorgiva, un malcelato scintillio di proponimenti. La poetessa, verosimilmente, ha respirato anche le tempeste e gli scontenti, ma ha saputo filtrarli e metabolizzarli, senza mai stagnare nel travaglio. E così in “Vertebre” barbaglia un lucore intenso, si leva un arcobaleno arabescato di cielo, stagliato sulla pagina in sequenze di attraversamenti, che fanno comprendere quanto il dolore meditato non sia un luogo dell’afflizione, ma il posatoio dove poggiarsi e da cui ripartire per più proficui e produttivi slanci esistenziali. L’atteggiamento antropologico e poetico più maturo è quello di ricucire con ago d’amore la ferita, per poter approdare in porti di barche serafiche, restando sempre esposti al flusso altalenante e dinamico dei vissuti. La capacità primaria dell’autrice è quella di saper rappresentare la sempiterna vicenda umana con un verve consapevole, matura, disincantata. In “Vertebre” fitto fitto è l’io poetico, che campeggia marcatamente. Ciononostante, le poesie di Campeggio non sono autoreferenziali: c’è in esse un discorso aperto, libero, liberale, pronto ad accogliere le cose del mondo e a narrarle. C’è un io che sa vedere un tu e un noi. C’è un’autrice che non è mai ripiegata su se stessa, ma sa imbastire con empatia e con trasporto una intensa rete di relazioni, una ricca trama di storie, laddove alloga lo spirito del mondo. In questi anni ho potuto leggere altre raccolte di versi di Maria Campeggio, da Cristalli d’anima (2021) a “E di nuovo l’alba” (2022), da “Di pura luce” (2023) a “Nell’oblio mi siedo” (2024). Campeggio ha una sua precipua cifra stilistica. Una poesia introspettiva, esistenziale, analitica, priva di orpelli e di ridondanze, lineare, che incede coerente e diretta con lampi lirici. Una poesia della vita e per la vita. Il pensiero dominante è l’amore, che è il motore mobile che tutto muove, senza il quale saremmo davvero persi e abulicamente chiusi in ristrette gabbie ferrigne. Una prerogativa palese di Campeggio è la fede, che però si dispiega nei versi non come un “appesantimento” confessionale, ma come religione delle origini, come sentimento illeso che sa creare spiragli di compartecipazione, di condivisione. I versi hanno un vestimento essenziale, nel senso che vanno all’essenza e alle scaturigini dei vissuti. Le dinamiche della vita e della morte, la nera e tetra Signora sempre in agguato, sono codici presenti ed esperiti. Nella prefazione, Luigina Parisi, a un certo punto, scrive: “Per quanto la gioia appare vivida tra le parole, l’inevitabile pensiero del “Non esserci più” si manifesta, con saggia cognizione. Anzi, diventa stimolo potente per vivere con maggiore vigore”. La morte fa capolino fra il detto e il non detto, ma essa viene esorcizzata con massicce dosi di vita vissuta. In “Vertebre” appaiono diversi elementi e riferimenti naturali di manifesta delicatezza e accese trovate metaforiche. Oleandri, garriti di rondini, pezzi di cielo, cascate di amarezza, fresie, ranuncoli vivaci, labbra di luce, giardini odorosi, papaveri, passerotti, nespoli, rondinelle smarrite, notti maldestre, stelle e meteore, cigni sul lago. Ed ancora leggere piume, voli di aironi, ulivi millenari, astri nascenti, albe, crepuscoli, grandine estiva, nuvole nere, foglie di citronella, stelle alpine, boschi argentati, gocce d’arancia, tramonti, foglie sparpagliate e rinfrescanti. Una lirica è dedicata a Simone Leo, giunto in una terra d’oro, dove non esiste il dolore, né l’amarezza, né il pianto. “Spogliato/del corpo/ti senti leggero,/Ti senti tenero,/ti senti ammantato/da un’armonia indicibile”. Campeggio è donna spirituale, ma anche intimamente ancorata agli amori passionali, alle brezze e alle ebbrezze della carnalità, tratteggiate in un’aura di delicatezza:
Le mie mani
a calice
sotto il tuo viso
e addento
della passione
il frutto.
Ti sento
fino al midollo
mentre mi perfori
le vertebre.
Maria conosce la gioia e il viso dolceamaro dell’abbandono, ma sa anche quanto sia necessario aderire ad una filosofia della disillusione. A volte, il corpo stanco non ha voglia. A volte, ci si può stendere sule spalle della persona amata “con braccia afflosciate”. Epperò andare “cantando da una contrada all’atra “. Maria sa che non si può cedere alla disperazione. Ci si deve sempre rialzare e incamminare con fiducia sui sentieri intricati della vita. Ci si deve rialzare dalle cadute e andare incontro al prossimo, senza paura. “Punta/alla stella più lontana,/quella che trasforma/una dolorosa agonia/ in nastri celesti/ e punti di rosa”. Epperò non si deve neppure stazionario eccessivamente nel nuovo soddisfacente stutus, non ci si può fermare là, perché “il firmamento è infinito”. Poesie dell’amore vibratile di sentimenti. La presenza dell’amato e perfino la rammemorazione colmano e placano i giorni ordinari, che possono essere perfino tristi. C’è un amore che batte e ribatte, fa sentire l’onda. C’è una matrice rosso sangue che mai s’estingue. Che è ragione (non si sa quanto reale, quanto immaginifica) sitibonda di bellezza: “Scivola adesso/ dopo tanto tempo/un foulard di seta/sulle tue cosce”. Non sono versi della disperazione quelli di “Vertebre”. Brilla sempre in essi una luce di attesa e di speranza. C’è l’esortazione alla persona amata affinché non versi lacrime sterilmente, affinché spezzi con la poetessa il pane compagno della condivisione: “Ti prego, non piangere,/e poi…se proprio devi,/ascoltami…/mischia le tue lacrime/alle mie”. Nella poesia di Campeggio alligna un’intrigante sensualità. La carnalità è mansione viva, un traporto. La poetessa è capace di diventare per l’amato rito garbato e di trasformare i legami in libertà assoluta, ricondotta sempre nei meati d’una accettabile libertà integrata: “Toccherò/i tuoi deliziosi zigomi/e non indietreggerò/quando avrò le tue mani/sui miei fianchi”. Il sentimento di melanconia è palpabile fra i versi di “Vertebre”, epperò non è mai invalidante. Il senso di melanconia, fra le altre cose, viene tratteggiato con una dizione lessicalmente suasiva: “Avevo melanconie/celate sotto le mammelle./L’ardore prendeva/il torace innocente,/fremevo in un istante/al gioco delle parole”. La speranza è un porto franco, stracolmo di vita: “Eterna/è questa speranza/che si dibatte/in delirio/dentro di me”. Maria è consapevole che nel dolore non si deve stagnare. Il dolore va traversato con consapevolezza: “Ho asciugato/i pianti insensati./Su una pianura/ora scorre/serenità,/ora scorre/dolcezza,/ora stilla/il canto/di una ninfa”. C’è una tensione sophianalitica in “Vertebre”, il desiderio intimo di oltrepassare tramite il medium della parola ogni forma di insoddisfazione, di piccolo disagio. C’è la contezza che le ferite possono essere risanate: “Rimarginerò/ogni ferita,/ogni pezzo di vita/mi basterà/per sciogliere nodi/e lacrimare/nella gioia”. La vita va vissuta per le vie, per le strade del mondo. La vita va respirata con tutto ciò che offre e che dona: “Tra la follia/e il delirio/imparo cose nuove,/imparo la Vita”. Compiono versi delicati dedicati alle madri di Gaza, ai bambini fatti a pezzi, ridotti in brandelli. S’interroga la poetessa su una immane catastrofe ed esorta le genti del mondo: “Unitevi popoli, in un abbraccio gigantesco,/non gridate solo pace,/ma anche giustizia”. La notte è variabile: ha una voce di malinconia talvolta, d’un dormire tormentato, ma è anche illuminatrice di passioni sfolgoranti: E “si spegne all’alba/l’incendio degli amanti/che iniziano/a dormire”. Gli elementi naturali hanno un’anima, c’è nei versi una forte visione panica. L’acqua è matrice primeva di vita. Si scorge in tutta la silloge una irrequietudine del pensiero errante, vagabondo. Nella poetessa alloga visibile una evidente indocilità, che lambisce anche le cose: “Mormorio/di nuvole/e un tocco di campana/irrequieto”. Parabita, contrada avita e natia, è descritta nel suo volto incantato di paese caro, di terra dove s’è speso il vivere fanciullo. Qui la festa della Coltura porta con sé gioco, preghiera, divertimento, giostre e schiamazzi di bimbi frenetici. I gatti sono felini della luna, anarchici e liberi, capaci di suscitare amori. La gatta Ombretta dorme, Maria la cerca insistentemente: “Dormi Ombretta./Dormi/mentre io elemosino/il tuo affetto”. Maria si rivolge alla poesia perché mai l’abbandoni: “Con la pinna/mi accarezzi/le giunture/, pieno di lusinghe/è il tuo paniere”. Preganti sono i versi di sapore fresco d’una primavera con nuvole canterine e glicini sgargianti che s’inzuppano nel sole. Naviga in “Vertebre” la contezza che l’esistenza si sostanzia di presenze, di amore praticato, ma anche di assenze, di latitanze, di sventatezze, di neghittosità. L’ebbrezza provata non è una buona ragione per tenere l’amato vincolato a sé: “E se grido ora/che voglio perderti/è perché/ non ho più fiato/per chiamarti”. Calliope danza sulle punte e “beve alla sorgente/l’acqua cristallina/e con incanto/sparge intorno/poesia”. In “Vertebre” trascorre uno stupore bambino, un diffuso canto fanciullo, un continuo appellarsi all’età primaria, al fine di contattare la natura più intima della bellezza: “Ridatemi/in un pugno/l’aria della festa,/l’odore di miele e fragole,/una manciata di paglia/per coricarvi/un bambino”. La spiritualità è un filo conduttore presente, in una dialettica di pastori, di angeli, di madonnine, di bambini appena nati (il cui pianto è foriero d’amore). Parimenti, in un’aura di dolore appare il sacrificio di Gesù, il Maestro, salito sulla Croce per salvare l’umanità. La vita necessita davvero di cose piccole, minimali, d’una filosofia francescana per poter continuare a sbarcare il lunario con decoro. È antropologicamente rilevante, a volte, “affondare le mani/nelle proprie fragilità”. La vita abbisogna anche di levità di volo: “Ogni tanto/si ha bisogno/di una deltaplano/per volare/in solitudine”.
Sono di marmo lucido
le tue pupille,
hanno segni
teneri e impavidi
di battaglie remote
e al gusto sopraffino
cantano una melodia.
La bocca
è di sangue
vivo e odoroso,
rubata
a ogni passo del destino.
Ti cercherò mai?
Marcello Buttazzo

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