di Marcello Buttazzo –

Tutto quello in cui credo
è crollato
e non posso far altro che parlare coi morti,
addentrarmi in sentieri di rovi
e contare a ritroso i miei passi
fino a diventare alba.

S’alza la bruma dei campi,
un susseguirsi di pini conduce al porto.
La risposta è nel mare.

La vercellese Olivia “Cinnamon” Balzar, da anni trasferita a Roma, è una poetessa e performer, nata in Brasile da genitori italiani. È anche regista teatrale e attrice. I suoi racconti si trovano in varie antologie e siti web. Il suo racconto “Le cose buone fanno male” ha ispirato l’omonimo spettacolo teatrale che la vede protagonista con la regia di Mariaelena Masetti Zannini. È organizzatrice del “Salotto letterario di Olivia Balzar”, molto attivo al Lettere Caffè, vivace luogo d’incontro e condivisione nel cuore di Trastevere, dove letteratura, poesia e musica si intrecciano in un’unica voce.

Nel giugno 2024, Olivia Balzar ha dato alle stampe la raccolta di poesie e prose poetiche dal titolo “Là dove finisce il mondo”, pubblicata da Edizioni Ensemble. “Là dove finisce il mondo” è diventato, in questi mesi, uno spettacolo-reading itinerante con le musiche del lecchese Nico Maraja, che, tra le altre cose, giovedì 22 maggio 2025 è approdato presso le Manifatture Knos di Lecce. Olivia Balzar è una giovane donna, una brillante performer, spirito alato e indocile, voce poetica raffinata. Nata in Brasile, come il mitico cantautore Alberto Camerini, ha vissuto e vive in Italia. E qui ha dato libero sfogo alla sua creatività, al suo mestiere di vivere di artista della vita. Leggendo le pagine della raccolta “Là dove finisce il mondo” ho potuto ammirare una poetessa fine, ricercata. Una donna che, di certo, nel corso sua ancor giovane età, ha dedicato tanto tempo allo studio dei poeti e delle poetesse. “Là dove finisce il mondo” è un testo suasivo, frammisto di poesia e prosa poetica, dove prevale nitida, chiarissima, la cifra scritturale di Balzar. L’autrice, in questi anni, oltre a vivere un’esistenza intensa, ha dedicato una parte cospicua del suo tempo allo scandaglio degli altri autori e autrici.

Di certo, Balzar ha letto con passione Cesare Pavese e il suo “Lavorare stanca”. L’amicizia sorella e fraterna che ho con la poetessa Giorgia Mastropasqua mi ha dato l’opportunità di entrare, in qualche modo, in contatto con Olivia. Già l’estate scorsa del 2024, Balzar aveva invitato tanti poeti e poetesse pugliesi (anche il sottoscritto) ad un incontro del suo “Salotto letterario”, in trasferta a Lecce. Il 22 maggio 2025 c’è stata, a Lecce, alle Manifatture Knos la sua performance. Anche, in quell’occasione, Olivia mi aveva invitato. Per una serie di motivi (che non sto qui a enucleare) non c’è stata mai l’opportunità di incontrarci de visu in questi mesi. Epperò, ho il piacere e la gioia di poter comunicare privatamente con Olivia tramite i messaggini della macchinetta tecnologica, denominata Facebook. Ho la fondata sensazione, anzi la contezza, che Balzar sia un’anima dolce, uno spirito vivido d’amore. Una donna passionale, una accanita lettrice. Una liberale vestale di virtù e di sani principi. Le parole che scriverò di seguito, tuttavia, sono scaturite solo dalla lettura del suo libro “Là dove finisce il mondo”. Un testo bellissimo, di pulsante nitore, dove s’appalesa il cuore amaranto e la penna curata, ricercata d’una donna colta e di vibratile bellezza umana. In esordio alla postfazione al libro, Cecilia Lavatore così s’esprime: “Là dove finisce il mondo ne ricomincia un altro tra i capitoli ordinati come snodi di un viaggio in verticale. Ogni tappa scandisce il ritmo di una fuga, che è anche ricerca. Che è anche una destinazione (o una continuazione) ramificata in tante ipotesi di realtà”. Ed in effetti, “Là dove finisce il mondo” è un viaggio fascinoso fra le essenze di una donna, che ha conosciuto, senz’altro, le origini del dolore, che ha saputo trasformare in qualcosa d’altro: in bellezza seconda. Un’artista della vita, Balzar, che sa impiegare proficuamente la scrittura per far balenare pietruzze preziose, soli infuocati, aurore di viola. Balzar sa modulare la scrittura con vitalismo, con una cifra inerente che è riconoscibilissima. È onirica e magica, Balzar, offre squarci profondi del suo Sé, della sua interiorità; epperò, non è mai ripiegata su se stessa, non indulge ad alcun solipsismo poetico. La sua poesia sa aprire scenari, sa edificare ponti conoscitivi con l’altro da sé, sa prefigurare campi sterminati e allagati di luce.

Nei versi di Olivia Balzar erompe prepotente un’idea aurea: la tendenza di ricercare, di là dalle asfittiche gabbie ferrigne della realtà, una dimensione di sogno. E così già nel distico d’apertura al libro campeggia una visione aperta e liberale dell’esistente. Shirley Jackson diceva: “Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano a detta di alcuni”. E Balzar è un’autrice propensa ad aprirsi al vagheggiamento, alle immagini di ampio respiro, agli sconfinamenti continui sui selciati del trasognato. La sua scrittura poetica è una perenne tensione, che s’incammina sulle strade fantasiose del sogno. E dal momento che (sempre) prima della scrittura viene la vita e poi, se è il caso, sopraggiunge la pagina vergata d’indelebile inchiostro d’amore, potremmo dire che Balzar con lenti di microscopio elettronico riconcorra le origini dell’esistenza, nella certezza che qualcosa verrà. La poetessa è lungimirante, visionaria, agogna il futuro. Nei suoi versi, mutuando Dino Campana, è come se sostenesse: “O quando o quando in un mattino ardente/L’anima mia si sveglierà nel sole/Nel sole eterno, libera e fremente”.  La mirabile raccolta di poesie e prose poetiche di Balzar è un viaggio, a volte, piano; altre volte, vertiginoso, per le vie sempiterne della vita. La poetessa è innamorata dell’esistenza, è sitibonda di vita, la insegue, la tallona, istante per istante. La sua creatività fiorisce fra le pagine d’inchiostro come un giardino virente.

Ha origini antiche, la sua creatività. Non è di certo solo una dote innata, connaturata alla sua fisiologia, alla biologia, alla genetica. Come sempre accade, la creatività va nutrita, vezzeggiata, curata, stimolata. E Balzar  (come ho già detto prima) è una donna di infinite letture, ben disposta a confrontarsi con gli altri universi, con i diversi mondi poetici. La sua scrittura è densa di rimandi della tradizione letteraria italiana. Diciamolo chiaramente: il poeta (lo scrittore) non inventa niente. L’estro immaginifico esiste, ha la sua ragione di essere, sostanzia di sé la pagina scritta. Epperò, ogni scrittore è il frutto diretto di letture, di confronti con gli altri autori, con le altre autrici. In “Là dove finisce il mondo” c’è un discorso fittamente antropologico sulla fragilità, sulla mancanza, sulla solitudine, che non diventano mai “iatture” invalidanti, ma solo antefatti per far sbocciare nuove aurore sorgive. Ilaria Palomba, a proposito della silloge “Là dove finisce il mondo”, nella prefazione scrive: “È la fine delle fiabe, una forma di morte, un lutto. Ma Olivia emerge dalla frana con una grande potenza”.

Olivia ha mani bucate piene di sogni, s’incammina sulle strade di specchi rotti, che però riflettono il cielo. Ha i nervi scoperti, la pelle nuda, la poetessa. Avverte l’eco di tutti gli sbagli; nondimeno, sente l’ansietà di una nuova alba che incombe. Certi amori possono perfino svanire, ma rimane densa di lucore l’aurora. È ambivalente l’esistenza per Balzar, declinata nella sua dialettica bipolare di vita, di morte. È luce l’esistenza, ma anche ombre allungate dei mostri. Il traversare l’alterna e incerta ventura della vita ben si coniuga con il sentimento dell’eternità, che è ragione intima delle stelle, è scuotimento, trasalimento di ciò che è e sarà. Olivia con un salto è protesa di là dal mondo dell’esperienza, di là dagli ordinari accadimenti, le variabili vicissitudini che possono ingenerare gioia e dolore, ebbrezza e scoramento: “Ho abituato gli occhi al buio/e ora vedo il fondo/e l’origine di tutte le cose”. La poetessa è intenta a scavare nel fondo dell’essenza, ad indagare la ragione primeva delle cose. Intenso è in “Là dove finisce il mondo” lo spirito di anamnesi, di osservazione, pienamente rispondente alle prerogative della poesia, che sa far fiorire, con un linguaggio distillato, centellinato, anche l’inconosciuto. Olivia, che ha traversato il dolore, ha saputo emergere per respirare all’aperto sorsi di vita: “Ho addomesticato il dolore fino a che mi ha sorriso,/svanendo nel tempo./Poi c’è stato il naufragio/e le schegge le ha raccolte il mare”. A tratti Olivia, sospesa tra lo slancio vitale e la sofferenza, ha paura di perdere la misura dei suoi sogni. Una sezione di “Là dove finisce il mondo” è dedicata allo spazio cosmico, all’infinitamente piccolo. Auguste Blanqui sosteneva che “ogni astro, qualunque esso sia, esiste dunque in numero infinito nel tempo e nello spazio, non soltanto sotto uno dei suoi aspetti, ma quale si trova in ognuno degli istanti della sua vita, dalla nascita sino alla morte”. L’universo si sostanzia di materia, che è per lo più invisibile. E in ciò che appare ai sensi sensibili si cela verosimilmente l’essenza. “Siamo fatti di assenza,/attraversiamo le attese,/fagocitiamo i vuoti”. Il tempo è una clessidra di sabbia vagolante. Noi esseri umani, come canterebbe Franco Battiato, siamo “inutili ruscelli senza fonte”. Balzar con una concezione altamente siderale dice: “Siamo schegge infinitesimali di tutto”. E, forse, perfino l’immortalità è possibile raggiungerla a condizione di “diventare luce per vivere l’eterno/nella memoria degli astri”. Nella confusione della odierna società postcapitalistica, sono ben accetti atti di consapevolezza, di resipiscenza. È necessario più che mai tornare alle origini, “al grembo di madre Terra”, a ciò che è sempre stato e sarà: “al luogo della mia infanzia,/ tra gechi e cicale/e profumi di menta”. Nella sezione “Trascendenza”, c’è la venustà di scorgere tutto il mondo negli occhi di un bambino, di vivere entro una terra ai margini con l’assoluto. “C’è un po’ di Damasco, blu di Prussia/e il profumo di mercati di spezie”. In fondo “siamo della stessa materia di cui sono fatti gli incubi,/camminiamo in bilico su seta di ragni”. In “Trascendenza”, si ribadisce un concetto ontologico cardine della poetica di Balzar: “La realtà non ha niente a che fare con la vita”. Le creature più feconde d’amore si nutrono di sogni, se li cuciono addosso e fanno abiti per gli adulti che sono persi. In “Istantanee” compare l’esistenza vera, che è una mattina rubata al quotidiano, un piccolo squarcio nel tempo che scorre. L’esistenza vera è l’odore di pitosforo, la donna dai piedi scalzi che brinda ogni giorno ad una nuova alba. La vita vera alloga nella gioia d’un istante: “Tu che entri da quella porta e mi cerchi con lo sguardo. Io che rivivo mille vite in quel frammento”. Vita vera è il caffè nero bevuto per iniziare il giorno. “Fuori il sole,/dentro il cosmo”. La vita vera è viaggio, capacità di bordeggiare le strade. E Balzar si muove di continuo per le vie, per i quartieri, per le città, sitibonda d’amore, di musiche, di cantar leggero. Lei viaggia e mira l’esplosione e gli arabeschi d’un tramonto viola, che muore e risorge, muore e risorge. Muore e risorge. La vita vera consta di piccole e semplici evenienze quotidiane, di fatti solo in apparenza minimali: una donna avvolta in un morbido cardigan di lana, un figlio che abbraccia il padre. La vita esperita è un viaggio nella notte romana, dove pullula una variegata e multipolare umanità. La vita vera può essere un viaggio compiuto in un ben definito luogo fisico, come la Finlandia, dove il 24 giugno si celebra la “festa di mezza estate”, una ricorrenza che prevede danze e falò per onorare la luce e la rinascita. Oppure un viaggio a Londra, con le strade trafficate. Qui, per le vie, nei parchi, nei mercati, si respira musica. Il senso vero della vita sta in un tramonto su via Cristoforo Colombo, che incendia di rosa il cielo. In “Ossidiana” stazionano le streghe di Benevento e traluce il mistero di chi vive in eterno, di chi vive nel vento, al crepitare del fuoco, allo sgorgare dell’acqua. C’è chi parla la lingua dei santi. In “Ossidiana” c’è il tempo che fluisce, corre, scorre, arride alla danza. La verità imparata sui nodi e sui chiodi arrugginiti. C’è l’umanità che erra nella notte. Umanità. Tanta umanità.

Ti hanno vista ballare scalza
ai confini del mondo,
sulle macerie degli dei sconfitti dal progresso,
tra l’edera selvatica che tutto inghiotte,
tra la terra bagnata che crea e distrugge.
Tutti sanno chi sei.
Attenta bambina,
che il futuro è segnato per chi vede l’altrove,
per gli spiriti selvatici,
per chi ha nelle vene la rivolta silenziosa.

Le streghe di Benevento, le janare, sono sarte, levatrici, letterate, illetterate, indipendenti, intelligenti, non conformi, ribelli, solitarie. Nei secoli dei secoli, libere. In “Anatomia del reale”, Balzar persevera sui selciati del sogno, sul percorso del vagheggiamento. Infiniti sono i giri di questa giostra che cigola, epperò la poetessa vuole dire: “Lasciatemi scendere,/voglio solo volare”. Pregnanti, in “Là dove finisce il mondo”, sono le considerazioni sull’amore e su ciò che rimane di questo stratagemma emotivo e sentimentale”. “A volte quel che resta dell’amore/è solo abitudine a non perdersi,/paura d’un futuro incerto”. E così, “i ricordi si dissipano in frammenti,/ i desideri diventano fuga”. In “Eternità”, prevale una intrigante vertigine, un suasivo scuotimento. “Datemi l’eternità, prometto che ne avrò cura”, scrive Balzar. O come canta Patty Smith, “perché non so scrivere qualcosa che possa risvegliare i morti”. L’eternità, per Balzar, è un lucore diffuso, è un soffio di vento, il canto dei centomila violini. Preconizzare l’eternità è come immaginare una ninfa nella luce infinita dell’aurora boreale. Commovente ed emozionante la prosa dedicata al caro padre, un canto intimo redatto per la sua dipartita. Rimane la ferita aperta, “perché nella morte non c’è nessun tipo di poesia. Solo l’odore stantio dei narcisi appassiti e tutta quella gente che non conosci che sembra essere dispiaciuta per te”. In “Schegge di memoria” c’è il riverbero di ciò che è stato. Le sere d’inverno che si sciolgono in pioggia, profumi di garofano e terre bagnate, una città in festa. Le notti di Natale in provincia, le strade deserte inghiottite dalla nebbia, il tintinnio dei brindisi e le voci familiari, gli anni ’90, quando il mondo era un enorme cortile dove correre e giocare. “Il ricordo sconfina nel sacro”. In “Albeggiare” c’è il cominciamento delle cose belle. C’è la terra natia, il Brasile, c’è Franco Battiato, c’è il cielo in una stanza, quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno. C’è l’eterno divenire.

La natura regala tutta la libertà
che la vita quotidianamente sottrae.
L’equilibrio degli elementi,
la consapevolezza d’esser corpo,
la scoperta d’esser viva,
il mio respiro in sincrono col vento.
Accolgo il silenzio come dono.

Marcello Buttazzo