Lo “scrigno” di Rosaria Di Donato
di Marcello Buttazzo –
La romana Rosaria Di Donato, laureata in Filosofia, docente in un Liceo classico statale, ha pubblicato cinque raccolte di poesia, collabora con riviste di varia cultura, è presente in diverse antologie, vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, di cinema, di fotografia. Ha appena pubblicato la nuova raccolta di versi autoprodotta (acquistabile su Amazon) dal titolo “Scrigno”, con la prefazione di Lucianna Argentino e la postfazione di Marzia Alunni. In una nota finale Di Donato scrive: “Nello Scrigno non trovo gioielli, oro e ricchezze materiali, ma ciò che mi è caro: la natura, i colori, le speranze, la spiritualità, l’amore, il dolore, la denuncia sociale, l’impegno civile… Penso che la poesia sia un incontro con sé stessi, con il mondo e con gli altri. La parola poetica è dimora che accoglie”. La poesia è quanto di più umano ci possa essere. Essa può essere indagine sui vissuti, scandaglio nell’interiorità, ma con occhi vigili, desti a strutturare ponti conoscitivi con l’altro da sé. In “Scrigno”, l’autrice pesca calie preziose d’umanità, che sono ricordi, suggestioni, affetti, sentimenti, sommovimenti, lampi d’impegno civile. E come collante, che tiene uniti passaggi di vita, tutto l’amore del mondo. Quell’amore amaranto che è motore vibratile, cimento di nobili intendimenti. La poesia è soprattutto condivisione, propensione a spezzare con mani compagne il pane capace di nutrire tutti gli umani. Rosaria Di Donato ha uno spirito illeso, puro. E conserva lo stupore e l’intatta meraviglia delle età fanciullesche. L’infanzia, nei suoi versi, è un’età mitica, un porto di barche serene, dove approdare, tramite il medium della ricordanza, alfine di rinnovellare vissuti, storie. La silloge è dedicata ai nonni. Protagonisti, fra gli altri, di “Scrigno” sono nonno Michele con le sue api e nonna Anna, che compare sulla montagna azzurra. Ai testi letterari si accompagnano fotografie dal sapore familiare e bucolico. Nella prefazione Lucianna Argentino, a un certo punto, scrive: “La poetessa si accompagna alla realtà che ci circonda mettendo in pratica una sorta di ascetismo del pensiero, ascetismo inteso nel senso di quelle pratiche rituali che tendono a rendere possibile all’uomo una condizione diversa da quella ordinaria, e dunque della scrittura che si fa battito e respiro leggero che attinge alla semplicità e conduce il lettore ad una conoscenza amorosa e quindi più profonda del reale”. L’incedere scritturale di Di Donato è lineare, privo di complicanze e di ridondanze, con una ricerca linguistica moderna, con un continuo richiamo e rimando all’universo affettivo dell’autrice. E con un balenare d’una Natura incontaminata, vergine. Natura dei tempi passati. Intensa è la mansione della rimembranza. La poetessa vorrebbe giorni senza cupi pensieri, senza affanni, un filo di vento fra le mani. Vorrebbe tornare volentieri su una terra di farfalle, di meli fioriti, ai tempi di nonno Michele, apicoltore. In una fotografia commovente nonno Michele osserva coniglietti appena nati. La poesia può far rivivere il mondo adamantino dell’infanzia nell’armonia della camelia, nel suo candore che corre in sconfinati spazi di rugiada. Di Donato si ridesta nel fiore di loto: “seppi che il fiore di loto/è anafrodisiaco/ d’un fiato lo bevvi/per non innamorarmi”. L’autrice ha un sussulto nella visione dell’ulivo secolare, dove il gufo dimora e con grandi occhi accesi rimira le stelle. Versi chiari Di Donato redige per il padre che si chiamava Primavera. Le terre calpestate un tempo dal caro genitore rivivono nel profumo di gemme in boccio. Nella raccolta “Scrigno” compaiono poesie in spagnolo, tradotte in italiano dall’autrice, haiku e poesie in romanesco. I versi scritti per i genitori, per i nonni, hanno una luce particolare. E, soprattutto, recano la riconoscenza e la devozione per gli amati antenati, che ci hanno lasciato un immenso patrimonio di beni immateriali, di comportamenti esemplari. In “Scrigno” traspare evidente anche la forte spiritualità di Di Donato. La parola d’un dio che parlò, generò lucori, chiamò a raccolta le stelle del firmamento, divise l’ombra dal chiarore, i flutti dalla terraferma. Più d’ogni cosa le zolle marroni della terra avita risplendono. È intimo il ripiegamento d’amore su se stessa della poetessa, che fugge dalla città e se ne va vagolante in cerca d’un tratturo antico ove condurre il gregge dei suoi sogni. La transumanza divine così trasfigurazione e nostalgia d’un tempo passato, perfino vetustissimo, quando “Gesù il bel pastore” conduceva pecore madri e portava in braccio un agnello, segno evidente dell’armonia celeste. Nella parte finale di “Scrigno”, denominata “miniature”, piccoli haiku indulgono in un procedere lirico: “mandorlo in fiore/primavera scintilla/il sole sei tu”; “suscita sogni/vento autunnale dell’est/cadono foglie”; “onde nel mare/si rincorrono sogni/schiuma conchiglie”. “Scrigno” è una interessante raccolta poetica, che oscilla fra la necessità di riscoprire lo splendore minimalistico d’un ambiente familiare e un bisogno di guardare oltre lo stretto giardino, buttando uno sguardo ai fulgori della cosmicità. Di Donato sa interrogare l’esistenza e, nello scrigno dei pensieri, fa tralucere, fra le altre cose, le parole dono e riconoscenza, senza le quali ogni fare poetico sarebbe cosa vana, sterile, inutile.
Marcello Buttazzo

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