“L’immagine deforme”, la poesia di Alessio Miglietta
di Marcello Buttazzo –
Alessio Miglietta è un giovane autore romano. Ha esordito nel 2011/2012 con l’antologia “Cieli di Valium”, seguita dal romanzo introspettivo Grunge (1984). Nel 2022/23 ha pubblicato la raccolta di poesie sperimentali “Requiem di vite e amori” e la silloge “Frammenti: collezione di Haiku”. Vincitore di diversi premi letterari e menzioni speciali di merito, da poco (2024) ha dato alle stampe, per Edizioni Ensemble, la silloge “L’immagine deforme” con una prefazione di Olivia Balzar.
Questa raccolta di versi si conforma più che altro come un diario continuo, dove balenano i travagli dell’autore, e le ferite vengono viste, esaminante, nella parte finale ricucite. “L’immagine deforme” è un racconto poetico sulla depressione, che Alessio Miglietta ha vissuto in prima persona, ha traversato, ha sofferto. Ci chiediamo subito: può la scrittura servire a qualcosa, può giovare a metabolizzare, ad analizzare, a scomporre, a ricomporre un nero ragno che opprime e lascia segni sulla pelle, nel corpo, tracce nell’interiorità? Di certo, la scrittura, fra le tante mansioni, può anche essere terapeutica, perché con un’azione di studio sulla propria interiorità, di scandaglio, ci permette di scendere pazientemente nei giardini travagliosi del Sé, mutando e mutuando quell’immagine deforme della propria individualità, trasformandola in qualcosa d’altro. E Miglietta, con coraggio, riesce a mostrarsi nudo, fragile, vulnerabile, dilaniato, tormentato, ma mai rassegnato completamente alla disfatta, mai disposto a precipitare rovinosamente nel fondo del fondo degli abissi. Il poeta evoca, a volte, con crudezza, con asperità, la sua condizione avvilente, il disorientamento ordinato di chi s’aggira come uno spettro in uno spazio vuoto. “S’affaccia l’alba, ma il sole non bacia/ Traccia soltanto ombre fredde e lunghe”. La depressione è davvero un mostro che opprime, che non fa scorgere barbagli di luce. Le stelle non brillano come quando s’era bambini. “Eppure si lotta ogni giorno in questa solitudine/Dove l’unica compagnia è l’ombra dell’angoscia”. E poi gli inconcepibili sensi di colpa per ciò che non è stato, per ciò che non s’è potuto fare. E i risentimenti, la rabbia talvolta distruttiva. Sostiene Miglietta: “Nel teatro dell’universo, siamo attori e spettatori”. Ma al poeta, in certi frangenti, è dato vedere solo un inverno che avvolge la sua intera esistenza. La depressione è una nera Signora (non come la morte, ma quasi), che tuttavia concede spiragli di tregua. In questi momenti di “grazia”, Alessio attende la novella stagione, il volo delle rondini, disegni d’un mattino risvegliato. Il poeta è uno sconosciuto a se stesso: “Non ti riconosco da troppi lustri/Sei il mistero della mia esistenza/Un enigma avvolto nel silenzio”. Ma anche nella desolazione più cupa, c’è sempre un sentire, un’aurora sorgiva e vitale che fa capolino. L’attesa di giorni migliori. La speranza in qualcosa che verrà. “Ogni tramonto è un addio/Ogni alba un nuovo rito”. Che una persona depressa avverta nella stasi del corpo la fame d’amore, è un prodigio, un anelito di conservazione, l’antefatto alla rinascita. Il desiderio è ciò che muove e ci fa uscire dal disagio. È vero, il nostro sé è lo sconosciuto che, nei momenti critici, giudica, condanna senza appello, ci fa scorgere vie malagevoli senza uscita, o ci fa approdare in sabbie mobili terrifiche. Ma non è finita, la resa è ancora lontana. La resa non verrà. Il poeta vive la notte, la abita, perché la notte è serafica. E l’infinito svela i segreti del destino. Ma l’autore è sempre in agonia, in un lento e dolce morire. Il male di vivere solitamente ha radici profonde, antiche, affonda scaturigini nelle cicatrici dell’infanzia, nei sogni infranti, nelle delusioni, nella paura d’esistere. E Alessio Miglietta, purtroppo, deve combattere una distorsione nuda intrisa di colpa, l’immagine deforme, un mostro invisibile. Le strade della vita sono lastricate d’oro e fango e nascondono una guerra silenziosa. La guerra per la sopravvivenza. “Soffro quest’incertezza oltre i vetri affollati”.
Il corpo, l’habitus fisico, subisce modificazioni. Il corpo si trasforma, si scava. “Il vecchio saggio eclissa il giovane guerriero”. Purtuttavia, Miglietta sa pienamente che il dolore non è mai fine a se stesso, non è un porto di spiriti morti in cui stagnare. Il dolore non è il porto delle infinite disfatte. Il dolore può essere perfino un trampolino di lancio, un posatoio da cui ripatire per esperire la vita nova. Miglietta esplora con abnegazione le ferite, le visita. Certo, il poeta tocca il fondo della desolazione. Per poi però lentamente risalire, fino ad individuare nuove lucenti aurore. Il libro è suddiviso in sei parti con titoli ben precipui, che raccontano storie e fissano tessere di vita: “Dolore”, “Lo sconosciuto”, “Un fantasma nel corpo”, “Insonnia e benzodiazepine”, “De profundis”, “Universi inesplorati e resilienza”. Il poeta ha dovuto patire l’insonnia, le urla sorde delle notti bianche. L’oltraggio delle benzodiazepine, che ti portano in mondi nuovi, forzando la chiusura delle tue palpebre. Il poeta ha dovuto patire l’affronto della veglia continua, l’abbraccio artificiale e chimico che non scalda. E Morfeo che t’ignora fino all’arrivo dell’alba. Ma la vita può anche essere sorprendente. Lavorando su se stessi, sul proprio sé, si può oltrepassare anche il disagio. Olivia Balzar, a un certo punto, scrive opportunamente nella prefazione che in questa silloge c’è “la ricerca della bellezza attraverso il sacrificio, un rito di passaggio che porta alla rinascita, una ricerca interiore senza sconti che è contemporaneamente contemplazione, dolore e lotta, una battaglia da combattere guardando negli occhi il proprio riflesso nello specchio”. “L’immagine deforme” non è solo un racconto poetico individuale.
L’opera in versi di Miglietta può giovare, può servire da guida poetica e pragmatica a tante persone che affrontano periodi di scoramento, di smarrimento, di desolazione. “L’immagine deforme” può servire a guardare il cielo azzurrato di primavera quando le rondini danzano come nastri di seta. Senz’altro, aiuta l’atto di resilienza del poeta Miglietta, che riconoscendo con consapevolezza l’obbrobrio della depressione (che, in passato, lo ha violentato), decide di fare un salto di tenacia per risorgere e abbracciare una luce infinita, verso una gradita redenzione. Che è soprattutto una laica salvezza.
Marcello Buttazzo

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