di Alessandra Peluso –

Una produzione poetica prolifica quella di Marcello Buttazzo che da poco ha dato alle stampe per I Quaderni del Bardo, Aspettando l’aurora. È complicato commentare la poesia di Marcello in quanto amico, persona cara, nonché già detto sui suoi versi, augurandomi perciò di esplicitare il ‘non detto’, comincio a leggere la prefazione di Vito Antonio Conte e la nota di lettura di Roberto Dall’Olio. In verità ho letto e meditato ancor prima sulle sue poesie, accostandomi con garbo e attenzione, perché la poesia di Marcello merita cura. E così, mi soffermo sul tempo e il suo abbraccio al sapore di pane, e a «una clessidra capovolta / come ferita aperta», oppure all’amore, alla figura materna, al quotidiano, poiché in fondo la poesia di Buttazzo è la poesia del quotidiano, di una vita vissuta a ritmo scandito a tratti lento, altri galoppante, che è lì a stritolare il respiro.

Antonio Conte nella prefazione definisce l’autore: «il poeta dell’attesa», che non ha in sé – spiega – «nulla di statico, ma ha insito il desiderio dell’accadimento, ch’è esso stesso pensiero in azione»; d’altronde non dimentichiamo che nel titolo Aspettando l’aurora campeggia l’attesa, questo momento essenziale della vita che segna la giovinezza, il presente, l’entusiasmo, la nascita, o ancora meglio la generazione di un nuovo tempo. Si augura allora Buttazzo che le guerre possano aver fine, le ingiustizie, parimenti che gli ultimi diventeranno i primi. Attende. Ma nell’attesa vive, godendo di un’esistenza intrisa di natura, di musica, di gioie, di «serafica pace». Leggerete: «Al magniloquente / preferisco l’essenza. / Il maestoso /non m’attrae, / meglio, / sì, molto meglio/ un piccolo pensiero / redatto con inchiostro d’anima / per coloro che ogni giorno / mi sono accanto». Marcello ama, cerca il fratello, condivide. Non dileggia, ma accoglie. Non separa ma armonizza in un tutto che forse è troppo per un’anima convulsa che ricerca la pace in una stretta di mano, in un sorriso, in un caffè condiviso. Ed è perciò evidente che la sua poesia non può essere sterile, ma ogni verso, ogni parola arricchisce chi la legge, ascolta, aderisce al suono, che è soffio vitale e si fa carne.

E ancora, scrive Roberto Dall’Olio: «C’è una costante nella poesia di Marcello Buttazzo: l’amore. L’amore polimorfo», per fortuna aggiungo, questo sentimento così tanto deriso, snobbato, trattato come retorico, ma che di retorico ha nulla, dal momento che di amore ne hanno parlato milioni di poeti e poetesse, ciascuno secondo il proprio sentire, e per il quale ognuno ha gioito, sofferto, lasciato traccia, proprio come Marcello lascia traccia e ne tratteggia i tempi senza definirli, perché è noto l’amore è materia complessa, difficile da definire, complicata a vivere, ma è l’unica che dà forma e vita all’uomo, al poeta, all’amico Marcello. Oltre al fatto non irrilevante che la poesia cura e leggendo i versi dell’Autore l’anima riceve miele e profumo di gelsomino e rose. Lo avverto, mentre scrivo. Ed è incanto.

Concludo, augurandovi buona lettura, con questa poesia ricca di umanità: la LVIII della raccolta poetica o silloge (fate voi!) di Aspettando l’aurora

«Non incalzare
le finte declamazioni
le trite retoriche
le ipocrisie, le viltà, le meschinità
è un mestiere di vivere.
Procedere
a quote scabre
non è una rinuncia.
Disadorno
è il mondo che voglio.
Il pazzo senza voce
che farfuglia parole incomprensibili
colpisce la mia immaginazione.
Il diseredato
giudicato
dai moralisti
non è un perseguitato
è un santo,
un guerriero senz’armi.

[…]                 

Al mio Dio
non ho nulla da chiedere,
se non di essere più presente
nei quartieri periferici
dove la sua mano da sempre è latitante.