Marcello Buttazzo –

La notte avanza con il suo corteo di amori inespressi, col fragore mefitico di guerre assassine trasmesse alla televisione. Tutte le guerre sono ingiuste, ferine. Tutte le guerre sono la negazione, la mortificazione dell’umano sentire. Ogni guerra ha in germe la pazzia assoluta. Ogni guerra è una bruciante sconfitta per la civiltà. Ma in Palestina Dio è morto per sempre. La mattanza dei bambini piange a dirotto tutte le macerie del mondo. Nessun Cristo tornerà mai più su questa terra di cemento. Trema di dolore l’anima brulla. Maledetto sia per sempre il tempo dei potenti del mondo. Mi consolo disperatamente agognando amore e amore. Folle, folle amore per la vita minuscola, infinita. Rifulge il rosso nello spazio breve d’un pensiero, intendimento di passione. Nelle pieghe del rosso tu ritorni e mi ardi dentro, bruci come fiamma, scoppietti in lapilli, mi prendi, mi sconcerti. Non è che mi sovvenga il ricordo per ferirmi di melanconia, niente di tutto ciò. Il ricordo arriva puntuale in questa notte di inizio dicembre per dirmi che la rosa piccina sta per fiorire ancora una volta nei venturi giardini d’inverno. L’elleboro blu ardesia, la rosa dei poeti. La rosa aulentissima e disperata, che colpevolmente non colsi nei giorni della noncuranza. La rosa arresa nei rosai, la rosa viva, la rosa speranza, la rosa attesa, la rosa vista, amata, e mai lambita. Questo giorno passerà con il suo incedere ordinario. Il mattino di dicembre sarà chiaro. Il meriggio mi porterà il tuo volto. La sera serafica si rifugerà, ancora una volta, nella notte. Aspetterò di là dell’insensibilità ancora e ancora la notte, catturerò lo scorrere lento delle ore. T’aspetterò mare di spume argentine, rosso corallo, spazio d’un sogno. T’aspetterò e svestirò la tua nera mantiglia, che cela il tuo corpo. Ti vedrò, di là dello scontento. Lo so, sei quel che sei, la musa immaginifica che viene a trovarmi per placare l’ansia. Vieni con oro e argento a impreziosire le mie notti insonni. Lo so, non esisti, sei un fantasma, epperò t’attenderò tutte le notti per scovare piano piano i primi lucori della nuova aurora. Non esisti, ma immagino che ti muovi nella tua città, vai per le vie, per le strade. Sei fiamma che sbreccia la noia, e fai sbocciare ogni voglia. Sei il giorno che nasce, l’aurora che spegne la notte, la notte infiacchita, la notte morta, addolorata. L’aurora che è viva come il fiore impazzito. E tu, anche se non esiti, sei ancora il mio tempo, l’attimo e l’infinito. Soprattutto l’istante sei, il momento colmo di te, della tua pelle, dei tuoi occhi che sono il mare più ambito da navigare. La luce dei tuoi occhi fa volare di continuo d’estate le rondini anarchiche nei miei illesi cieli paesani.   

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Sogno di fanciulla. Sogno d’oro nel luccicare d’amore. Sogno periferico sui corpi dimessi di migranti avviliti, feriti a morte nel cuore. E quel pensiero che vortica piano piano senza mai trovare pace. Quel pensiero di celeste cielo, che sempre agognammo di là delle scure strettoie della notte. Sogno d’amaranto che trasvola nell’altrove come polline d’argento. Sogno. E vivamente ti sogno fanciulla delle infinite primavere, giorno di sole senza pena, senza noia, leggero barchetto ebbro, clamore di tuono sulla cresta vibrante dell’onda. Il sogno non passa, non muore. Vagheggiare l’attimo e l’infinito, la gioia, il dolore e il suo superamento, mestiere supremo dello stare al mondo. Non è ricordanza, non è compiacimento, ma analisi misurata del momento. Ambire il sole di notte, le stelle storte, il soffio dell’aurora, e poi la carezza del giorno non è meteorologia di eventi, ma piccola rivoluzione esistenziale, sobrietà di vedere il mondo girare a quote più normali. Il tempo. Fanciullo scarmigliato il tempo, che scompagina gli accadimenti e vola. Vola veloce, lento. Con i sogni dentro. La vita va vissuta ineludibilmente amando. La vita va traversata vivendo. A volte ti penso, amica dei mattini lontani. E se scivolasse negli scantinati senza fondo dell’oblio ogni patema, ogni dolore? E se io dimenticassi ogni vestigia del passato, ogni traccia travagliosa, archeologia di ciò che fu? Se tornassi a pensare la vita come corsa – ricorsa, stratagemma d’amore? Ti vedrei nel tuo prato di fiori fanciulli, tu che parli agli arcangeli, carezzi i gatti e giochi con i tuoi bimbi, il cui sorriso è d’oro. Sono d’oro come il grano le risa dei tuoi bimbi, che gialleggiano nel sole per le strade di paese. E accendono il giorno di significati nuovi.  Quanti di luce danzano, la scia del tuo sorriso apre mattini. C’è un sole stamane che batte, non verrà mai la notte, l’intorpidimento dell’anima stamane non verrà. C’è una luce d’inizio dicembre, luce per le strade, luce per le vie, benedetto lucore d’amore, amore sentimento denso, come un antico stupore che sento ancora vivo. Amore per la vita, questa piccola cosa minuscola, infinita. Il tuo sorriso m’accora, è slancio radiante, trasognato come un sogno ad occhi aperti, che ritrovo inesausto fra le pieghe del mio tempo fuggiasco.

                            Marcello Buttazzo