di Marcello Buttazzo –

È appena uscita la nuova raccolta di versi del poeta bolognese Roberto Dall’Olio dal titolo “Un loden senza inverno(Poesie per mio padre), edita da Pendragon. L’amore e le ragioni del cuore. Prima viene la vita, i selciati rossosangue dell’esistenza, le stagioni dei vissuti densi e intricati. Eppoi, se è il caso, sopraggiunge la poesia. Prima vengono gli accadimenti ordinari, le clessidre dei fatti, l’incedere del tempo. Poi, semmai, fiorisce la scrittura, barbagliando di passione. Roberto Dall’Olio è un poeta che ama la vita, la sua professione di docente, la sua famiglia, i suoi cari, gli amici. I suoi versi sono sempre ricchi di significati, di rimandi storici, di bellezza contemporanea. Roberto narra per fermare su carta sensazioni e moti dell’anima, che non sono mai ripiegati su se stessi, ma recano sovente un afflato e una veste universali. La sua poesia è fiato, trasalimento, palpito. La sua poesia è battello errante, è musica del respiro, è sogno ad occhi aperti. A tratti, è immaginifica, la sua poesia. Trasognata come gli attesi vagheggiamenti. Una poesia ritmica, dal verso volutamente spezzato, dallo scorrere lirico, con abbracci sapienti e cercati fra i versi. Quest’ultima raccolta “Un loden senza inverno” (Poesie per mio padre) conserva tutta la precipua cifra inerente di Dall’Olio, il suo stile fresco, inconfondibile e unico, l’eleganza e semplicità d’un verso mai criptico, ma intelligibile e asciutto; al contempo, però, questa ultima silloge ha un passo particolare e, ovviamente, inedito. Protagonista assoluto è il babbo del poeta, deceduto recentemente. Compare la figura d’un uomo saggio e amorevole, un antifascista, che ha vissuto la sua giovinezza nel dopoguerra, che ha invogliato il figlio Roberto a desiderare la libertà e il contegno morale, insegnandogli primariamente il principio di realtà e il senso del limite, cioè le regole auree dello stare al mondo. La raccolta di versi può essere letta come un avvincente e commovente racconto, come un flumen continuo senza interruzioni. Rispetto alle altre raccolte di Dall’Olio, il clima dei versi è più colloquiale e familiare. C’è un figlio che s’interroga, chiede, dialoga fittamente con la sua anima. C’è un figlio dilacerato per la malattia del padre, segnato nell’ultima parte della sua esistenza da un decadimento cognitivo. C’è un figlio che ama intimamente un padre straordinario e cerca, in tutti i modi, di stargli vicino. E, nei fatti, Roberto è prossimo al padre, in ogni istante, fino al momento della morte. E anche dopo, perché il poeta con la sua penna, raccontando momenti virenti dell’infanzia, dell’adolescenza, accanto al padre, in certo qual modo “congela” la morte. O, quantomeno, riesce a mantenere in sé vivo e vivido di splendore il ricordo del padre. Il loden del babbo ha una vera valenza ontologica e pregnante. “Il vecchio loden/Del Babbo/Lo prendo io/Più o meno/Mi va bene/Lo ricordo/Da sempre/Come/Eterno/”. Ho letto altri libri di Roberto. E mi ha sempre positivamente entusiasmato la sua scioltezza di linguaggio, il suo lessico comprensibile, il suo verso breve, il suo fine lirismo. L’ho seguito Roberto e ho tanto amato la sua propensione ad essere poeta multipolare, capace di tratteggiare con la stessa dignità la poesia amorosa e quella d’impeto civile. Quest’ultima raccolta “Un loden senza inverno” ha qualcosa in più delle altre. C’è un pathos che attrae, c’ è un collante d’amore che non è fittizio, ma è puro, adamantino moto dello spirito. C’è uno slancio di passione che inonda il lettore. Il loden “Starà con me/Eterno/Non solo/Per l’inverno/Lo passerò/Ai miei figli/”. Il sottotitolo della silloge è “poesie per mio padre”. La perdita per il decesso è dirompente: “La morte/Di mio babbo/Mi ha tolto/Il cuore dal petto/”. Epperò la morte del padre viene parzialmente ammansita dalla reminiscenza, dai ricordi dei giochi fanciulli. Ciononostante, il dolore è galoppante: “Babbo/Perché ci hai /Lasciati/Perché/”. Lucente di tenerezza è anche la figura della madre del poeta, che piange sulla tomba del babbo. Nonostante la morte, tetra signora, tutto è vivente nella poesia di Dall’Olio. Il poeta indossa le polo, i cappelli, i pantaloni, il loden del padre. Le foto dei tempi di Coppi e di Bartali hanno un’aura di luce. In “Un loden senza inverno” compare un ampio caleidoscopio di sentimenti. La nostalgia per la dipartita d’un uomo giusto. La fragilità del poeta dall’Olio, che è compagna dell’alterna e incerta ventura. Le passioni del babbo, come l’amore per la Natura, per la montagna. Ci sono descrizioni d’assoluto nitore, come gli occhi verdi del babbo: “Come erano verdi/I tuoi occhi/ Babbo/Tingevano la pineta/Della vita/Facevano luce/Nei fondali/Dei giorni spenti/”. Ed ancora l’autorevolezza del babbo, che non fu mai autoritario. Un uomo che non picchiò mai il figlio, anzi sapeva abbracciarlo. “Un loden senza inverno” si svolge come un diario di venustà. Il babbo aveva mani d’oro, costruiva i giochi per il poeta bambino e per gli amici fanciulli. Soldatini, carri armati, camion, racchette da ping-pong. Una parte dei versi sono dedicati alla malattia del padre, che con il procedere degli anni sembrava indifeso, un Bambi, tenero come gli aghi di pino. Di certo, la fase finale dell’esistenza d’un nostro caro può essere particolarmente dolente. Roberto Dall’Olio ci mostra nuda la vita del padre. Tramite il medium della poesia riesce ad affrescare un arabesco di visioni, di pensamenti, di ricordi, con il comun denominatore dell’amore diffuso.

Marcello Buttazzo