GLI ATLETI, nell’amore per l’umano andare
di Anna Rita Merico –
Vanni Schiavoni, Gli atleti
con prefazione di Valerio Grutt e Quattro note dell’Autore
Interno Poesia edizioni, 2024
Ho provato a restituire una poesia ossificata[1]
di Anna Rita Merico
Lasciare che la storia sussurri all’orecchio dell’anima. Lasciare che la storia s’invetri nel presente narrandosi attraverso eccessi. Lasciare che la storia si scuota da dosso dati certi e s’inabissi nel ventre di emozioni, rimandi, ritrovamenti di sé. Lasciare, ancora, che la storia abbia accesso al sacro di sé e turbini dall’interno della radice che l’ha generata: l’amore per l’umano andare.
Cartografare ciò attraverso quattro rappresentazioni maschili. Quattro corpi intagliati nella perfezione di sé. Quattro corpi celebrati ma che non possono accedere a celebrazione voluta perché non sono dei, né sono re. Sono quattro sospensioni nel tempo della perfezione. Quattro viaggi abbarbicati ad un’uscita dalla dimenticanza. Emersi da acque placentari o da tomba interrata discettano di tempo andato e di perfezioni perdute lasciando che, parola poetica, li stenda al filo di una rinascita.
Vanni Schiavoni ne tratteggia, per ognuno, perdite e guadagni lasciandoli ondivaghi in quel letargo liquido[2]fatto diepoche, arsure della memoria, rilanci dello sguardo. E’ un mondo che si risveglia animandosi attraverso l’incrocio tra conoscenza storica e linguaggio poetico. Il versificare dell’Autore consente che si incrocino tempi ed emozioni, aliti e voci in misture inusitate. Le anatomie dei corpi divengono anatomie radiografate di ricordi immaginati eppur veri, autentici. Tutto transita in mediterranee rotte spostate ad Est. Linee seriche tracciate per attraversare mare e intenti, accumuli di quando granaglie e statuaria trasportavano, insieme, forza e senso in viaggi di scambi, commercio, incontri. Trasportare-donare una statua era come trasportare-donare l’anima di una comunità, mostrarne il perfetto del corpo e le sue intime evoluzioni valoriali.
Quattro eroi segnati da posture e oggetti. Tra gli oggetti domina lo strigile, simbolo di termine di fatica. Ritorno nel mondo dopo la gara, ritorno attraverso la cura e la ripulitura delle membra. Essere atleti come modo per circuire una perfezione vicina ad un’autentica tensione verso l’umano.
E’ un umano infagottato in valori che hanno ispirato mondi e simbolico fondante pensiero e linguaggio. Qui, tra queste pagine, Vanni Schiavoni ne mostra deriva di cui la statuaria lascia traccia d’intento e di precisa epoca e statuto.
Guardavo i fermagli alteri e le acconciature
le sfilate di pronomi e le latenze
un crogiolo lirico di stirpi di passaggio
e anch’io mandavo segnali
verso il non pentito
in piccoli sibili da tremare
una brama di briciole che non capivo.
…
L’orgasmo del mondo cercavo:
volevo vedere brillare.[3]
Profili di strazianti bellezza accomunano l’atleta di Lussino, il fabbricante di Sicione, il prodigio di Pella, il campione di Taranto.
Ognuno è connesso, all’interno del metodo di cui è fatto, ad un’ ipotetica passeggiata di Amedeo Maiuri, ognuno fermo in posa statica capace di narrare un gesto definitivo, tutti emersi da polveri terrose o liquide ma, tutti, accomunati dalla capacità di continuare a dire, ad indicare. Ogni pagina svela un’Ogigia inesistente che segna un limite di mondo capace di ferirci. Aleggia nei versi tutto un vocabolario dello svelamento condiviso con le mani ed il fare di scultori ignari della storia che avrebbe avvolto, lasciato perire, lasciato risorgere i propri manufatti, fosse un vaso funebre o una statua.
Sono quattro visioni staccate dal rito ma legatissime ad una memoria che hanno portato con sé. E’ memoria capace di srotolare, come antico papiro, storia ondivaga tra passato e presente. Ognuno di loro ha conosciuto un potente sonno che lo ha traghettato all’interno di un tempo sospeso. Ognuno di loro ha seguito il sonno di Odisseo imbozzolato nella nebbia durante la rotta mitica da Scheria ad Itaca. Il verso di Schiavoni, in questa silloge, è articolato all’interno di dipanazioni che avvengono nella contemporaneità: è un nodo che rivela l’imbroglio ma, anche, la leggerezza lieve del saper discorrere con il passato.
Un andare tutto maschile in cui le dinamiche della tensione, del superamento, dell’incarnare valori si incistano in una immortalità donata dall’arte, dall’antropologia, non dalla divinità. Eppure, ognuno di loro, ha bramato il ritorno.
La bocca dei vasi allargata al cielo
i fanciulli avevano visi di carparo
le donne perfette nel buio l’alabastro
le colorava e ne esaltava la maniera.
…
Mi percosse la mente più volte
Il mistero che lo faceva umano.
…
Aveva Alessandro, la dote
della sordità ai suoni che accecano.[4]
Il silenzio sale, ogni Atleta obbliga ad un dialogo nel tra sé e sé. Ogni Atleta evoca un’eclissi dallo scorrimento lento, ogni Atleta evoca un’essenzialità capace di avvolgere sensi del pensiero e profondità della psiche. Un’insaziabilità emerge dai versi, un’insaziabilità scrutante che sgrana occhi conducendo ad una catabasi in cui metafora e dialogo s’affratellano. E’ sosta lunga in un’uscita dal tempo in cui la parola poetica forgia verso e vedere, parola e immagine.
La risalita degli atleti genera immedesimazione profonda. Quella di Vanni Schiavoni è immedesimazione che non crea conoscenza ma attraversamento emozionale in versi di radici dell’essere. Non vi sono cantori o aedi o rapsodi: tra queste pagine emerge il nudo senza contesto, il nudo capace di suscitare contesto nell’incontro con l’Autore.
Tutto avviene tra rovine di città antiche e di fondali altrettanto intatti e antichi. L’assenza di femminile crea un rimbombo di bella centratura all’interno del gioco di posizioni tra gli Atleti e tra gli Atleti e il loro Autore. Il rimando è inclinato verso una virilità del corpo e dell’identità a cui fa da contrasto solo il movimento tutto femminile della memoria segnata da mobilità e capacità di ricostruzione delle crepe. Corpi contesi dalla memoria (nostra) per questi Atleti-Eroi di vita. Versi che ci collocano in una stanza in cui il doppio filo del passato-presente è lì a gestare nello spazio sconfinato del verso.
…
Questo voglio raccontare
primatisti
all’azione che vi resterà in perpetuo
con parole infiammate nell’eterna olimpiade
in questa primavera perdonata
da chi l’orizzonte non lo improvvisa
ne fa provvista nell’interno
e questo già gli basta.…[5]
[1] Vanni Schiavoni, Atleti, cit. pg 39
[2] cit. pg 17
[3] cit. pg 31
[4] cit. pg 40
[5] cit.pg 77

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