di Marcello Buttazzo –

La romana Francesca Romana Rotella, laureata in lingue e letterature straniere con una tesi sullo scrittore e poeta spagnolo José Jiménez Lozano, ha pubblicato la sua prima raccolta poetica nel 2023, intitolata “Un rossetto e un taccuino” con Ensemble. Ora Rotella torna alla poesia con una nuova raccolta di versi, dal titolo “Ciliegie” (marzo 2025), pubblicata sempre da Ensemble. Poesia minimalistica, la sua, che scava nel piccolo, nel minuscolo, nell’essenza dello stare al mondo. Versi d’un tenore lineare, d’una atmosfera familiare. Un grande poeta salentino del secondo Novecento letterario Ercole Ugo D’Andrea, molto amato dai fiorentini, da Luzi e da Betocchi, nelle sue poesie era incline a tratteggiare scorci di vita familiare. Anche Francesca Romana Rotella in “Ciliegie”, fin dalla dedica d’apertura alla madre Franca Maria, segue un passo intimistico e familiare. La nonna le porta le ciliegie appena lavate d’estate. E le parole redatte a caratteri d’oro per il nonno e per la madre sono significative e molto delicate. La madre viene vista nella sua aura magica di musa ancestrale, primigenia. La madre è vestale di sogno, testimone esemplare di virtù, che suscita tutta la commozione del mondo: “Vorrei fosse mano di figlia/a stringere la tua/quando te ne andrai”. L’autrice impiega nella sua mansione e tessitura scritturale un incedere ricco di assonanze, di dissonanze. E non disdegna l’uso di rime. Nella postfazione Anna Segre a un certo punto scrive: “La poesia come testimonianza scritta di ciò che non può essere dimenticato. Come una canzone, una lallazione, una cadenza di passo”. E Rotella segue un registro comprensibile, intellegibile, fra le pieghe delle pagine evidenzia tutto il suo stupore per le evenienze ordinarie. In “Ciliegie” c’è l’evocazione d’una Natura pura, incantata. L’azzurro prepotente, il frinire delle cicale, le lucciole del Gianicolo, le lunghe giornate al mare. La raffigurazione d’una Natura illesa può anche assecondare la scia d’un vento che fa diventare la poetessa albero e i suoi piedi radici. La corsa d’un autobus, il 791, può sancire momenti che fanno balenare puzzo di speranze morte e d’urbana povertà. La poetessa prova un sussulto, un palpito, al cospetto dell’esistenza quotidiana. Anche se il giorno è avaro di gioie, lei sa ancora guardare il cielo, afferrare il vento, stringere la carne. Rotella sa indagare i suoi vissuti, che vibrano d’una significanza universale. Lei ha patito nel corso della sua vita anche l’abbandono e molto saggiamente non s’è incancrenita nella stazione nullificante dell’astio, del risentimento, ma ha saputo offrire il perdono. Perdonare se stessi e conseguentemente saper perdonare gli altri è un ottimo atteggiamento antropologico. Talvolta, s’alza la voce della poetessa contro i soprusi, contro le ingiustizie d’un mondo che gira all’incontrario. Contro la mala pianta di chi considera la vita umana meno di niente. C’è nei versi la consapevolezza che fra gli umani, oltre agli abbracci, ai sorrisi, alla reciproca comprensione, si possano strutturare qualche volta anche sacche di incomunicabilità: “Mi distrai/mi disturbi/ti distanzi/mi distruggi./Dispero allora con un verso/dispiego un distico disperso”. La quotidianità può frustare le umane attese. Tra panni da lavare, fra spesa da fare e cucinare, il giorno si può svilire, tanto da non trovare più il tempo di fare l’amore. Rotella riconosce la funzione salvifica della poesia. Che forse non salverà la terra dalle sempiterne malefatte, ma tuttavia la poesia può giovare tramite il medium della bellezza per costruire una civiltà migliore. E la poetessa scorge la vera bellezza negli occhi che sanno vedere, nelle orecchie che sanno ascoltare, nelle mani rese ruvide dalle fatiche, dal lavoro e dall’accudimento. “Mani che hanno lavato/bimbi e genitori anziani/mani che hanno sanato/nutrito e accarezzato,/le sole che possono reggere/il mondo”. La poetessa canta l’amore, che è gioia e dolore, travaglio ed ebbrezza, caduta e risalita: “Del nostro amore/io ora canto/perché con te ho riso, tanto/perché con te ho molto, pianto”. Versi molto belli sono dedicati a Saffo e al suo appassionato canto. Versi vibratili d’amore e pulsanti di vita alla sua città natale. Camminando per le strade di Roma d’estate, la poetessa trova mazzi di fiori secchi, scarpette colorate, orsacchiotti e nomi scritti. Trova i nomi di Mauro, di Stefano, di Giulia. Nelle strade poco affollate d’estate, Rotella trova figli, fratelli, amici e compagni scomparsi. A Roma, Rotella trova il suo nome e la natura autentica della storia del mondo.

Marcello Buttazzo