di MArcello Buttazzo –

Seguo la scia della musa che non esiste. La musa solo vagheggiata nei meati della mente.

Sono stanco delle notti insonni ed elettriche, non inseguo più le irraggiungibili e sdegnose chimere. Sono sfibrato dalle antiche utopie, ormai riposte nei ripostigli della mente. Sono fermo adesso ai bordi del giorno a contemplare il tempo, il suo fluire lento. Sono immobile ma in movimento coi miei pensieri. Vedo il tuo viso di gerbera, che non esiste. Ma è il più bel fiore da carezzare piano. Il tuo seno di pane è nutrimento per le stagioni di carestia. Ti vedo, ti sento. Ti vedo sempre in una divinazione di stelle, anche se non esisti. Non torneranno le notti scure, svaniranno le paure. Un fulgore d’amore e un bagliore, solo un bagliore di sole per le perenni aurore, quando il cielo si squarcia d’uno strabilio celestino. Non torneranno le notti perse, quando stelle perverse giocano a dadi nel cerchio della luna, truccando le carte dell’alterna ventura. S’invola ormai il mattino, il buio è solo un ricordo. Il tuo sorriso di perla lumeggia di già le strade. Anche se non esisti. Non esisti, ma come turbine di vento, come lampo d’un momento, mi vieni accanto e mi parli di te. Stella della sera, corallo rosso, angelo di strada. Sei sogno ed eternoritorno. Sei notte che passa e giorno che rifiorisce. Sei il tempo che mi basta e più non fugge. Sei quel che sei. La corsa ininterrotta di chi s’arresta e s’estasia di tanta umana bellezza. Anche se non esisti. Stilla, lucore, il tuo viso, l’ampio sorriso.

Tu dicesti: “La vita è infinita”. Tu ami la vita, le sue scaturigini, le sue propaggini, ciò che s’addentra nel fondo del fondo. Tu insegui la vita, le sue gioie, i piccoli piaceri. Sai trasformare il dolore in raggi di sole. Sai mutuare ogni intimo travaglio in parapiglia e in serafica accettazione. Mi dicesti: “La vita va traversata vivendo”. E sì, mia cara, navighiamo lentamente in mare aperto sul vascello del tempo, sul barchetto del sogno. Dai, andiamo. Anche se non esisti. Accorgimento di venustà il tuo esperanto d’amore. Le parole, i gesti, le frasi taciute, i silenzi, come un codice di fulgore, che tu mi mandi.

Tu non sei solo carne e sangue, nervi e ossa, tu sei come una preghiera che nessuno ha mai detto, che io recito ogni giorno ad alta voce. Sei mare spirituale che io traverso con il mio battello rapito, perché ho bisogno di te. Sei la mia sponda, dove mi fermo, staziono, sosto, con le mie ansietà per sentire la fragranza del giorno. Anche se non esisti. I tuoi occhi sono sole, onda, arenile. I tuoi occhi barbagliano e allontanano ogni male. E le melanconie dell’anima. Tu sei il medicamento sulla ferita, che placa il tormento. Sei il granello di sabbia, calia preziosa da custodire nello scrigno più intimo. Sei il tempo che scorre, ma mai passa, perché ogni istante m’estasio di te. Sei la religione del mio quotidiano, il rosario che sgrano avidamente. Anche se non esisti.

Marcello Buttazzo