di Eliana Forcignanò – Oggi moriva Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 – Venezia, 29 agosto 1980). D’obbligo è chiedersi che cosa rimanga della sua eredità in Italia. Senza dubbio, la Legge del 13 maggio 1978 esiste e continua a essere applicata, tuttavia una legge non sembra essere sufficiente per abbattere lo stigma che si accompagna alla follia. Lo si dice retoricamente, talvolta, che un po’ folli lo siamo tutti, si riprende Nietzsche scrivendo che il mondo danzi sui piedi del caso, il che significa cancellare dall’orizzonte umano qualsiasi disegno provvidenziale. Perché il disegno – quello vero – lo tracciamo noi stessi, ora in lotta ora in armonia con le circostanze esterne.

Basaglia ha restituito a molti matti la possibilità di ricominciare a tracciare questo disegno, pur nella consapevolezza del rischio che essi correvano slanciandosi in un mondo che non aveva nessuna intenzione di accoglierli. Ma chi o che cosa è disposto ad accogliere questo mondo incatenato nel circolo vizioso del produci-consuma-crepa? I matti non producono se non i loro pensieri, le fobie, le ossessioni, le voci che però, in istanti di grazia infinita, possono trasformarsi in poesia e in arte, persino in musica che carezza le orecchie di quegli operatori della salute mentale che non si lasciano irretire dal pavore dell’agitazione psicomotoria, dalla violenza delle crisi autolesionistiche, dall’odio lacerante per un passato di anaffettività e soprusi.

Paura, violenza, odio: lo aveva già intuito la psichiatria dei primi del Novecento che la follia altro non è se non esasperazione degli umani affetti, pertanto, tra follia e cosiddetta “normalità” non vi è un salto, non un abisso, bensì un continuum in cui varia l’intensità del sentire, non la qualità degli affetti. Mi si potrebbe obiettare che queste sono solo belle teorie, che a dover calmare un uomo agitato occorre ben più di qualche buona parola. Nel suo magistrale saggio “E tu slegalo subito”, Giovanna Del Giudice ha chiarito bene la questione della contenzione che, oltre a serbare pericolose conseguenze per la salute cardiocircolatoria del paziente, annichilisce la dignità del soggetto e gli sottrae l’autodeterminazione. Se è vero che le belle parole non bastano, la contenzione e i Trattamenti Sanitari Obbligatori che si protraggono un mese e più rappresentano lo scacco delle buone prassi in psichiatria. Una psichiatria che dovrebbe essere fondata su quello che E. Borgna, in un suo recente saggio, definisce “ascolto gentile”, in breve sulla partecipazione empatica alle sofferenze dell’individuo che mi sta dinanzi.

Heidegger ricordava il carattere di “esperimento” della psichiatria, intendendo, però, questo termine non nel senso di un esasperato biologismo, bensì di un Erlebniss (esperienza) che implica il contatto fra due soggettività capaci di costruire partecipazione anche nel silenzio della sofferenza. Abbattere le barriere dei manicomi, come abolire le famigerate classi differenziali, è stato un tentativo d’integrazione, benché si tratti di un cammino ancora in itinere e che tende, purtroppo, a regredire perché la crescente emarginazione sociale causata dalla povertà rende sempre più difficile l’ascolto delle esigenze che appartengono alle fasce più deboli della società stessa. Il cerchio produci-consuma-crepa, per quanto non abbia nulla di gradevole, è riservato a una stretta élite che proietta quale ombra il disagio di una massa pensata e voluta in quanto massa, perché l’individuo costituisce l’eccezionale pericolosità che s’intende evitare. Che sia individuo eccentrico e naif, che sia massa ignorante e diseredata, il folle è un uomo e, in quanto tale, detentore di bisogni e di dignità che non possono essere trascurati né ingannati dietro il presupposto di un custodialismo assistenziale.

A ogni uomo e a ogni donna devono essere sempre poste le domande fondamentali della filosofia kantiana, anzi ogni uomo e ogni donna devono essere posti nelle condizioni di domandarsi da soli: “che cosa posso sapere? Che cosa posso fare? Che cosa devo sperare?”. Là dove, la domanda sul “che cosa posso sapere” avrà una risposta ben nota: ogni uomo è libero di sapere quel grado di verità che è in grado di sopportare.
Verrebbe allora da chiedersi: un matto può sopportare di sapere di essere matto? Deve sopportarlo, se è vero che la consapevolezza, pur provocando una tristezza dura da superare, apre l’orizzonte del “che cosa posso fare?”: che cosa posso fare per salvarmi, per credere che ci sia un futuro migliore oltre le sbarre delle gabbie mentali, oltre una flebo attaccata al braccio e una carezza mancata da parte di chi ha paura che la follia sia contagiosa. O, forse sì, lo è nel momento in cui diventa brama di rompere le catene per correre verso l’autonomia.

Eliana Forcignanò, 29 agosto 2017