di Alfredo Cantabria –

In tutta la produzione di Paolo Vincenti, si avverte l’ineluttabilità di una scelta fondazionale da cui prende forma un modello di scrittura che sembra avere come costante la fusione dell’orizzonte dell’io empirico con l’altro da sé: maschera ancestrale e liberatoria.
Se nei primi lavori (“L’orologio a cucù”, “Danze moderne”, “La bottega del rigattiere”) era stato affidato al dio Dioniso il compito di esorcizzare il fluire del tempo, con le sue danze selvagge poggianti, su una scrittura da qualcuno definita “rabdomantica, generatrice, eccessiva”, in quest’ultimo lavoro, “L’osceno del villaggio”, la parola è diventata disincantata e buffonesca testimone della realtà.
E’ come se Dioniso nel suo lungo viaggio, che dalla Tracia lo ha portato nel cuore della cultura occidentale, avesse abbandonato per strada i canti, i baccanali, i “goodtimes” e il sacro tirso, e con essi il suo potere psicotropo ispiratore e modellatore della realtà.
Il giovane figlio di Zeus, in questa sua ultima apparizione nella produzione di Vincenti, veste i panni di un grottesco giullare che può solo farsi beffa del re Penteo, proponendogli l’immagine degradata e buffonesca della sua regalità, ma nei limiti che gli accorda il re stesso.
Un dio dei buffoni dissacratorio a cui, come avviene nell’UbuRoi di A. Jarry, non rimane che “pensare da uomo il mestiere di re”.
Molto vicino al fool di ispirazione shakespeariana sembra essere quest’osceno del villaggio, nella sua doppia accezione di personaggio che si comporta in modo insensato, clownesco e, appunto, osceno; ma che ha ancora il dono di conoscere una verità profetica, spesso sovversiva del senso comune, fondamento quest’ultimo epistemico di ogni forma di conoscenza debole.
L’osceno diviene allora l’incarnazione caricaturale delle assurdità e della meschinità borghese tipica della società aperta, proiettata in una serie di articoli, scritti in un paio di anni, che compongono il libro. Si passa da originali articoli di costume, a sorta di editoriali su temi di scarto, come il tubo, il porno, le iene (il programma televisivo), le bolle blu, a vere e proprie esilaranti invettive contro questo o quel politico, questo o quel luogo comune (il testo “W la Mamma (?)” rappresenta un esempio emblematico).
La realtà – dove il virtuale ha assunto una grande rilevanza nella misura in cui funge da estensione reale della res cogitans cartesiana – viene parodiata nella sua oscenità di non poter essere raccontata diversamente da come è racconta, libera dai generi e fuori dal controllo del pensiero mainstream nell’era di internet.
Per concludere, parafrasando una felice definizione che Lewis Hyde diede del trikster, diremo che l’Osceno- Vincenti “è l’idiota creativo, il saggio buffone, il bambino dai capelli grigi, il travestito, il dissacratore. Laddove un senso di onesto comportamento impedisce a qualcuno di agire, lì apparirà l’Osceno pronto a suggerire un’azione amorale, qualcosa di insieme giusto e sbagliato, che permetterà alla vita di continuare”.

Alfredo Cantabria