di Marcello Buttazzo –

Marco Masciovecchio, “Roma-sotto a ‘sto celo
2025, Delta 3 Edizioni

Dopo aver pubblicato nel 2023 il libro di versi “Poco più di niente” (Ensemble, Roma) torna alla poesia Marco Masciovecchio. Da poco (marzo 2025) è uscita la sua nuova raccolta poetica, intitolata “Roma-sotto a ‘sto celo” (Delta 3 Edizioni), nella collana Plenilunio diretta da Emanuela Sica. Un viaggio sentito, antropologico, esistenziale, “sotto a ‘sto celo”, per la città eterna. Un viaggio speciale. A bordo della sua profonda sensibilità, Masciovecchio segue un percorso dello spirito con uno sguardo desto, attento alla realtà d’intorno. Già la dedica d’apertura  (a mi’ padre che m’ha imparato tutto/a mia madre che quel tutto l’ha tradotto in italiano) è una intima dichiarazione d’amore per i genitori, fari lucenti e guide solide, punti di riferimento.

Nella prefazione Davide Toffoli, a un certo punto, scrive: “Il carattere dei romani e di chi si stabilisce a vivere nella città eterna si rispecchia profondamente nel carattere del gatto, e Marco Masciovecchio è un gatto speciale, azzarderei dire “pasoliniano”, perché evidenzia uno sguardo quasi cinematografico sugli “ultimi” e su alcuni degli aspetti più drammatici del reale”. Errando per le vie, per le strade di Roma, l’autore incontra un’umanità marginale e periferica, personaggi caratteristici di forte e significativa peculiarità. Er matto che strilla tutto er giorno “Vojo morì da vivo!”, la professoressa che “viveva da barbona tra li barboni/anniscosta tra li giardini de la chiesa”, la puttana di vent’anni appena che “conosce ogni parma de’ sta strada”. E in una vera “Spoon River” dei vivi, Masciovecchio, animato da un’ironia corrosiva e a volte un po’ colorata, tratteggia una costellazione di soggetti umili, gente del popolo, che poi è quella che definisce e segna la Storia. Come Peppe, 65enne, costretto dagli eventi, dalle contingenze, ancora a lavorare, a salire e a scendere dalle impalcature: “60 euro in nero pe’ 10 ore/Bruciato sotto ar sole”. Come “l’operai/ cor sole a picco/40 gradi a lujo a torso nudo”. Vite, vite spezzate dal destino e dal fato ingrato. Come l’amico motociclista “morto a trentatre anni, come nostro Signore./Morto a settembre su quell’incrocio infame”. O come la donna trovata “sdrajata sopra ar letto”, che hanno portato morta dentro un sacchetto nero “come monnezza pell’indifferenziato”.

Vita dura, di innumerevoli accadimenti. Fatica, fatica per la vita ordinaria. Lo sa bene la colf a ore che guadagna 400 euro al mese, “co’ un fijo de 10 anni/co’ un marito ar gabbio pe’ spaccio e detenzione”. Per le pagine di “Roma- sotto a ‘sto celo” scorre e si muove la gente umile. C’è nell’autore la consapevolezza che la povera gente rimane sempre negletta e sfavorita dalle vicissitudini. L’autore vive sulla pelle il senso dell’effimero, il sentimento di caducità dell’esistenza. La morte, la tetra signora con la falce nera, la commare secca fa subito capolino, lei “nun chiede mai er permesso,/nun aspetta. Ariva puntuale”. La morte “bussa a la porta, raschia co’ le dita,/nun je ne frega un cazzo se nun risponni/trova lo stesso er modo de fasse spazio”. Chiara si staglia la figura della nonna, che morì nel 1970, ai primi di maggio, quando Marco era ancora un fanciullino ( “Quanno mi’ nonna s’addormentò pe’ sempre/nun ciavevo manco tre anni,/ma quer ricordo è un chiodo piantato ne la mente”). Il padre è una guida stabile, salvifica, capace d’insegnare con dolcezza le regole dello stare al mondo. Il padre lo porta a spasso per strade, per quartieri, sul Pincio dove poter gustare un bel tramonto. Il padre del fanciullino Marco è una sacra figura laica, un maestro di vita (“Quanno mi’ padre me imparò a anna’ in bicicletta/sotto casa c’erano parcheggiate ‘na ottoecinquanta,/ ‘na centoventisette e ‘na giujetta./M’aveva torto le rotelle er giorno prima”.

Roma appare in tutto il suo fulgore di città piena di luce e di zone d’ombra, di beltà e contraddizioni. La città eterna, “pronta p’accoje, a cosce larghe,/i turisti stralunati a bocche aperte”. Una città radiosa e umbratile, Roma, a prima vista può sembrare liberale e libertaria, ma “la città cia’ tante chiese/sortanto all’apparenza aperte, ma sempre chiuse ottuse”. Una città sempre in guerra, che ha visto passare e vede passare ancora tanta gente strana. Una città che talvolta sospinge il poeta nelle periferie dell’anima: “Io l’amo e l’odio” come “sta vita mia”…

Er celo sopra Roma
Pure quanno s’annuvola e se fa’ nero,
cia’ sempre ‘no spicchio de sereno.
Appare come un dipinto,
fatto da Iddio,
p’aricordacce che solo là ce sta’ er Paradiso

Si respira nella raccolta un forte disincanto. Qualche anno fa, al tempo del covid, Roma era spettrale come un fantasma. La gente, tuttavia, in un anelito d’amore, animava la città con i caroselli sui barconi, con gli striscioni, il Papa pregava Cristo Redentore nella immensa piazza completamente vuota. Si respirava allora una aria di passione. Ora, però, è il tempo del disincanto. Tanto che Masciovecchio canta: “Eppure ne dovevamo uscì mijori/Invece eccoce qua, ancora più incazzati/bestie inferocite sortite dalle gabbia/pronte a sbranasse, mica pe’ fame,/ma solo pe’ gode’ ner fasse male”. Molto delicati veramente i versi dedicati al padre, affetto a un certo punto della sua esistenza da un deficit senile. Il padre che s’era sempre amorevolmente preso cura del poeta (quando era ragazzo, adolescente). Il poeta che alla fine si commiata malinconicamente dall’amato genitore: “Sai, me l’hai stracciato er còre, quella mattina quanno t’ho fatto io la barba”.

Marco Masciovecchio è pienamente consapevole dell’alterna e incerta ventura degli umani, Sa che la vita è implacabile, caduca, è l’effimero fiore. Per questo motivo il poeta rivolge una supplica a Cristo affinché (quando verrà l’ora) lo lasci morire in pace, “magara drento ar letto mentre dormo”, possibilmente senza le sofferenze patite dal padre e dal fratello. C’è in “Roma-sotto a ‘sto celo” l’amara consapevolezza d’un tempo post-tecnologico sventato, superficiale, che spesso non si sa prendere cura della giusta, opportuna misura dei rapporti umani. Compaiono nella silloge versi esemplari, emblematici d’una distratta società odierna che disconosce l’umano. Tanto che quel Cristo con le sembianze di barbone, venuto sulla terra il pomeriggio del 24 dicembre, al cospetto d’un mondo sfibrato, dilacerato, “invece de aritornà a fa’ er bambinello ner presepe, se infila ‘na corona de spine e/s’arimette in Croce”. È poesia davvero degli umili quella di Masciovecchio, dei disagiati, di chi traversa tempeste e sofferenze. Nella giornata mondiale della poesia, il 21 marzo a primavera, “la poesia più bella/la recita in silenzio un ceco,/che baciato dar sole su la guancia,/arzanno lo sguardo ar celo/immagina l’arcobaleno”. Nei versi di Masciovecchio c’è una decisa postura civile. I suoi versi sono d’amore, d’incanto, di disillusione, di impegno. Sono versi eminentemente esistenziali. L’autore ama Giorgio Gaber che dice in una canzone: “la libertà è partecipazione”. Commovente e al contempo caustici sono i versi redatti per Pier Paolo Pasolini, il grande poeta che “ritorna” fra noi per sentire le voci imbastardite dei dialetti, per vedere ‘na nuvola de regazzini dietro un pallone fatto de stracci. Il grande poeta corsaro “se li guarda e ride,/se toje la giacchetta, entra ne la nuvola e se mette a core,/ pure lui in preda a la dispirazione”. Nella nota critica finale, Anna Segre puntualizza che lo sguardo del poeta è dolente, indulgente, in questa spoon river di borgata. Così scrive Segre: “Ognuno è salvato e vendicato dalla narrazione di Masciovecchio, forse, anzi, salvezza e vendetta sono gli obiettivi del poeta, erede di pasquino, che dalla pagina denuncia la pochezza, la bassezza e tramite ciò scontorna la luce di ogni personaggio, costretta nel propri destino, ma non per questo malvagio”. In “Roma-sotto a ‘sto celo” è presente un approfondito e analitico saggio di Emanuele Sica, a proposito “de Roma e de chi la canta”. Sica ritiene che nei versi di Masciovecchio ci sia molto Pier Paolo Pasolini. Puntualizza Sica: “Non è difficile capire che Pasolini vedesse nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che è ancora è puro e incontaminato (come tale doveva essere “protetto”). C’era in quelle espressioni una sorta di verginità”. Come Pasolini, Masciovecchio riesce a “fotografare” il reale, è incapace di “abbellirlo” perché sa che potrebbe svilirlo. Qualcuno potrebbe pensare che, nell’uso del romanesco, Masciovecchio possa essere accostato in un certo qual modo a Trilussa. Ma per Trilussa, il romanesco è il linguaggio del quotidiano, che maneggia con ironia e semplicità per smascherare le ipocrisie della società. Masciovecchio, invece, impiega il romanesco “per esplorare il rapporto fra l’individuo e il tempo, in una sapiente commistione di vissuti, memoria e destino. Emanuela Sica precisa che Roma per l’autore “non è solo uno spazio fisico, ma un vero e proprio sentimento, un’idea di assolutezza e contemporaneità che ci attorciglia al passato che vive ancora nei cuori di chi li abita. E il dialetto, anzi la lingua romana, con la sua schiettezza, con la sua profondità, è quella più adatta a dar voce all’anima”.

Marcello Buttazzo