In “un nuovo incarnato” della scrittura
di Giuseppe Semeraro –
Nota di lettura su: “L’indole del tarlo” di Luca Crastolla
Collana Plenilunio Delta 3 Edizioni
L’indole del tarlo è quella di scavare labirinti, gallerie e passaggi segreti. La sua indole è quella di addentrarsi nella materia fino a svuotarla, scheletrizzarla e, mentre divora, il tarlo produce un suono simile a un ticchettio segreto di congegno esplosivo, una lancetta che rosicchia il tempo con la precisione di un metronomo. Queste parole basterebbero a definire e forse sublimare l’idea di scrittura e di poesia di Luca Crastolla, poeta che stimo e seguo con grande attenzione. Abbiamo vissuto nello stesso paese: Pezze di Greco; abbiamo più o meno la stessa età ma per varie distrofie della vita le nostre turbolenze adolescenziali avevano ascendenze diverse. Ci siamo incontrati a distanza di anni con un continuo scambio umano prima che artistico.
La prima cosa che si prova leggendo i testi di Luca è la stessa sensazione che si prova quando ci si accosta a qualcosa di unico, originale, mai sentito prima. Con questo libro Luca ha portato a compimento maturo una scrittura che non ha precedenti. Quando mi accosto a un libro o a un autore, la cosa più preziosa è la sensazione di avere davanti qualcuno che lavora alla ridefinizione della lingua, come se la lingua fosse un immenso monile lavorato da anonimi artigiani.
E’ come se Luca forzasse il linguaggio e ne scalfisse a suon di scalpello un nuovo incarnato. Uno dei compiti della buona poesia è quello di spingere la lingua in una zona dove il linguaggio compie le sue mutazioni, i suoi salti di specie. La poesia di Luca si muove in quelle zone in cui si allevano sensi non endemici.
Certo anche nella sua poesia si riconosce la genia dei maestri ma è sempre metabolizzata al presente, mai devota al poeta patrono, mai memore del rimpianto.
C’è un Sud arrugginito dal sale di un vecchio lago prosciugato, un Sud allargato a tutte le sponde del mediterraneo, un Sud che contagia con il suo procedere allucinato.
C’è musica che sgorga dalle pietrose fonti di questa poesia, vento funebre che si attarda tra le rovine di un mondo agli sgoccioli. Considero questo libro come un gioiello raro da tramandare, L’indole del tarlo, edito dalla casa editrice Plenilunio lavora dentro di noi come un tarlo buono che scava e scova passaggi segreti al mondo di sotto, nella miniera della lingua.
I VERSI SCELTI DA GIUSEPPE SEMERARO PER LA SUA NOTA
*
domandare alla cenere quanto sia saliente
la questione altissima della lana caprina
o a un raro sciame allucciolato di pigiare
un chicco arso con piglio cafone e l’ira
di una mano tutta nei calli. Se accadesse
se i nostri discorsi scendessero al lievito
dei fatti remotissimi, e sapessimo infine
tenere che il Paese pure ha la sua ferita
dove una lama unì la lingua e una legge discese
a dividere rispetto e brigantaggio, dove i treni
calarono per l’incuria di smaltire il passato, dove
il bene comune prese il muso duro dell’esproprio
e distinguere Caino da Abele portò all’attentato
alla strage, all’affiliazione e alla moria
delle vacche e dei figli
**
frattali di silenzio rincorrono l’ossido delle strade
fin sulle nostre guance asciutte nonostante
la fitta citologia della pioggia di questo mese
Pure l’epica degli altiforni si spegne
sotto occhi bagnati di diossina e ricatto
e le parole, e le sinapsi tra le parole
poiché anche questo esiste non creato
ma generato da un mormorio oscuro, incappucciato
eppure ferisce le trafitture con scafo mercantile
taglia la città dal molo Tamburi, la storia raccontata, lo spazio
infine, identico: un degradare di noi
che eravamo sativi a convivio e ci scambiamo reliquie
***
con tempie più semplici provare a levante
pur disastrati dalle ischemie della notte
madre rammendare piccoli bagliori
ricondurli a scodelle di latte. Averne
a sufficienza di robivecchi urlanti
con tempie più semplici provare a levante
pur disastrati dalle ischemie della notte
madre rammendare piccoli bagliori
ricondurli a scodelle di latte. Averne
a sufficienza di robivecchi urlanti
abbastanza di arrotini mattinieri
di giovani anni irrecuperabili. Il paese
ha una saracinesca, qualcuno v’incise
di lato l’altimetria, ora lì sbiadisce
nelle pupille di gatti da lisca e nelle mie
che ricordano lo smeraldino mai venuto intorno
alle fave gastimate sotto speroni di sole
alle mietitrebbie (gli enormi insetti)
nelle avarie della canicola, e alla benzina
succhiata dai serbatoi nelle cupe officine
da dove si risorgeva tardi anche a luglio e agosto
e settembre risaliva in grembiule e quei banchi
recavano la forma vuota del calamaio, un pozzo
di noja* rampicava. Si celebrano smoderati
centesimi a furia di assenze, le chiamano
nel loro duro dominio. A me pare madre di averti
sempre al seno vizzo di questo carso. Le ricadute
nei calchi e nei versi di quanti inchiodano in alto
il sud mordendosi guance nettarine fino ai rovi
fino alla rovina
*La Noja è un sentimento che appartiene all’universo del tarantismo e somiglia più al cordoglio per la perdita di un affetto. Una perdita di cui i tarantati non sapevano elaborare il referente attanziale del dolore. Non è quindi la noia, ovvero, il sentimento di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, legato alla mancanza di attività e o dall’essere occupato in cosa monotona o contraria al proprio desiderio.
****
ed io mi vado rammaricando splendendo
sotto portici di voci che danno alla testa
quell’esatta incurvatura: quantità precise
di piovaschi che sottraevi alle magre grondaie
per non lasciare una madre al suo iniquo
pianto. L’inettitudine di dire “cuore” al cuore
senza avvertire una solida serpe di sciocchezze
risalire da un bollore di fave bianche:
l’ancoraggio delle mie derive. L’articolo
determinativo maneggiato con poco mestiere
poco plenilunio. Non si osa decifrare, poi
la folla fantasmagorica dei pronomi:
‒ l’innesco e l’esplosione del congegno alato ‒
o le cortecce di suolo che ospitano i miei primitivi
segni, inalberati per lavare i piedi ai soffitti
dei nostri paesi dell’interno, appollaiati
su nudi calcari, nodi ai fazzoletti per aver dimenticato
I basilischi che siamo sotto le sagre del sole d’agosto
per compiacere, se proprio si vuol dire, con i corridoi
di luminarie e lupini su basolati incamiciati d’asfalto
e doverne fare cartaccia acchiappamosche e sorriderne
Sorridere di costati in cartapesta esibiti e trafitti di nuovo
da lame di idrolitina vacanziera. E le nostre isole di vento
le nostre congiunzioni di mare, e di genti
chiuse in pagine di diario arate a metà
a metà vociate di tanto in tanto agli amici
presso le aie dei nostri padri odorosi di negroamaro e basilico
le nostre lettere inviate a tutti e a nessuno, il nostro cane
sciupato nel mordersi la coda. Tu sai come si allaga
sgranandosi nelle sue terribili pupille

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