Il Fine Vita e le preoccupazioni della Cei
di Marcello Buttazzo –
Dopo l’approvazione della legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito, la Conferenza episcopale italiana è intervenuta per esprimere “preoccupazione per le recenti iniziative regionali sul tema del fine vita”. In una nota la Presidenza della Cei ha espresso legittime doglianze e aspettative: non fare di questo tema una questione di schieramento, auspicare un ampio confronto parlamentare “che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini”, favorire l’accompagnamento e la cura della malattia, sostenere le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Oltre a caldeggiare la formulazione d’una legge parlamentare a salvaguardia della vita, i vescovi sollecitano i politici nostrani a diffondere capillarmente le cure palliative, che alleviano le sofferenze e assicurano fino alla fine la dignità della persona. Il concetto paradigmatico di base del pensiero cattolico ha una sua forte significanza antropologica e ontologica: “La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità”. Ciò detto, la politica attiva deve seguire la sua strada ed addivenire ad una opportuna legge sul “fine vita”, secondo le indicazioni precipue della Corte Costituzionale. Quindi, da un punto prettamente politico, i rappresentanti delle istituzioni dovrebbero uscire fuori dal loro torpore e dovrebbero pervenire, sotto la guida del comitato ristretto parlamentare, ad un testo ampiamente condiviso. La vita che finisce, la vita che sfiorisce, è una dolente terra di confine, mal si presta a polarizzazioni estreme. Parimenti, occorre aggiungere che dovrebbero essere smussate le asperità e i furori confessionali di certuni. È necessario più che mai che la nostra inadempiente classe politica affronti costruttivamente nelle aule preposte questa delicata questione eticamente sensibile. Altresì, si deve precisare che le cure palliative, per quanto miracolose, in certune circostanze di malattie progressive e perentorie con tormenti psicologici estremi possono risultare perfino inefficaci. In specie alcuni nostri politici, spesso succubi dei movimenti “pro-vita” più integralistici, non dovrebbero dimenticare che viviamo ancora in uno Stato laico e liberale, che deve saper fare il pieno di morali. In tale prospettiva, la Conferenza episcopale italiana deve esimersi dalla pretesa di voler dettare l’agenda politica. La Presidenza della Cei ha affermato recisamente: “Primo compito della comunità civile e del sistema sanitario è assistere e curare, non anticipare la morte. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della Persona”. La politica attiva non può sottostare a queste ambiguità confessionali. Se per i cattolici la vita è sempre sacra e intangibile, per i laici essa, in certuni casi di malattie invalidanti e di travaglio insopportabile, può diventare disponibile. La qualità dell’esistenza, l’autodeterminazione del soggetto, la sua autonomia morale, sono elementi fondamentali e prioritari che uno Stato laico e liberale (non etico) deve saper assicurare, in rigorosi quadri normativi.
Marcello Buttazzo

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.