di Vito Antonio Conte

Se non fosse che l’algebra è (comunque) presente nell’ultimo mio scritto (pubblicato su Spagine della domenica), e se non fosse che sempre l’algebra è (comunque) presente nel pezzo su Paolo Conte scritto da Gianni Ferraris, mi sarei limitato a quel rigo di commento che (pure) ho postato.
Se non fosse per questo, adesso, forse, avrei taciuto.
Se non fosse perché amo troppo Paolo Conte, forse, avrei taciuto (avendone, peraltro, già scritto…).
Se non fosse che Gianni Ferraris mi sta a cuore, forse, “alfagana” e “penosa”, per non dire d’altro, sarebbero lì, siccome sono.
Se non fosse che a “aggravare” il tutto c’è pure (chi vuol intendere, intenda…) il mondiale di calcio…
Poiché, invece, tutto questo (stamane) ha un senso, ve lo rendo. Algebrica è (oltre tutto) la poesia di Linda Perrone.
Algebrica è (oltre tutto) “La donna d’inverno” di Paolo Conte.

Quello che segue è il testo (quello – tra i tanti presenti sulla rete – più prossimo all’originale e che, in ogni caso, per composizione e assenza d’interpunzione, preferisco) della canzone di Paolo Conte, testé citata:

Perché d’inverno è meglio
la donna è tutta più segreta e sola
tutta più morbida e pelosa
e bianca afgana
algebrica e pensosa
dolce e squisita
è tutta un’altra cosa
chi vuole andare in gita
non sa non sa non sa

quando la neve attenua
tutti i rumori e in strada gli autocarri
non hanno più motore
questo è il tempo di lasciarsi sprofondare
nel medioevo delle sue frasi amare
dice non vuol peccare
però si sa lo fa

sto trafficando beato me
dentro un fruscio di taffettà
e mi domando in fondo se
mentre lei splende sul sofà
d’inverno d’inverno
non sia anche più intelligente

sì sì d’inverno è meglio
dopo è più facile dormire e andare
oltre i pensieri con un libro di Lucrezio
aperto tra le dita
così è la vita
tra una vestaglia e un mare
chi vuole andare in gita
non sa non sa non sa

Ora, chi ha letto il pezzo di Gianni Ferraris sa che lì (Cfr. Spagine.it) la donna è (oltre tutto) “alfagana” e “penosa”.
Per una miriade di ragioni (logiche, sinallagmatiche, testuali, ambientali…), che qui non dirò, credo – invece – che “La donna d’inverno” di Paolo Conte è (oltre tutto) “afgana” (al più: “afghana”) e “pensosa”.
Ché (oltre tutto) preferisco una donna pensosa a una penosa (in tutti i sensi, compreso il doppio…).
Ché (oltre tutto) preferisco una donna afgana (al più: “afghana”) a una alfagana.
Intanto, perché i significati che ho trovato di alfagana non mi piacciono. Né mi piacciono quelli che ho trovato di alfa gana.
Poi, perché credo che nella mitologiapraticata (da leggersi proprio tutt’unito), sentimental-sessuale, di Paolo Conte c’è più esotismo, mistero e liquidità in una bianca afgana (al più: “afghana”) che in una bianca alfagana.
Ma questo, all’evidenza, vale soltanto per me.
E per tutte le mie ragioni.
Quelle cennate e non spiegate.
Tranne una: quella che permea il pezzo di Gianni Ferraris: la ragione poetica. Non di chi fa poesia. Ma di chi la cerca. Volente o nolente. Per cui va bene che la donna sia alfagana, come un termine sconosciuto, come un neologismo, come una canzone, come un verso, come un mistero che diventa parola che assume il significato di chi legge, di chi ascolta, di chi vuol andare oltre la semantica…
Di chi è capace (poeticamente prosando) di scrivere: Dove inizia la poetica e dove finisce? Cosa si nasconde dietro i versi, chi canta cosa? Paludati poeti autoincensanti, verseggiatori scafati e allegri, o una corazzata scassata carica di folli visionari, l’utilizzo della lingua come una biscia viva e guizzante, arriva, viene, va, si nasconde, silenziosamente vera, sparisce… era lì un attimo prima, non esiste più. Poco oltre una pelle lasciata a seccare al sole. È la sua, è tempo di muta… Ora è nuova, splendida. Forse è alfagana…

Forse è alfagana.
Di sicuro, è bellezza.

Vito Antonio Conte