di Marcello Buttazzo –

Lasciare sempre libere le briglie del sogno. Troppo dura e ispida la realtà ordinaria che, a volte, incatena i nobili vagheggiamenti e opprime coi suoi neri malcontenti. Meglio, sì, molto meglio talvolta navigare sul battello ebbro dell’utopia, che esperire l’imbelle vita illanguidita. A cosa serve sfibrarsi nelle centomila faccende d’una esistenza svigorita, senza mai alimentare la viva fiammella della fantasticheria? Non è mai vano il sogno se torni desto dal sonno. Non è mai disadorno il miraggio alla fine del terreno viaggio. Un milione di chimere inseguimmo per non sfiorire, per non morire. L’eterna immaginazione di là delle strettoie dell’angusto giardino. Niente dolore, né croci da trasportare. Sta per nascere novembre. Il mestiere di vivere di noi umani è quello di mutare il pianto, di trasformarlo in giardini di viole. Le lacrime cadute a più riprese rigarono il volto. Le lacrime trattenute fecero esplodere fiumi carsici di insoddisfazione, di noia. Ma finalmente l’insofferenza declina sensibilmente, le ragioni della vita minuscola e impercettibile diventano l’unica filosofia praticabile. Niente chiodi di tormento, di mestizia, nelle carni e nello spirito ridestato. Siamo ancora vivi in questo tempo di contraddizioni, a meditare la maestosità d’un cielo di fine ottobre. Siamo ancora vivi e abbiamo tutto il tempo che ci resta per meditare sull’amore. Non è più dannato il tempo, il tormento si placa, il fluire del momento rifiorisce lento al lume d’un modesto pensiero. Non ci resta che addentrarci passo passo fra le pieghe del giorno, questo cielo azzurrato è un bimbo che gioca alle nubi. Fra poco uscirò per strada. Per intanto, mi ritorna il tuo sguardo che brilla. Mi ritorna la scintilla dei tuoi occhi, i tuoi occhi di mora, occhi di brace, lapilli e fiamme. I tuoi occhi di cerva sono la più fascinosa presenza dell’oggi. Non è più ferito il tempo. Il minuscolo seme piantato nel terriccio diventerà foresta, foresta lussureggiante, foresta virente. L’antico giardino lasciato incolto sarà fiore. Fiore e pistillo. Il tempo non è finito davvero. Ogni attimo va curato adesso, vezzeggiato, per sfuggire alla dimenticanza, alla noia, alla perdizione, alla frustrazione. Ormai non c’è più tristezza che venga, non c’è scontentezza. Ti vedo adesso, t’ho finalmente incontrata, ammirata nella tua danza di donna lieve. Ogni tua parola è delicata come un morbido cuscino, ogni tuo sorriso è ridente come sole del Sud. Tu fai sbocciare le rose nei giardini dei poeti, fai rosseggiare i papaveri a maggio, fai nuotare i pesci d’oro nella fontanina di paese. Con te, donna d’amore, tornerà ancora una volta l’estate di sogno e d’ebbrezza. L’estate di malva, menta, basilico. E lo stupore sarai tu. Sarai la meraviglia. Non ci sarà conchiglia della memoria ad assillarmi più, a turbarmi con le sue insulse ricordanze. Sbalordimento sarai tu. Già adesso tu sei l’ardore, l’ago d’amore che ricuce ogni ferita. Sei la vita che aspettavo con bramosia per strada, per le vie, per le piazze. La vita che aspettavo. Al cominciamento del giorno.

Marcello Buttazzo