di Antonio Stanca

Nadia Fusini è nata ad Orbetello nel 1946, si è laureata in Lettere a Roma nel 1972 e si è dedicata in particolar modo allo studio della letteratura americana ed inglese. Ha insegnato Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Bari, poi a La Sapienza di Roma ed infine alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Molto importanti sono risultate alcune sue traduzioni di autori in lingua inglese quali Virginia Woolf, John Keats, Shakespeare, Beckett, Shelley. Li ha pure commentati e degni di riconoscimento sono stati questi lavori. Suoi sono, ne“I Meridiani Mondadori”, due volumi su V. Woolf ed uno su J. Keats.

Ha indagato, quindi,la Fusininelle opere di donne e non sono state soltanto la Woolf e la Shelley ma anche la Dickinson, la Mansfield e la Plath. Il problema dell’identità femminile, della ricerca, del raggiungimento di questo traguardo è stato il motivo che ha mosso la studiosa, la saggistanonché la scrittrice. Anche nella scrittura narrativa, dove ha esordito nel 1996 col romanzo La bocca più di tutto mi piaceva, la Fusini fa della donna la figura principale, il personaggio ricorrente. Su di lei si sofferma la sua indagine, nel suo animo, nel suo spirito penetra senza trascurare alcun particolare compreso il più remoto. Così avviene pure in María, il suo romanzo pubblicato quest’anno dalla Einaudi.Con esso la Fusini è tornata alla narrativa dopo un’assenza piuttosto prolungata.

In María si dice di una giovane donna del Nord Italia che ha lontane origini spagnole e che lascia il suo lavoro d’insegnante d’asilo per sposare Giovanni, venuto dal Sud per lavorare. A lei era apparso timido poiché lo aveva notato chiuso in sé stesso, restio ad esprimersi, a mostrarsi in pubblico. Sposatasi scoprirà che non si trattava di timidezza, di paura ma degli aspetti esteriori di un carattere introverso, tendente a vivere di sé, di propri pensieri, di proprie regole, a rifiutare l’altro o a volerlo ridurre alla propria volontà, alle proprie convinzioni, ai propri bisogni a costo di fargli del male, colpirlo, ferirlo, ucciderlo. Giovanni si rivelerà una persona poco equilibrata, in predaad ossessioni, capace di diventare crudele, feroce anche nei riguardi di María. Le farà abbandonare la sua casa, la sua famiglia, i suoi posti, la porterà su un’isola quasi deserta dove la lascerà sola per l’intera giornata, la tradirà con Rosalia, la donna amata in precedenza, ucciderà il giovane forestiero che a questa stava mostrando interesse, compirà il delitto alla presenza di María e di altre gravi azioni la farà testimone. Su di lei sfogherà le sue allucinazioni, giungerà a considerarla la causa della sua condizione, dei suoi ripetuti fallimenti, la odierà, non ci sarà serata priva della sua violenza verbale e fisica nei riguardi della moglie. Questa si adatterà alla situazione, sopporterà un male che era sempre aumentato, penserà che anche questo si possa amare, che l’amore è per ogni aspetto della vita. Ma lo farà fin quando non nascerà il loro figlio, fin quando Giovanni non le imporrà di rinunciare alla maternità e di far adottare il bambino. Sarà allora che si sentirà animata da uno spirito, da un coraggio, da un ardore che non aveva conosciuto prima, sarà il pensiero di dover difendere l’altra vita che da lei era venuta a renderla forte, a farle superare la paura che sempre l’aveva frenata, sempre le aveva impedito di parlare, di svelare, di denunciare. Ora lo farà: fuggirà dall’ospedale dove era ricoverata, raggiungerà il più vicino distretto di polizia e qui farà la sua confessione. Sarà una lunga confessione, comprenderà tutta la sua vita con Giovanni. Questi sarà arrestato e messo in carcere mentre il bambino verrà ritrovato e affidato alla madre, che tornerà dai suoi genitori.

Colpirà questa vicenda sia la commissaria Vitale sia l’appuntato Santini, incaricato di redigere il verbale. Alla lettura del diario scritto da María su quell’isola e alle riflessioni della Vitale e del Santini sarà dedicata l’ultima parte dell’opera. Ne avevano sentite tante di storie ma questa era sembrata loro la più triste, la più dolorosa. Erano rimasti legati alla figura di María, avrebbero voluto sapere ancora di lei, come era stata accolta in casa, come viveva col bambino, cosa faceva, cosa pensava. Erano stati i suoi pensieri di donna continuamente offesa, violentata ad attirare la loro attenzione, a suscitare la loro compassione. María li aveva sorpresi per come aveva saputo sopportare tanto male, per come era riuscita a salvare il suo bene, a non comprometterlo, a non guastarlo nonostante fosse rimasta sola, senza che niente, nessuno le fosse stato di aiuto.

Ingannata, tradita era stata nella sua vita serena, nella sua anima buona, così buona che le aveva fatto accettare anche il male, lo aveva fatto rientrare tra le altre cose della vita. Se alla fine aveva cambiato idea era stato per salvare il bambino ma mai sarebbe stata libera dai rimorsi che la sua azione di denuncia le aveva procurato.

Non una sola vita ma tante, non una sola verità ma tante sono quelle rappresentate da María e dalle altre donne della Fusini siano grandi o piccole, siano le note scrittrici, da lei tradotte e studiate,siano le anonime protagoniste delle sue narrazioni. Tutte sono diventate, come Marìa, un esempio di quella femminilità tanto estesa, tanto capace di accogliere, comprendere, sopportare da aver costituito il motivo principale dell’attività della studiosa e della scrittrice.

Antonio Stanca