“L’uomo perplesso”, Vacca per Cioran
di Marcello Buttazzo –
È appena uscito (settembre 2025), pubblicato da Qed Edizioni (Collana Hyle), il nuovo libro di Nicola Vacca dal titolo “L’uomo perplesso. Viaggio negli abissi di Emil Cioran“. Vacca ritorna ad abbracciare lo scettico dei Carpazi. E lo fa con tutta la sua verve, con tutta l’incidenza della sua penna fine e dissacrante. Nel libro si può ammirare un disegno di Emil Cioran ritratto splendidamente dall’urbanista Alfredo Vacca. “L’uomo perplesso. Viaggio negli abissi di Emil Cioran”, è un percorso scritturale che Nicola Vacca compie nel mondo suasivo e multipolare del grande autore transilvano. Vacca per redigere il suo scritto sull’esule parigino fa ricorso ad una vastissima bibliografia, fa riferimento alle opere di Cioran, ad articoli, a saggi e a contributi significativi, a carteggi, a interviste, a letteratura secondaria. Nel tratteggiare “L’uomo perplesso”, lo scrittore pugliese scende a piedi nudi e con la mente aguzza nel giardino virente di Cioran, nella sua storia biobibliografica affascinante, in un’esperienza umana e letteraria unica nel Novecento. Cioran, il pensatore apolide, che sfugge a qualsiasi definizione stereotipata e apodittica, che in tutta la sua esistenza coi fatti sostanziati dai suoi scritti ha espresso la sua sfiducia nell’oltremondano e nelle facili utopie dell’ordinario mondo dell’esperienza. Nicola Vacca, fin dai primordi del suo libro, chiarisce le motivazioni effettive e ontologiche che l’hanno indotto a scrivere diffusamente e nuovamente di Cioran.
Per Vacca, leggere Cioran è come bere un caffè amaro, perché il grande scettico dei Carpazi “è l’uomo perplesso che con le sue intuizioni ha fatto saltare il banco con una scorrettezza del pensiero che non ha eguali nella storia della letteratura”. Leggere Cioran è un atto di devozione alla maestra libertà, è un atto d’amore contro i dogmi e le verità stereotipate. Quante volte noi uomini facciamo i conti con il fissismo delle morali comuni, che limitano e asfissiano il libero pensare. È vero, le scaturigini della verità talvolta sono difficili da individuare, da comprendere. L’importante nella nostra biologia e adattamento culturale di persone libere è non cedere mai alle lusinghe del verosimile e dell’inganno, non lasciarsi mai soggiogare dal politicamente corretto. Nella nostra storia di uomini sensibili e contegnosi dobbiamo pazientemente incamminarci sui selciati del vero. Leggere Cioran e gli scritti di Nicola Vacca presuppone l’antefatto che dobbiamo essere persone libere, capaci di smascherare tutti i veli fallaci che possono perturbare il nostro agire quotidiano. Cioran non s’abbandona mai alla deriva del vivere facile, alle certezze assolute ha prediletto la ferita aperta del dubbio, il naufragio come essenza autentica della musica del respiro. E Nicola Vacca con “L’uomo perplesso” non scrive un semplice saggio sullo scrittore nato in Romania, ma un florilegio di venustà, come atto d’amore assoluto e disinteressato. Nella prefazione Vincenzo Fiore a un cento punto scrive: “Il poeta Nicola Vacca torna con questo libro nel territorio dissacrante di Cioran, per rinnovare il suo patto con il disincanto, per dare voce a quell’ossessione che lo lega indissolubilmente alla parola estrema del filosofo nato alla periferia dimenticata dell’Europa. In queste pagine, la presenza dell’apolide non è uno sterile e fermo oggetto di studio, ma è un percorso, è uno scalare le vette della disperazione, sentire la vertigine sulla propria pelle e scegliere volontariamente di guardare verso il basso”.
In effetti Vacca, ancor prima che un critico letterario, è un poeta. E lui usa il metodo d’indagine proprio della poesia (cioè scavare certosinamente nel profondo, nel fondo del fondo) per far balenare in superficie, cioè nel sommerso del mondo reale, elementi del mondo dell’esperienza. Vacca scandaglia con approccio poetico e sentimentale, con spirito d’anamnesi, l’opera del grande apolide, con rispetto sminuzza pagine e pagine degli scritti di Cioran, tracciando un percorso scritturale originale. Nella postfazione Alessandro Seravalle afferma che “Vacca si rifiuta decisamente di violentare, con le armi di un’ermeneutica totalizzante, la magnifica prosa di Cioran; egli, da poeta qual è, allontana dalla propria scrittura ogni tentazione vivisezionante propria di tanta filosofia sistematica per affidarsi invece alla carezza. Uno scambio di effusioni, si potrebbe ipotizzare”. In effetti, lo scrittore pugliese, di fatto, dialoga amabilmente con l’autore transilvano, con una prosa divulgativa ed efficacissima empatizza con lui.
Nella parte iniziale de “L’uomo perplesso” Vacca conversa con Cioran sensibilmente e continua ad inviare al Maestro le sue missive, le sue lettere incendiate d’amore. “Adesso vado, torno alle tue carte perché da te ho ancora molto da imparare”, scrive Vacca, che nelle prime ore del mattino riesce a dialogare con chi come pochi “è arrivato all’osso della nostra squartata condizione umana”, con chi ha sempre impiegato uno stile caustico e con la scrittura ha girato il coltello nella piaga. Cioran con la sua lucida insonnia ha esplorato la realtà effettuale, ha visto consapevolmente “nella nostra tormentata notte”. Per Vacca, Cioran è “lanterna del pensiero, scettico con un bagaglio di perplessità”. Certo “per diffamare bisogna avere una coscienza”. Cioran con “la tentazione di esistere” ha fatto i conti con la solitudine, ha mostrato la strada per intraprendere il cammino entusiasmante e intricato della conoscenza, di là dell’ottusità conformistica dei dogmatici. La passione primaria dello scrittore e pensatore francese, venuto dalla Romania, è sempre stata quella di scrivere lettere. Da scrittore autentico, avvezzo ad opporsi sempre al pensiero ortodosso, “a smascherare il Novecento e a inchiodarlo alla croce delle proprie miserie”, malvisto nei circoli letterari che peraltro detestava, lui ha cucito una fitta rete epistolare con altri scrittori e pensatori della sua epoca (come, ad esempio, Beckett, Paul Celan, Junger, Maria Zambrano, Marguerite Yourcenar). Nel capitolo “L’apolide e l’esule metafisico” Vacca sostiene che “come tutti gli sradicati Cioran è stato un esiliato, che nel corso della sua vita è diventato un apolide”. E verosimilmente non si può comprendere la brillantezza del pensiero d’uno scrittore eccezionale “senza fermarsi nella sua condizione di esiliato nel mondo”. Un punto cardine della scrittura e del pensare di Cioran è il paradosso, che lui dispiega nel suo rapporto con la vita, come si può leggere anche in “Un apolide metafisico”. Qui, in una conversazione con Fernando Savater, lo scettico dei Carpazi dice: “Il paradosso della mia natura è che provo amore per l’esistenza ma ogni mio pensiero è ostile alla vita”. La sua condizione di apolide è strettamente legata alla sua natura di disobbediente. Un capitolo interessantissimo de “L’uomo perplesso” è intitolato “Cioran e la poesia”. Ne “L’inconveniente di essere nati” lo scrittore francese evoca le linee guida della poesia, che è incompiutezza, presentimento, baratro. “La poesia esclude calcolo e premeditazione”, rispetto alla filosofia essa rappresenta un sopvrappiù di intensità, di sofferenza e solitudine. Lo scrittore pugliese Vacca e l’apolide metafisico sono in sintonia sull’essenza primeva della poesia, che deve essere abbandono, arredevolezza al fascino. “La poesia ha sempre un senso ultimo, o non è poesia”, ritiene Vacca. Il poeta deve vivere l’esistenza con trasporto, con consapevolezza, “deve essere tutto ciò che dice”. E, forse, la poesia è davvero la tentazione di esistere. L’apolide metafisico con i suoi aforismi e con i suoi frammenti si scaglia contro i parassiti del verbo.
Giocare a carte scoperte con la vita e con le parole per lui significa, per l’innanzi, opporsi al pensiero sistematico e affermare “una dedizione assoluta al pensiero anti- sistematico”, un pensiero discontinuo. “In Finestre sul Nulla”, Cioran scrive per l’ultima volta in romeno e fa balenare, ancora una volta, il suo pensiero radicale: “Il difetto dell’uomo è di credere nell’uomo”. E il poeta Vacca certifica: “Per Cioran la vita è questa lusinga assurda con cui il tempo ci inganna”. La disquisizione di Cioran, anti-dogmatico e anti-retorico, su Dio è la stessa che il poeta Vacca conduce con il suo pensare. Lo scrittore pugliese non concede scappatoie di sorta: “La colpa di dio (qualora dio esistesse) è di avere creato un mondo osceno, corrotto, orrendo. Il peggiore dei mondi possibili in cui l’uomo è il cancro della terra”. Nella parte finale de “L’uomo perplesso” Vacca ritiene che il modo migliore per entrare in sintonia con la complessità di Emil Cioran è leggere le sue interviste, e in specie quelle che compaiono in “Un apolide metafisico”, laddove si può capire pienamente la grandezza del suo pensiero. “L’uomo perplesso” di Nicola Vacca è veramente un viaggio esaustivo negli abissi del pensiero di Cioran, uomo libero, scrittore meraviglioso, che ci ha donato un vero e proprio Zibaldone. “L’uomo perplesso” è un viaggio compiuto dallo scrittore pugliese con contezza, con entusiasmo, con devozione, sicché potemmo dire (con le parole di Vincenzo Fiore) che l’uomo perplesso, alla fine, non è neanche propriamente Cioran, ma lo stesso Nicola Vacca.
Marcello Buttazzo

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