di Mauro Marino –

Una suggestione e un consiglio di lettura: quella delle “isole galleggianti” è una teoria del Teatro che mi ha sempre affascinato. Eugenio Barba l’aveva esplicitata nel suo “Aldilà delle isole galleggianti” pubblicato per la UBU libri di Franco Quadri, nel 1985, libro dedicato all’arte dell’attore e alle pratiche aggregative del Terzo Teatro. Un pensiero fondativo del necessario legame tra il fare “compagnia” e le realtà sociali in cui si è scelto di “convocare” il proprio operare. Nell’idea di isola c’è la particolarità del proprio “radicamento” e, insieme, la libertà dallo stretto dei confini, nell’essere galleggianti, il poter “navigare”, il potersi muovere (e fondare) un arcipelago capace di accogliere e favorire l’incontro fra “diversi”. La ricerca teatrale è necessariamente luogo di diversità, c’è l’enormità della Tradizione e c’è il continuo tradirla e concertarla secondo il proprio stile, la propria sensibilità, l’urgenza della necessità espressiva che muove l’attore, la sua visione, il suo restituire l’atto nella scena. Il teatro è pratica artigiana, lavoro, invenzione, un regale “arrangiarsi” che mette insieme e fonda saperi, il teatro è unicità di esperienze capaci di dialogare, di costruire con e per l’altro.

Ecco allora, l’isola, con la sua concreta utopia, a Lecce, c’è, “galleggia” nel complesso delle case popolari del Quartiere Stadio. Un enclave aperta all’osare, al tentare il teatro nella sua più intima necessità: l’incontro, la complicità di sguardo. Un luogo di vicinanza dove vive lo stare insieme dell’agire e del contemplare, la finitura del rispetto, dell’ascolto, l’attesa del sorgere della bellezza. Corpi, insieme nel buio di una sala.

Scelta, quella dell’incontro, che il fondatore di Nasca Teatri di Terra, conosce bene. Lui, Ippolito Chiarello è da sempre “isola”, sensibilità navigante! Si definisce (ed è) attore, agitatore culturale, barbone teatrale, provocatore sociale e racconta: «Faccio l’attore e mi alleno a creare una relazione sentimentale con il pubblico». Maieuta di originali meccanismi di sottrazione della messa in scena dai consueti e logori canoni delle spettacolo, come il “Barbonaggio Teatrale” che lo ha portato con il suo “sgabello” a segnare presenza in più di 300 città italiane e in molte città e capitali europee (e non solo) contaminando, con la sua pratica, la sensibilità di molti altri che ne hanno mutuato il fare, girovaghi anche loro, per strada a cercarsi il pubblico e con il pubblico una libertà operativa e un’economia alternativa a quella dell’organizzazione del mercato teatrale.

Altra invenzione socializzante di Nasca Teatri di Terra è il bando “Solitariə” rivolto «a singolə artistə che lavorano in solitaria, nazionali ed internazionali, dediti alla sperimentazione dei linguaggi scenici e alla ricerca teatrale, nella sua forma più essenziale e priva di artifici». Una chiamata molto partecipata (45 i progetti arrivati quest’anno) con una serata finale ‒ dopo la selezione dei quattro progetti tra otto finalisti scelti a cura di una giuria di “esperti” ‒ che ha coinvolto il pubblico nella designazione del vincitore. In scena, domenica 18 maggio, in una serata veramente densa di energia e di particolarità drammaturgiche Alice Faella con “(S)parliamone”, un’intrigante atto dedicato alle parole, al loro uso e abuso; Antonello Taurino con “Bara-Onda”, rievocazione della vicenda di Shahida Raza, capitana della nazionale pakistana di hockey, morta nel naufragio di Cutro; Silvia Bazzini con “Io e mia nonna”, crudo e delicato affresco sentimentale, vincitrice del contest e Silvia Gandolfi, vincitrice del premio del pubblico, con “Piove sempre sul pettinato”, esilarante pièce sulla “sfiga”. Per ognuno 20 minuti, segni di una ricerca che nella parola narrativa trova la leva di un impegno profondamente politico, essenza di un fare che nella responsabilità alleva il mestiere: l’attore-autore, di se stesso e della comunità che intorno a lui cresce.

*Pubblicato su FLOP – ILLUSTRATISSIMA RIVISTA ILLUSTRATA RIPIENA DI ILLUSTRAZIONI
#10 – Estate 2025