Lecce città artigiana
di Luigi De Luca*
Pubblichiamo l’editoriale de “LU PUPARU”, numero unico (Anno XXVX – Dicembre 2024)
pubblicato dall’Associazione Culturale Teatrale “Rote Pacce”
e diffuso in occasione dell’annuale mostra del Presepe e dei Pastori
Quando nel 1889 si prospettò l’arrivo a Lecce del re Umberto I di Savoia, sembrò naturale ai leccesi rivolgersi ad Achille De Lucrezi (Lecce 1827-1913) per commissionargli l’opera Allegoria della Provincia di Lecce, una monumentale statua in cartapesta di color bronzo che avrebbe dovuto rappresentare, agli occhi del Savoia, la grandezza e la gloria della città. Poco importava se la gigantesca statua fosse l’opera di un artista o la realizzazione di un semplice artigiano, anche se con la fama e il talento di De Lucrezi. Tant’è che dopo avere svolto il suo compito di “rappresentanza”, la povera Minerva fu rivista in giro solo in un’altra occasione, quando, completamente ridipinta di bianco, le toccò interpretare l’allegoria della giustizia nel film “Cadaveri Eccellenti”di Francesco Rosi, era il 1972, per poi finire un po’ ammaccata e dimenticata in una gabbia di legno, in una delle stanze del Convitto Palmieri. Oggi, per nostra fortuna, riportata alla sua bronzea e statuaria postura da un impegnativo restauro è tornata a rappresentare la Provincia di Lecce negli spazi della Biblioteca Bernardini.
L’interrogativo su dove finisse la perizia artigiana e dove iniziasse l’arte era del tutto estranea alla sensibilità dell’epoca. Questo non vale solo per il De Lucrezi, pensiamo per esempio allo scultore e architetto Mauro Manieri (Nardò, 1687-1744), a cui dobbiamo il diffondersi a Lecce della tecnica della cartapesta importata da Napoli, o pensiamo ai tanti anonimi scalpellini che tra Cinquecento e Seicento hanno edificato la grandezza di Lecce. Al di là di rare eccezioni come Stefano da Putignano, Gabriele Riccardi, Giuseppe Zimbalo, Francesco Antonio Zimbalo, Cesare Penna, i più sono rimasti degli anonimi artigiani.
Lo stesso discorso valeva nell’antichità classica: pensiamo al “Pittore della Danzatrice di Berlino” il cui capolavoro, l’anfora con Achille e Briseide, ritrovata a Rudiae, è conservata nel Museo Castromediano; una celebrità dell’atelier di Taranto, ma quanti erano gli oscuri artigiani negli atelier appuli dediti alla fabbricazione di oggetti d’uso quotidiano che oggi consideriamo capolavori e conserviamo gelosamente nei nostri musei?
Così come nei musei hanno pieno diritto a stare i tappeti e le ceramiche di Nino Della Notte i ferri battuti di Antonio D’Andrea, i mobili e i presepi di Michele Massari, le creazioni di Franco Mantovano che considerava se stesso “uomo artigiano”.
Non si tratta di stabilire dei confini tra il concetto di arte e quello di artigianato ne, tantomeno, provare definire cos’è arte e cos’è artigianato. Sono entrambi mondi in movimento, concetti liquidi, realtà cangianti che si adattano ai cambiamenti della società, delle culture e delle latitudini.
Quello che proveremo a fare in questo piccolo testo è cogliere il senso profondo di questa trasformazione in atto e i suoi riflessi sul piccolo universo leccese.
Lo faremo utilizzando una bussola in questa esplorazione. Una bussola che abbiamo individuato nelle parole di Michel De Certau il quale nella sua opera “L’invenzione del quotidiano”, fa coincidere la natura dell’artigianato con “la verità del fare” che si distingue dalle “menzogne del dire“.
Lo statuto del fare appartiene all’artigianato come all’arte. Ma l’arte molto più dell’artigianato è esposta al rischio delle teorizzazioni, della retorica e dell’industria della cultura e delle mode.
Verità del fare e ben fare sono la stessa cosa e sono alla base del fare artigiano e dei valori di cui esso è portatore. Valori etici ed estetici che noi possiamo osservare nelle forme delle produzioni di Antonio D’Andrea. Non soltanto l’espressione di un talento artistico ma la rappresentazione di una visione del mondo fondato su decoro, misura, equilibrio, che fanno dell’uomo artigiano l’uomo del futuro.
Ecco è proprio questa visione del mondo fondata su valori condivisi che tiene insieme l’esperienza di Antonio D’Andrea con quella di un altro grande “uomo artigiano” di questa terra: Franco Mantovano. E la loro esperienza con quella di altri artigiani, forse sconosciuti, ma non meno importanti che hanno prodotto una parte imprescindibile della storia della cultura e del gusto del 900 salentino.
A Franco Mantovano dobbiamo in particolare la capacità di cogliere i segni di una trasformazione che approda alla cultura del progetto e al design.
Una trasformazione che è ancora in atto e che trova nel riconoscimento dei valori del territorio, dei suoi materiali, delle sue pratiche tradizionali dei tratti comuni e ben individuabili nella dimensione domestica dell’abitare come nei contesti urbani.
Da questo punto di vista Lecce ha perso una grande opportunità: quella di non aver saputo inquadrare nella dimensione artigiana delle relazione umane la sua proposta turistica.
Concentrata sulla rincorsa dei grandi numeri ha trascurato la ricerca della qualità delle relazioni urbane, che significa ricerca della felicità per i residenti come per gli ospiti della città accomunati dagli stessi valori.
Recuperare l’ anima artigiana della città significa cercare delle risposte all’over turism, alla movida, allo spopolamento del centro storico, al disagio di chi decide di restare nonostante tutto.
Un progetto che deve essere condiviso con tutte le arti, e le espressioni della creatività, con il teatro, la musica la danza, la poesia, il cinema, l’editoria.
Pratiche che dell’artigianato condividono l’apprendistato, per lo più autofinanziato, il rapporto con la comunità di riferimento, l’organizzazione familiare della bottega, e anche una certa gratuità, un tasso di volontariato, l’autenticità e l’imperfezione del fatto a mano, e nello stesso tempo la fragilità, la quasi insostenibilità del loro sistema produttivo e organizzativo. Sono pratiche di partecipazione che non potrebbero esistere senza una comunità di riferimento, da cui traggono l’ispirazione e le risorse materiali e spirituali per sopravvivere.
Agli artisti, ai creativi, ai poeti, agli operatori culturali e agli intellettuali come agli artigiani spetta il compito di mediare tra l’antico e il contemporaneo, la storia e il futuro per tenere insieme la città, restituirne la stratificazione culturale, coltivare la memoria lunga, scavalcare i confini delle generazioni e racchiudere nell’arco di un respiro e in una forma il senso del tutto.
La materia prima con cui lavorano questi nuovi artigiani è il patrimonio culturale, in questa prospettiva recuperare l’anima artigiana della città significa recuperare la dimensione del sacro del proprio patrimonio culturale, sottrarlo alla esclusiva “vendibilità” turistica e considerarlo per quello che, il polmone spirituale di un modello di vita che non si esaurisce con il perimetro della città ma è parte di una civiltà universale che reclama un nuovo umanesimo dalle radici antichissime per poter sopravvivere all’asfissia del consumismo.
Oggi che la bellezza viene svenduta a basso prezzo alla fiera dei luoghi comuni, oggi più che mai dobbiamo ricordare con Giuseppe Montesano che la bellezza, la bellezza, non la sua levigata apparenza ma il suo profondo insegnamento, la sua promessa di riscatto, o è per tutti o è un infamia.
Tutti significa che a tutti vanno dati gli strumenti per comprendere e trarre vantaggio del suo magistero che è prima di tutto apprendistato esistenziale. Proprio come si usava nelle botteghe artigiane.
*Direttore del Polo Biblio-museale di Lecce e del Museo Castromediano.

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