di Ilaria Seclì

E fango è il mondo. E l’infinita vanità del tutto.
G. Leopardi

Tra le storte di questo mondo, i torvi sgambetti, il dominio di ciò che puntualmente non torna, le frequentatissime e sempre più coltivate e nutrite parole di Iago, suoi sguardi e meschine trame, una cosa risulta più sozza delle altre. Le lingue diarroiche su chi -voce fuori dal coro per eccezion di destino vita o talento- non c’è più, e si ritrova a dover essere postuma e doppiamente vittima di interpretazioni e racconti da lavandaie, da perpetue strappate alla sagrestia che si improvvisano critici o amici dell’artista più o meno sfigato, più o meno eccentrico, più o meno incatalogabile, più o meno libertino, più o meno ubriacone, più o meno burbero, più o meno misantropo, più o meno pazzo, più o meno viveur. Magari le stesse lingue diarroiche e rotocalchiche che, ancora vivo l’artista, non solo lo ignoravano ma in tutti i modi, con avversione e disprezzo del “diverso”, lo ostacolavano o emarginavano. Magari, dico, magari, ingigantendo l’aura di certi andazzi, certe abitudini umane che toccano più ambienti, dal popolare all’accademico. Inutile dire, poi, quanto solletichi e smuova la routine dolciastra e stanca dei giorni di provincia sempre uguali un epilogo tragico, una fine precoce o addirittura cercata. Claudia docet, e con lei Alejandra Marina Virginia Sylvia Amelia. Eccetera eccetera. La lista è lunga. La creatura inascoltata diventa – per contrappasso tutto umano – la più amata e “raccontata”…
Ma allontaniamoci dai borghi selvaggi zotici e vili, diventati più che connotazioni goegrafiche attitudini, modi e frequentazioni dell’umano col disumano. E arriviamo a Leopardi, che il borgo provinciale ha patito, senza tuttavia aver vissuto pienamente il desiderato riscatto in altri lidi cittadini che sperava meno ottusi e più aperti, solidali. I salotti letterari non brilla(va)no per spirito di comunità, solidarietà, scambi o condivisione. Perché, in verità, Il giovane favoloso è troppo per questo mondo abituato allo spiccio, al conforme, all’uniformato, al tornaconto, ai margini entro cui bisogna appollaiarsi come quelli entro cui i bambini sono costretti a colorare. Bordi e griglie, definizioni e catalogazioni cui attenersi, tracciati sociali ben consolidati nei secoli. Obbedienza, disciplina, buona creanza che aderisce educatamente al noto, al cammino segnato, tessere senza sorprese del mosaico sociale obliteranti ogni sua tappa con vendita d’anima annessa. E hip hip, hurrà!

Il miracolo, in sala, era già vedere un ragazzo di nome Giacomo Leopardi, illudersi di averlo vicino per un’ora e più. Magia a firma di Mario Martone, già conosciuto per il racconto degli ultimi giorni del nipote di Bakunin, Renato Caccioppoli, in Morte di un matematico napoletano.

Elio Giordano è un Giacomo Leopardi convincente, molto meno il padre del Poeta, Antonio Ranieri, Fanny e Silvia, più aspirante velina che ragazza tisica in odor di morte.
Impresa ardua parlare di uno tra i più grandi pensatori e poeti di tutti i tempi. Cadere nel banale e nello scontato è più che un rischio. E indugiare sui mali fisici, pure. Come nella vita ciò che non si spiega spesso diventa macchietta, stramberia, morboso ciarlare su particolari di poco conto ma più accessibili a fronte di un mistero inespugnabile come quello del genio, a fronte dello stigma che è la vita di chi ha una naturale confidenza con le domande dell’esistere e si interroga senza tregua né sconti su cosa sia o potrebbe essere, fuori da ogni meccanicità del comune sentire e agire, stare al mondo e interpretarlo. Anche questo è L’infinito.
Nel giovane favoloso abbiamo trovato molto del Leopardi che amiamo. L’abbiamo visto, l’abbiamo sentito parlare. Prodigio del cinema come del teatro. E può non importarci, questa volta,  la miniaturizzazione inevitabile della sua complessità. Gli è stata restituita non pienamente, ma questo è. Perchè questo è il mondo e questi i suoi mezzi: cinema, televisione, internet. Potevamo vederlo, ascoltarlo dalle sue opere e basta, come accade di non voler vedere il film tratto da un libro molto amato per non incorrere in una liofilizzazione dello stupore, della complessità. Ma può accadere anche di intenerirsi e commuoversi nell’affondare gli occhi su un’illusione incantevole, quella di stargli per un po’ vicino. Abbiamo visto Leopardi bambino, lì forse felice, correre coi fratelli; lo abbiamo visto adolescente osservare alla finestra Silvia, studiare voracemente e ribellarsi ai diktat di un’educazione ferrosa e bigotta, chiusa e piccola come la circonferenza di una monetina. Lui che aveva in cuor suo una vitalità onnivora pari al suo sapere.
Sapevamo già tutto, Martone non ha aggiunto nulla di nuovo. Ma abbiamo potuto vedere con strumenti dell’attualità una vita “nata a sproposito”, una vita “imperdonabile”, una vita destinata a non avere tregua, se non per una manciata di picciol cose, come un gelato, un panorama diverso dalla siepe, un’amicizia. E questa “visione” di vita “sghemba”, non riducibile a schemi noti, domestici, rassicuranti, è entrata in una grande sala, e potrebbe allargarsi a qualunque altra vita “sghemba”, che sia di artista o di barbone, di celebrità o di extracomunitario, di vecchio o di handicappato.  (in ogni caso, per molti, extra-terrestri).

Vite a sproposito che il mondo guarda di sottecchi.
Esilio e orfanità, sensibilità, purezza e acume straordinari a fronte di umani nel circolo di tattiche strategie convenienze, come quelle che popolano un qualsiasi vecchio e nuovo gabinetto Viesseux. Sì, può essere un film didascalico, ma non tradisce la sostanza per quanto essa sia ineffabile e non del tutto afferrabile. Emergono forti e si impongo, al contrario, due verità e consapevolezze leopardiane: l’infinita vanità del tutto e lo scetticismo nei confronti delle magnifiche sorti, più distruttive che progressive, per il poeta-profeta. Manco a dirlo, ci aveva azzeccato.
Di fronte a spettacoli assurdi, o a qualsivoglia manifestazione indecente, offensiva della vita, che cosa restava ancora fino a qualche anno fa? The lovely kinsmen on the shelf – i cavalieri invitti dello scaffale, i poeti e i romanzieri a cui rivolgersi, calata la sera, certi di quelle isole solitarie, di quelle presenze celate al mondo: paragoni di grazia e forze di rivolta. Dietro le nostre spalle, mentre si inorridiva agli shows del mondo, c’erano pur sempre loro. […] ma ora il demonio onnipresente, l’industria, ha invertito le posizioni: non più alle nostre spalle stanno, quei solitari angeli custodi, per additarci, con indice severo o compassionevole, il male. Ora quegli angeli caduti li abbiamo davanti a noi, on show, là dove il demonio impera più frenetico. […] Così Cristina Campo in una pagina di Sotto falso nome.
Il Nostro Angelo Giacomo, si è fatto vedere al cinema, ma non è caduto.