di Antonio Stanca –

Della collana “I romanzi di Elizabeth von Arnim”, recentemente promossa dai periodici del Gruppo Mondadori, è uscito Un’estate in montagna che risale al 1920. La prima edizione italiana del romanzo c’è stata nel 2018 per conto di Fazi Editore. La traduzione è di Sabina Terziani. 

La von Arnim era nata in Australia nel 1866 ed era morta in America nel 1941. Aveva settantacinque anni e molte esperienze aveva avuto, molte opere, soprattutto romanzi, aveva scritto. Un personaggio noto era diventato anche perché in molti posti aveva soggiornato, tra nazioni diverse era vissuta. Dopo il matrimonio col conte tedesco August von Arnim, era stata parecchi anni in Polonia dove il marito possedeva una ricca tenuta. Nonostante il loro difficile rapporto avevano avuto cinque figli, li avevano istruiti e in Polonia lei aveva cominciato a scrivere. Il romanzo Il giardino di Elizabeth del 1898 rappresenta il suo esordio letterario e il suo primo successo. Morto il marito era rientrata a Londra nel 1910 e qui si era sposata di nuovo con un nobile inglese. Neanche con questo marito si troverà bene, si separerà per mettersi con un amante molto più giovane e iniziare una vita divisa tra l’Inghilterra, la Svizzera e la Francia finché nel 1939 non si stabilirà in America dove morirà nel 1941 a Charleston, Carolina del Sud. Anche prima del secondo matrimonio era stata con un amante, lo scrittore inglese George Wells.

Chiari segni sono questi di uno spirito irrequieto, indomito, di un animo scontento, insoddisfatto, inappagato da quanto gli sta intorno, si tratti di persone o cose. Un animo che vuole altro, altre persone, altri posti, altri ambienti, che non sopporta quanto di solito, di consueto, di convenzionale lo circonda perché limitata vede da tutto questo quella libertà, quell’autonomia che la von Arnim è convinta spetti anche alle donne, negati vede i riconoscimenti dei loro meriti, delle loro capacità. È convinta che se li meritino perché è sicura delle loro doti e per rivendicarle intende impegnarsi. Nelle sue opere, nei suoi romanzi troverà posto questa aspirazione, una grande scrittrice farà di quella von Arnim tanto osteggiata in casa e fuori quando aveva cominciato a manifestare tali tendenze. Non erano ambienti ancora pronti ad accettare che una donna scrivesse per difendere quella condizione femminile tanto a lungo esclusa dalla partecipazione alla vita, alla società, alla storia. Tra difficoltà, contrarietà di ogni genere si era mossa ma ci era riuscita. Le sue opere sono state una serie di successi anche perché venivano da una donna, da una donna che aveva cominciato sentendosi nuova, diversa rispetto all’ambiente, agli usi, ai costumi, che aveva maturato l’idea di una rivalutazione, di un riscatto della figura femminile, aveva pensato ad una sua condizione di libertà, d’indipendenza da vincoli durati per secoli, aveva creduto nell’amore come in uno dei modi migliori per ottenerla. Un altro le era sembrato quello di una vita al naturale, vissuta a contatto con i campi, i prati, i monti, le piante, i boschi, le acque, le luci, i colori, i suoni che della natura sono propri, una vita libera come appunto gli elementi della natura. Queste che all’inizio erano state vaghe aspirazioni diventeranno dei veri e propri propositi, i motivi ricorrenti nelle sue opere, le posizioni di tanti suoi personaggi, i risvolti, gli esiti di tanti suoi romanzi compreso Un’estate in montagna dove ritornano molti di questi argomenti, dove vengono costruiti in modo da ottenere i risultati desiderati, dove la forma espressiva della scrittrice dà un’altra prova della sua alta qualità. Facile le riesce rappresentare quanto si offre allo sguardo, descrivere le meraviglie del creato, esporre nel modo più appropriato quel che succede nelle profondità dell’animo umano, cogliere le pieghe più remote di un pensiero, di un sentimento, fare della vita interiore, del travaglio dello spirito l’aspetto principale delle sue narrazioni. Non si può dire, tuttavia, del suo come di un romanzo psicologico ché insieme all’interno tanto esterno c’è pure in esso. Si può dire soltanto come del suo modo di essere scrittrice, un modo acceso, appassionato che può essere collegato con quella ricca atmosfera culturale e artistica che si era venuta sviluppando nell’Europa compresa tra fine ‘800 e inizio ‘900.

In Un’estate in montagna Elizabeth, la scrittrice, ripercorre un periodo di vacanza che aveva voluto concedersi nella baita di famiglia costruita a suo tempo tra le montagne svizzere, isolata, sospesa sullo spuntone di una roccia. Era il 1919, da poco era finita la prima guerra mondiale e gravi e diffuse erano le conseguenze. Era venuta in montagna per stare sola, lontana da tutti, da Londra dove molti problemi la angustiavano da tempo. Era stata altre volte in quel posto ma insieme a familiari, amici e in quel clima di felicità, di gioia che è proprio di una vacanza. Ora, invece, era sola e turbata, amareggiata da pensieri che la assillavano, non le davano pace. Stando lì in piena estate, identificandosi con gli stupendi aspetti che assume in quel periodo il paesaggio montano, con lo splendore delle sue luci, delle sue albe, dei suoi tramonti, con la suggestione dei suoi villaggi intorno alla montagna, aveva pensato di liberarsi da quanto la tormentava. Una vita fatta di elementi naturali tra i più veri, vissuta come questi, all’insegna, cioè, della libertà da ogni vincolo, poteva riuscire come il rimedio migliore a quanto di angoscioso la perseguitava, poteva farglielo dimenticare, superare. Ma nonostante fossero passati parecchi giorni, nonostante fosse trascorsa molta di quella nuova vita, nonostante tutto non si intravedevano segni di guarigione, di liberazione dal suo “male oscuro”, era ancora inseguita dalle sue pene. E il problema non si risolverà nemmeno quando nella baita giungeranno due mature signore inglesi, Barnes e Dolly, che si erano smarrite tra le montagne mentre rientravano nella pensione del loro villaggio. Erano di età matura, erano sorelle, erano vedove, diventeranno amiche di Elizabeth, accetteranno volentieri, con gradimento la sua ospitalità e rimarranno qualche giorno nella baita. Si scoprirà che tra loro c’era un rapporto difficile, che Barnes, la maggiore, non perdeva mai di vista Dolly perché aveva paura della sua leggerezza, della sua facilità a mettersi nei guai. Per ben due volte si era sposata con persone sbagliate e per due volte era rimasta vedova. Barnes l’ha aiutata e la aiuta a risolvere i problemi economici ma niente può fare per i problemi dell’anima ai quali Dolly è particolarmente esposta. Un altro caso di crisi interiore come il suo ha trovato Elizabeth, una conferma ha avuto di come possano formarsi simili situazioni e diventare difficili da rimuovere. Due esempi di “male di vivere” erano venuti a stare insieme in quella baita persa tra le montagne svizzere e niente sembrava potesse servire a liberarli, salvarli dalle loro conseguenze. Ma succederà pure che nella baita giunga un maturo zio di Elizabeth, Rudolph. È un decano della Chiesa Anglicana, vive in Inghilterra, con molta probabilità sarà il prossimo vescovo. È il rappresentante più autorevole della famiglia, è colto, saggio, giusto nelle valutazioni, nelle argomentazioni. È venuto per riportare Elizabeth a Londra dopo averla fatta pentire di quelli che in famiglia le erano stati attribuiti come errori se non come peccati. È una situazione, quella della baita, che si va sempre più complicando, che diventa sempre più carica giacché tanti sono i problemi che la formano e tanti i misteri che andrebbero risolti. Non si sa, però, quando, come, da dove cominciare e intanto si sta insieme, sospettosi, guardinghi l’uno dell’altro. Intanto succede pure che Rudolph, che dopo aver perso la moglie vive da solo e tra molti disagi, noti la delicatezza, la spontaneità dei modi di pensare, di fare di Dolly, rimanga affascinato dai dolci tratti del suo viso, dal suo sorriso, finisca con l’innamorarsi e voglia sposarla. Anche lei lo vorrà presa dall’ammirazione per la sicurezza, l’onestà di Rudolph, anche lei si era innamorata. Quando tutto sembrava destinato a perdersi tra problemi impossibili da risolversi era comparso un modo per metterli da parte, annullarli, era giunta la forza di quell’amore capace di superare ogni rivalità, di mettere a tacere ogni tumulto. Non c’era più posto per nessuno dei vecchi problemi, l’amore aveva vinto su tutti. I quattro sarebbero rientrati in Inghilterra: Rudolph e Dolly per sposarsi, Barnes ed Elizabeth per rimanere sempre insieme. Tutti dimentichi del loro passato. Quanto aveva fatto l’amore! Aveva salvato come la von Arnim aveva sempre creduto che potesse fare tanta era la sua forza. Era riuscita anche dove altre forze erano venute meno.

Un’ulteriore conferma viene dal romanzo per le convinzioni della scrittrice, per quanto credeva importanti certi sentimenti ai fini di un miglioramento, di una correzione della vita.

                                                                                                               Antonio Stanca