come l’infinito (∞)
di Maria Grazia Palazzo –
Le autrici del Novecento nello sviluppare nuovi modi di narrare hanno riflettuto sull’esperienza delle donne in relazione alla società, al corpo, alla sessualità e al ruolo delle donne nella famiglia e nella storia. La presa di distanza da modelli letterari, filosofici, culturali predominanti, definiti dalla penna di autori uomini, ha avuto il suo cardine dalla esperienza del corpo, fisico e sociale, che duemila anni di storia e di costume aveva normato in un certo modo. L’idea di “contro canone” si sviluppò proprio come risposta a un sistema letterario che escludeva o marginalizzava le voci femminili, in quanto minoritarie. La letteratura femminile del Novecento ha avuto quindi una forte impronta femminile e femminista, sia in senso teorico che pratico, spesso dileggiata o osteggiata. Nel corso del 1900, molte donne nel campo della letteratura, dello spettacolo e dello star system hanno avuto un ruolo fondamentale nell’aiutare altre donne a emergere.
Virginia Woolf (1882- 1941) non solo ha avuto un impatto significativo con le sue opere, come “Mrs. Dalloway” e “To the Lighthouse”, ma ha anche incoraggiato le donne a scrivere ea esplorare la loro voce narrativa. Il suo saggio “Una stanza tutta per sé” è diventato un manifesto per l’emancipazione femminile nel campo della scrittura, in cui sottolinea l’importanza di dare alle donne gli strumenti e le risorse per svilupparsi come scrittrici, soggetti autonomi, pensiero esplicito anche nel saggio “Le tre ghinee”. Scrittrici come V. Woolf, Simone de Beauvoir (e Gertrude Stein, ad es., si sono distinte per la creazione di un linguaggio e di uno stile che rispecchiavano l’esperienza e il pensiero femminili in modo innovativo, andando oltre i limiti imposti dalla tradizione.
Emblema di una coscienza nuova del ‘900 rappresenta l’eredità, a tutt’oggi in parte sconosciuta, di alcune pensatrici, la cui originalità si staglia nel panorama internazionale. Simone Weil (1909- 1943), filosofa atea e agnostica, mistica e scrittrice francese, la cui fama è legata, oltre che alla vasta produzione saggistico-letteraria, alle drammatiche vicende esistenziali, a cavallo delle guerre mondiali. Ella, che aveva una formazione scientifica, nonché filosofica, ha saputo legare i pensieri alla vita, sostenendo che si pensa per imparare a vivere, non il contrario. Scrive tanto, in modo non sistematico ma acutissimo, tanto che molti suoi scritti saranno scoperti postumi da Albert Camus perché non si perdano. Famosi i suoi Cahiers, i Quaderni, dove con grande acume, appunta la sua esperienza. Si interessa di questioni fondamentali, dall’eredità dell’antica Grecia, alla alienazione della condizione operaia e di tanto altro. Scriverà prevalentemente saggi, ma anche sui giornali del trotzkismo, eccependo addirittura a Trotzki che non ha mai vissuto una giornata in fabbrica e denunciando il fallimento dei pensatori di sinistra, spiegando le cause del fallimento della rivoluzione, con rigore cartesiano, nella necessità di elevare la condizione culturale della classe operaia. Ella, prima di Hannah Arendt (1906-1975), intuisce la crisi della società capitalistica, i cui dictat hanno tanto pesato sui destini delle donne e denuncia, prima di tanti pensatori, che una rivoluzione fallisce se prima non si è operata una rivoluzione sociale, assumendo la necessità di abitare le contraddizioni per migliorare la qualità della vita sociale, per stare dalla parte dei più deboli.
Carla Lonzi (1931-1982), pensatrice, critica d’arte ed attivista a tutto tondo, personaggio carismatico del femminismo degli anni 70, innesta parole e pratiche nuove nel linguaggio politico, prima col Manifesto Rivolta femminile, che sanciva la nascita dei primi gruppi femministi italiani, poi con il saggio “Sputiamo su Hegel” un vero e proprio invito a prendere congedo dalla cultura patriarcale. Per Carla Lonzi le donne danno più credito alle teorie e alle forme di lotta degli uomini che non all’esperienza e alla storia del proprio sesso. Ella scrive: “L’uguaglianza è un principio comune presente in ogni essere umano a cui va resa giustizia. La differenza è un principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano, la peculiarità delle sue esperienze (…). Quella tra donna e uomo è la differenza di base dell’umanità (…). L’uguaglianza è quanto si offre ai colonizzati sul piano delle leggi e dei diritti.” Il suo pensiero agevola l’evoluzione del femminismo nei femminismi. Ella vede nella emancipazione del femminismo di massa una promessa mancata, poiché non avrebbe liberato dall’identità di genere tradizionale e non avrebbe dato risposte alla ricerca di un modo diverso di essere donna. Inoltre, afferma che il ’68 è un movimento giovanile, il movimento femminista invece aveva dovuto scardinare le parole e i miti del ’68. Inizia qui il femminismo contemporaneo, con la pratica dell’autocoscienza, centrata sui rapporti tra donne, sulla presa di parola a partire dal vissuto, sulla costruzione di autonomia nel pubblico e nel privato. Qualcosa di ancora molto urgente.
Il concetto di “contro canone” nella letteratura femminile del Novecento riguarda, dunque, la sfida e la rielaborazione delle tradizioni sociali e letterarie dominanti, che sono state storicamente caratterizzate da voci maschili, per dare spazio a nuove modalità di pensiero e di scrittura e a tematiche legate all’esperienza delle donne in vari contesti. Sperimentazione formale e stilistica da una parte, ma anche ricognizione della memoria e della storia sono stati alcuni dei cardini dell’assidua azione, che nell’esercizio di pensiero e di pratiche autonome di riflessione, hanno segnato la staffetta di una nuova genealogia letteraria e filosofica delle donne, con testimonianze civili importanti.
Non possiamo dimenticare le donne della Resistenza italiana, le staffette partigiane, le donne della Costituente, le giuriste, le giornaliste, che, a diverso titolo e in diversi campi, hanno conquistato una nuova possibilità di vivere, guardare e dire la realtà, attraversarla e consegnarla alle nuove generazioni, oltre il ruolo assegnato dalla società patriarcale.
In Italia personalità come Tina Anselmi (1927-2016), Nilde Iotti (1920-1999), Oriana Fallaci (1929-2006), Tina Lagostena Bassi (1926-2008) e tante altre hanno gettato le basi di un attivo cambiamento con un forte impegno in difesa dei diritti delle donne, dando l’avvio con il loro operato a un vero e proprio contro-canone nella mentalità sociale dell’epoca. Non si può tacere quanto l’impegno delle donne per le donne sia stato importante e possa esserlo ancora oggi. Si tratta di recuperare la propria presenza nella storia. Patrizia Cavalli (1947-2022), poetessa del Novecento, dichiarava apertamente quanto l’incontro con Elsa Morante (1912-1985) fu per lei decisivo per affermarsi nel mondo letterario e culturale. Così un’artista del calibro di Ella Fitzgerald (1917-1996), se non avesse incontrato Marilyn Monroe (1926-1962), non avrebbe potuto esibirsi, a causa di pregiudizi razziali, in un club esclusivo a Los Angeles, opportunità che le ottenne maggiore visibilità anche per esibirsi in altri locali prestigiosi, consolidando ulteriormente la sua carriera.
Se vali e non lo sa nessuno il tuo valore resta lì. Non si tratta di buonismo o di favoritismo a vanvera. È importante prendere posizione sgombrando il campo dalla superficialità. Si tratta di assumere la corresponsabilità dell’essere-con, dell’essere per. Questa è una via ineludibile non solo per l’empowerment femminile ma per l’evoluzione sociale mondiale. D’altra parte, il movimento delle donne ovunque ha prodotto una pluralità di prospettive.
Sempre rompendo i paradigmi culturali dell’epoca, anche la riflessione sul ruolo della donna nella Chiesa va analizzata insieme con la riflessione sociale e politica della donna nella società. Le donne che prepararono il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) furono tantissime (in Italia, Adriana Zarri, solo per citarne una), dovevano essere “uditrici” ma non furono “silenziose” e diedero un contributo notevole al dibattito conciliare. Negli anni successivi al Concilio, i contributi della teologia delle donne manifestano la ricchezza e peculiarità degli studi e della meditazione femminile, rivolta sia alla rilettura dei testi sacri che all’ascolto della società credente e diversamente credente, al servizio della vita di comunità. La teologia femminista è una esperienza che continua e si diversifica tra le Chiese e le confessioni religiose, intavolando confronti e relazioni tra mondi solo in apparenza lontani, ripensando la relazione tra le diverse soggettività e con ricadute importanti a livello sociale. In Italia negli ultimi anni molte laiche, scrittrici, da ultimo anche Michela Murgia si sono battute per costruire un immaginario diverso, interrogando la cultura cattolica, evidenziando la necessità di non tradire il messaggio autenticamente cristiano, di libertà dell’essere riconosciuti/e destinatari di “salvezza”, fuori da ogni binarismo di genere. Nel libro “God Save the Queer” dichiara: «Vorrei capire, da femminista, se la fede cristiana sia davvero in contraddizione con il nostro desiderio di un mondo inclusivo e non patriarcale, o se invece non si possa mostrare addirittura un’alleata. Da cristiana confido nel fatto che anche la fede ha bisogno della prospettiva femminista e queer, perché la rivelazione non sarà compiuta fino a quando a ogni singola persona non sarà offerta la possibilità di sentirsi addosso lo sguardo generativo di Dio mentre dichiara che quello che vede “è cosa buona”». Allude evidentemente al femminismo intersezionale, alle oppressioni multiple, intrecciate a gruppi marginalizzati. Dulcis in fundo desidero ricordare un uomo, Jean-Luc Nancy (1940-2021), con il suo pensiero del corpo, che ha aperto a tutti noi prospettive larghe che, pur includendo i ragionamenti su Deridda, Bataille, Lacan, attraversano e decostruiscono i fantasmi dell’Occidente, le sue categorie filosofiche, le parole chiave del pensiero, in bilico sulla soglia della differenza, una differenza che prende corpo, sempre in dialogo con i giovani e le donne, in condivisione con tutti e con tutte.
In questo trascorso 8 marzo vogliamo dunque augurarci che le donne a partire dal loro essere corpo e corpo sociale, imparino a rafforzare modelli di sapere e prassi politiche, ispirate ad un confronto umano-culturale creativo, di più ampio respiro, all’infinito (∞) senza cercare l’imitazione di modelli ideologici che hanno già portato i loro frutti, certamente non inclusivi e persino violenti. Abbiamo bisogno di intelligenze sensibili per la costruzione di un mondo abitato dalle differenze. D’altra parte, oggi si parla molto di mentoring ma, a mio modesto avviso, rivolto a particolari categorie, per età o apprendimenti, ma non abbastanza tra pari. Non si tratta solo di preservare un trasferimento di conoscenze e competenze, ma di promuovere crescita reciproca, in cui esperte e meno esperte, giovani e diversamente giovani, allargano il cerchio della con-divisione di esperienze, a qualunque età, perché bisogna desiderare un ‘noi’ per navigare il mondo, fantasia e coraggio, onestà intellettuale per affrontare le difficoltà in ogni settore. Così, anche nella letteratura, come l’accesso alla pubblicazione, la gestione della critica o le sfide legate al riconoscimento in un ambito storicamente dominato dagli uomini, del proprio valore. Mentre da sempre la letteratura ma anche il cinema sono pieni di esempi di figure di uomini che hanno sostenuto altri uomini, la figura del mentore donna è decisamente minoritaria.
Se si dispone il numero 8 in orizzontale, si ottiene il simbolo dell’infinito (∞), che rappresenta l’idea di qualcosa che non ha fine, in un gioco di corrispondenze che comprende anche la vituperata questione di genere, quasi un cavallo di Troia, ora abusato, ora demonizzato, per non riconoscere la fatica della convivenza pacifica di esistenze diverse, cui siano conculcate dignità e libertà. Perché è necessario anche il potere materiale, la prospettiva di successo umano, di realizzazione pratica per chi rimane indietro, ai margini, non solo per la sopravvivenza ma per la prosperità e l’equilibrio di persone e gruppi sociali. Le gerarchie, le istituzioni, probabilmente, si somigliano tutte nel modo di gestire il potere, ma bisogna puntare ad elevare la consapevolezza umana e civile. È dalla base che si cambiano le cose, dalle strade della vita, dai margini che nasce una civiltà pienamente umana e inclusiva.

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