“…Che senso ha se solo tu ti salvi?” Gli ignavi nell’antinferno dantesco nel dramma sonoro di Valentina Sciurti e Caterina Palazzi, all’Archivio Bene.
di Mauro Marino –
Si terranno il 9 e il 10 maggio nello spazio dell’Archivio Carmelo Bene di Lecce, le due repliche del “Dramma Sonoro dal Canto III dell’Inferno di Dante“, spettacolo di Valentina Sciurti, con la partecipazione di Caterina Palazzi. Il III Canto della Divina Commedia è trasposto dalle due performer in un intenso dialogo fra voce, elettronica live e contrabbasso.
L’anticamera dell’inferno dantesco è abitata dagli ignavi, coloro che non fecero in vita né il buono né il cattivo e, perciò, indegni di essere collocati in qualsiasi luogo; condannati corrono perennemente appresso ad un’insegna senza nome, manifesto di terribile neutralità, mentre mosconi e vespe rigan loro di sangue il volto. Il paesaggio sonoro è cucito nel prisma sonoro-vocale generato dalle figure presenti nel canto; l’uso della loop station diviene strumento in grado di creare stanze atmosferiche in cui ogni parola viene trattata come nota musicale, danza dinamica capace di disegnare un nuovo spazio. Tra le sonorità ipnotiche appaiono bagliori più melodici e ritmi ai quali si accompagnano sospiri, lamenti e canti ancestrali che rendono il viaggio immersivo senza tralasciare momenti lirici capaci di toccare corde più emozionali.
Per approfondire le ragioni e le occasioni che hanno ispirato il dramma sonoro abbiamo intervistato Valentina Sciurti.
Come ti sei avvicinata alla Divina Commedia? Perché proprio il terzo canto dell’Inferno?
Tutti noi incontriamo la voce di Dante a scuola, ma un tale cammino di scavo e esperienze non può essere facilmente riconosciuto e condiviso da un adolescente. Il mio vero incontro con Dante è avvenuto grazie alla lettura di un grande poeta russo del Novecento, Osip Mandel’štam, approfondito a seguito dell’ascolto di “Osja amore mio”, brano musicale dei Marlene Kuntz ispirato dal commovente amore che la moglie del poeta, Nadja, gli riservò conservando a memoria parte della sua produzione poetica affinché potesse essere tutelata dalla censura e diffusa anche dopo la scomparsa del marito. Prima esiliato, poi perseguitato e mandato a morire in un gulag, uno dei tanti campi di lavoro forzato usato come sistema di repressione degli oppositori politici dell’Unione Sovietica, la causa della sua condanna a morte fu una delle sua poesie (Il montanaro del Cremlino) che dichiarava dissenso nei confronti di Stalin e del suo regime dittatoriale. Mandel’štam amava profondamente Dante, tanto da dedicargli l’ intera opera “Conversazione su Dante”; si narra recitasse frammenti della Divina a memoria in lingua italiana, come in preghiera la porgeva ai suoi compagni di morte. In un periodo per me buio mi son detta che se un grande poeta innocente, condannato a morte, aveva tratto suffragio da quei versi miracolosi di pura musica, forse avrei potuto farlo anche io che non ero russa né condannata a morte ma un’ italiana (fortunata a non vivere in un dichiarato e così solido sistema dittatoriale) solo in un momento di difficile condizione esistenziale e così è stato.
La scelta del terzo canto dedicato agli ignavi, coloro che in vita non fecero né il buono né il cattivo e per questo collocati da Dante nell’antinferno perché considerati indegni anche di quest’ ultimo, ha riverberato con potenza subito dopo la prima lettura: siamo noi, ancorati ad un terribile astensionismo, sentimentale, sociale, politico, distruttore primo della civiltà, dei suoi diritti, della sua potenziale intelligenza e capacità. Credo che l’ignavia sia davvero la più pericolosa attitudine capace di minare la pace dalle sue fondamenta. L’intera Divina Commedia è al presente ma questo terzo canto credo sia il perfetto manifesto, purtroppo, di gran parte dell’odierno modo di fare, soprattutto italiano: vado a pizzicar un po’ qua, un po’ la e chi ce la farà, ce la farà… : ecco le guerre!
Ma “…che senso ha se solo tu ti salvi?” scriveva Majakovskij
Lo spettacolo va in scena da più di un anno e ha avuto numerose versioni in dialogo con diversi artisti prima di definirsi in questo duo voce/contrabbasso. Raccontaci di questa genesi.
Il mio percorso artistico parte dalla danza, passa dal teatro e si avvicina alla musica ma si fonda sempre sulla centralità del corpo. Oggi il vettore primo con cui esprimo la mia poetica è il suono, un lavorio sulla vocalità attraverso la manipolazione di strumenti elettronici. Ho lavorato per più di un decennio alla regia di spettacoli all’interno di Therasia Teatro, compagnia teatrale fondata e curata assieme a Davide Morgagni sino al 2023, e ciò mi ha concesso di sviluppare un metodo compositivo che presta la massima attenzione al montaggio ritmico di ogni proposta artistica nella sua totalità , sia visiva che sonora. Anche in questo caso, durante lo scavo vocale su questo terzo canto, ho composto la partitura sonora come se stessi coreografando corpi scenici in relazione ad un preciso disegno luci e oggetti di scena, tentando di distillare questa visione solo attraverso la trama vocale. Prima di arrivare a definire lo spettacolo stabilmente in duo con la contrabbassista Caterina Palazzi, ho portato il canto sia in solitaria che in dialogo con diversi artisti, pittori (Orodé Deoro e Renzo Francabandera) e voci strumentali (il violino di Giorgio Doveri, la chitarra elettrica di Enrico Vitali, Il basso elettrico di Giuseppe Calabrese), crescendo e mutando nel tempo proprio grazie a queste differenti versioni. Tali preziose collaborazioni mi hanno permesso di lavorare in modo davvero organico, vivo, accogliere e sperimentare innumerevoli possibilità della voce e, soprattutto, qualità di silenzi, di pause (importantissime) differenti. L’arrivo di Caterina Palazzi, con il suo personalissimo modo di suonare il contrabbasso, è stata la quadratura del cerchio: un incontro elettivo; oltre ad essere davvero potente e originale sul piano sonoro, la sua espressività è anche molto teatrale, fisica, e si presta a completare quella visione a me molto cara.
Si parla di Dramma Sonoro. In che modo si sviluppa l’incontro tra parola e musica, il rapporto tra la tua voce e il contrabbasso di Caterina Palazzi?
Il canto non verrà letto, ma portato a memoria. A memoria appunto, l’unica pratica che ci permette di divenire in avanti nel migliore dei modi. Sulla scena io (voce e manipolazioni sonore) e Caterina (contrabbasso), ci muoviamo su una partitura ben precisa che però possiede diverse arie aperte e che, di volta in volta, variano, si prestano all’improvvisazione da cui emergono momenti cantati e atmosfere puramente sonore che rendono lo spettacolo sempre irripetibile. Possiamo parlare di drammaturgia sonora fluida in cui la parola diviene nota musicale, si spezza, si ripete, entra nelle melodie, dissonanze e distorsioni della voce strumentale. Il contrabbasso è maneggiato in modo anticonvenzionale: pizzicato, percosso, suonato con l’arco; questo da vita ad una rumoristica capace di far sprofondare lo spettatore in un’atmosfera estremamente misteriosa e infernale, davvero fisica. È una composizione dove il “dire” possiede musicalità e lo strumento musicale si teatralizza, dialogo che cuce un paesaggio dinamico e intenso. I versi di Dante, e le immagini date da essi, rimangono chiari ma la stessa potenza viene concessa al puro suono che ne amplifica l’immaginazione.
Le prossime date saranno il 9 e 10 maggio presso l’Archivio Carmelo Bene di Lecce. Siete pronte?
Presentare il lavoro in Archivio è certamente emozionante per noi considerando che l’ opera di Carmelo Bene è stata capace di rivoluzionare il teatro del Novecento e si fonda sulla musicalità della parola, ponendo la phonè come principale vettore espressivo in relazione all’ uso della voce. Cercheremo di arrivare a queste date nel migliore delle nostre possibilità, come speriamo di fare ogni volta che si va in scena di fronte ad un pubblico che ci dedicherà il suo ascolto, dando vita ad un silenzio corale senza il quale lo spettacolo con potrebbe esistere.

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