di Marcello Buttazzo –

Don Mosè Zerai, difensore degli ultimi, dei diseredati, cappellano delle comunità cattoliche eritree in Europa, conosciuto come il sacerdote dei migranti, è un uomo di valore e di umana bellezza. Presidente dell’agenzia per lo sviluppo Habeshia, si batte con tenacia per i disperati delle acque e delle terre, per i profughi, per i rifugiati. Candidato al Nobel per la pace nel 2016, in questi giorni, ha ottenuto a Lucerna, in Svizzera, il dottorato “honoris causa” in teologia. Una persona dai grandi carismi, che, nel giugno 2018, scrisse una lettera aperta a Matteo Salvini, allora vicepremier e ministro dell’Interno, intento a chiudere i porti italiani all’arrivo di migranti. “Faccio appello alla sua coscienza di uomo e di padre: sia più umano perché ogni sua decisione incide sulla carne viva di questi esseri umani”, scrisse il sacerdote. Il leader della Lega, sempre ben disposto a discettare su ogni cosa, su tutto lo scibile (ultimamente, è diventato finanche un insigne “virologo”), a Don Zerai non seppe rispondere nulla.      

Marcello Buttazzo