di Marcello Buttazzo –

Daniele Pieroni, 64enne di Chiusi (in Toscana), gravemente malato dal 2008 di Parkinson, il 17 maggio scorso, supportato dai suoi familiari, dagli amici, dalle amiche, dall’associazione Luca Coscioni, ha deciso di porre fine alle sue sofferenze ricorrendo al suicidio medicalmente assistito. La notizia è stata diffusa solo mercoledì 11 giugno. Daniele Pieroni ha fatto ricorso alla legge approvata l’11 febbraio scorso dal Consiglio regionale dello Toscana. Pieroni è stato uno scrittore, un poeta, un giornalista culturale, innamorato della vita e dell’umana bellezza. Appassionato da adolescente di Eugenio Montale, nel 2021 Pieroni ha vinto il premio Montale Fuori di Casa. Daniele ha avuto un’esistenza feconda, intensa. Ha vissuto e lavorato per 40 anni a Roma, ha vissuto anche a Londra e a Montréal. Prima di staccare la spina e di somministrarsi il farmaco letale, Pieroni ha detto ad un amico caro: “La mia vita è stata bella. Ora basta così”. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa progressiva, mina il corpo e lo spirito. Pieroni, da oltre sei anni si alimentava col sondino nasogastrico, aveva dolori lancinanti alla schiena. Aveva fatto ricorso anche alle cure palliative, ma non avevano funzionato. Anzi, negli ultimi mesi, le condizioni di vita e di tollerabilità erano peggiorate sensibilmente. In questi mesi di forte travaglio, Daniele è stato accudito e amato dalle persone care. Se la vita diventa un porto di sterminata sofferenza, dovremmo avere la consapevolezza e la maturità di mettere da parte gli ideologismi e le esasperazioni del pensiero. La vita è sacra fino a che vale la pena di essere traversata. Al cospetto d’un dolore insopportabile e indicibile, deve comunque prevalere sempre l’autodeterminazione del soggetto e la sua autonomia morale. La Consulta, già da anni, s’è pronunciata sulla liceità, in certuni casi, del suicidio medicalmente assistito. Nella storia umana di Pieroni, sono state rispettate pienamente le quattro condizioni cardine, sancite dalla Corte Costituzionale, per poter accedere al suicidio medicalmente assistito: capacità di autodeterminarsi, avere una patologia irreversibile, avere sofferenze fisiche o psicologiche per la malattia ritenute intollerabili, dipendere da trattamenti di sostegno vitale. Il governo Meloni aveva impugnato il 9 maggio la legge sul fine vita approvata dal Consiglio regionale toscano. Ma non è stata ancora sospesa.  Normativa redatta a partire dal testo della proposta di legge dell’associazione Luca Coscioni. Non è saggio e avveduto il comportamento dei politici del governo Meloni. Se veramente gli esponenti della maggioranza di centrodestra temono per una eventuale deregulation regionale sulla dirimente tematica del fine vita, dovrebbero adoperarsi alacremente e pragmaticamente per via parlamentare. I tempi sono maturi. Fino a ieri gli esponenti destrorsi hanno bloccato e boicottato, in Parlamento, nelle apposite Commissioni, le discussioni di qualsivoglia proposta di legge praticabile e sensata. Il fine vita è un terreno sdrucciolevole, una delicatissima landa di confine. Occorre, per l’innanzi, accortezza e sapienza al cospetto della vita che finisce, della vita che sfiorisce. È necessaria più che mai una legge nazionale sul fine vita, che venga esaminata, discussa dettagliatamente nelle sedi idonee. Fuori dalle sterili e improduttive diatribe bipolari, deve prevalere una logica comunitaria e condivisa. Insomma, i nostri politici devono redigere, quanto prima, una legge liberale sul suicidio medicalmente assistito, scritta con raziocino, aderente ai dettami d’un rigoroso quadro normativo. 

Marcello Buttazzo