di Marcello Buttazzo –

Si può morire tragicamente in carcere a soli 18 anni? Si può continuare a perdere la vita in strutture sovraffollate, fatiscenti, invivibili? Il 18enne egiziano Joussef Moktar Loka Baron forse per un atto di protesta aveva appiccato il fuoco ad un materasso della sua cella, nel penitenziario di San Vittore a Milano. È morto carbonizzato. Il ragazzo è la 71esima vittima d’un sistema impazzito, che non riesce a regolamentare e a disciplinare se stesso. Nell’istituto penitenziario milanese le condizioni di vita dei detenuti e dei detenenti sono impossibili. Secondo i dati del sindacato, il tasso di sovraffollamento è quasi del 250 per cento. Nella struttura vi sono 1100 detenuti. Se ne possono ospitare al massimo 445. Gli agenti penitenziari attivi sono 580. Dovrebbero essere almeno 700. Il sovraffollamento estremo delle prigioni in tutta Italia è un’emergenza ormai cronicizzata, al cospetto della quale si sarebbero dovute prendere misure governative adeguate. Preminentemente ci chiediamo: può un giovanissimo finire i suoi giorni precocemente e tragicamente fra le dure sbarre di afosa ferraglia? I benpensanti di turno diranno: “Se ha sbagliato è giusto che paghi”. Nessuno vuole abbattere culturalmente il triste assioma della certezza della pena. Ma, come in ogni storia, un corretto atteggiamento esistenziale e antropologico è quello di scandagliare ogni minimo aspetto con attenzione, con discernimento. Jouseff era stato arrestato mesi fa per una rapina e si trovava in carcere in custodia cautelare, in attesa di giudizio. Da minorenne era stato assolto due volte per rapina, “per un vizio totale di mente”. Sempre qualche benpensante, a questo punto, potrebbe già porsi il quesito: “Ma è giusto che un disagiato psichico si trovi relegato in prigione? E ampliando lo sguardo oltre lo stretto giardino, il benpensante, potrebbe anche interrogarsi sulle storture d’un sistema- la prigione- che annichilisce l’umano sentire. Ci sono tanti cittadini di buon senso che si chiedono: “Che cosa fanno in un istituto penitenziario i malati di mente, i tossicodipendenti, gli extracomunitari che hanno compiuto irrisori reati, magari clandestini, senza cioè le carte in regola? E cosa stanno a fare in carcere le donne incinte o quelle con bimbi a seguito? Le carceri impraticabili sono la ragione paradigmatica d’un fallimento, d’un cedimento istituzionale. Le vicende umane poi sono impietose e ci buttano addosso tutta l’incompiutezza del nostro agire. Joussef, da minorenne, era giunto sulle nostre coste a bordo d’un barcone. Aveva conosciuto l’inferno delle prigioni libiche e l’arsura dei deserti. Veniva dall’Egitto, Joussef, ma in Italia non ha trovato l’Eldorado, ma una angusta cella. I vissuti, poi, prima d’ogni cosa. Joussef era stato trovato nel bagno del barcone legato. Era stato punito per i suoi comportamenti respingenti. Nel nostro Paese il ragazzo è stato almeno in cinque comunità diverse. Dall’ultima è fuggito in estate, prima di compiere l’ultima rapina. Il governo Meloni, distratto dall’affaire Sangiuliano e dottoressa Boccia, non ha avuto il tempo di occuparsi di questa dolente questione. Non pretendiamo che i nostri politici abbiano la solerzia e la visione d’un Sergio D’Elia, d’una Rita Bernardini, d’una Elisabetta Zamparutti, dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, e di tutta la costellazione radicale. Purtuttavia, per questioni etiche e civili, dovrebbero intervenire risolutamente. Questo governo di destra/ estrema destra ha saputo solo concepire i cosiddetti decreti “carcere sicuro”, redatti da Nordio e dalla sua accorta equipe di esperti. Né sono sufficienti le visite che i deputati di Forza Italia stanno facendo alle carceri obsolete, ferrivecchi della storia. Se fosse vivo Marco Pannella non ho dubbi, che dinanzi ad uno sfascio del genere, proporrebbe un sacrosanto indulto o un’amnistia. Per intanto, accontentiamoci di ciò che passa il convento. E delle parole della senatrice azzurra Licia Ronzulli, vicepresidente del Senato, che ha avuto l’impudenza di affermare: “Sono contraria a soluzioni di breve termine come “svuotacarceri, amnistie, indulti”.

Marcello Buttazzo