di Marcello Buttazzo –

La Corte costituzionale s’è pronunciata, ancora una volta, per sollecitare il litigioso Parlamento a legiferare sul “fine vita”. Ma i nostri politici hanno appalesato, per l’ennesima volta, la loro immaturità bioetica. Il Comitato ristretto dei parlamentari sulla questione s’è spaccato trasversalmente. Dobbiamo dirlo chiaramente: se non viene discussa una adeguata proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito la colpa è del centrodestra italiano. Uno dei due relatori del ddl, Pierantonio Zanettin di Forza Italia, la settimana scorsa aveva preannunciato un testo unificato, che martedì 20 maggio non è stato presentato. Per converso Alfredo Bazoli del Pd e Ilaria Cucchi di Avs hanno abbandonato il lavoro del Comitato. È soprattutto il centrodestra che deve uscire fuori dalla sua neghittosità, deve oltrepassare le manie iperconfessionali, e deve decidere di affrontare de visu la delicata questione eticamente sensibile. Anche se, in Italia, c’è una maggioranza governativa di “devoti” per convenienza al cosiddetto principio della “sacralità della vita umana”, l’etica della responsabilità dovrebbe indurre i politici di maggioranza a sposare una visione antropologica a più ampio spettro. Questi signori non dovrebbero mai dimenticare che viviamo in uno Stato laico e liberale, che deve saper fare il pieno di morali. Questi signori di centrodestra dovrebbero capire che il principio laico della qualità della vita umana è importante almeno quanto il cosiddetto “principio di sacralità dell’esistenza”. È un dovere etico dei politici saper effettuare, nella fattispecie, una traslazione ontologica e antropologica sui principi in parte assoluti e inconciliabili. È un dovere dello Stato laico e liberale addivenire anche a praticabili leggi sul “fine vita”, redatte in rigorosi quadri normativi. In commissione sono stati depositati cinque ddl, ai quali s’è aggiunto, martedì 20 maggio, anche quello di Mariastella Gelmini. La proposta di legge del senatore Andrea Bazoli del Pd è ampiamente accettabile e andrebbe, quanto prima, discussa ed esaminata. L’incompiutezza bioetica di una parte della nostra classe politica ha radici antiche, si basa sull’adesione a concezioni fissiste sulla vita umana, su inutili vestigia ideologiche. Una faccenda strettamente correlata al “fine vita” è la necessità di incrementare, nel Belpaese, l’accesso alle cure palliative. Anche su questo tema la Consulta ha mosso un marcato rilievo all’inadeguato legislatore, con parole chiarissime: “Nel nostro Paese, non è garantito un accesso universale ed equo alle cure palliative nei vari contesti sanitari, sia domiciliari che ospedalieri; vi sono spesso lunghe liste di attesa; si scontano inoltre una mancanza di personale adeguatamente formato e una distribuzione territoriale dell’offerta troppo divaricata”.

Marcello Buttazzo