di Marcello Buttazzo –

La Regione Toscana ha recentemente approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito. Su questa delicata questione eticamente sensibile è intervenuta Mariastella Gelmini, senatrice di Noi moderati- Centro popolare, che opportunamente ha fatto notare come la deregulation regionale sia una norma alquanto forzata. Nel 2019, la Corte Costituzionale ha depenalizzato, a certe condizioni, il suicidio medicalmente assistito e ha spronato soprattutto la nostra inadempiente classe politica parlamentare a legiferare. Il “fine vita” è, senz’altro, una terra di confine dolente, occorre approcciarsi a questa dirimente tematica bioetica con morbidezza, in punta di piedi. Alla fine della scorsa legislatura la Camera approvò il ddl del cattolico Bazoli, che s’arenò però in Senato. L’ex ministra degli Affari Regionali Gelmini mostra una chiusura su una possibile normativa sul “fine vita”. Le sue parole sono inequivocabili: “Resto critica sulla proposta di legge per una ragione di valore e di cultura. Desidero vivere in uno Stato che sostenga la vita, non che favorisca la morte”. Epperò disciplinare, in rigorosi quadri normativi, il “fine vita” non vuol dire cedere a distruttive e perigliose derive nichilistiche. In casi estremi di travaglio e di malattie perentorie e invalidanti, il cittadino dovrebbe essere libero di autodeterminarsi, in uno Stato laico e liberale. Non viviamo, per fortuna, in uno Stato etico o confessionale, per cui certe premure denotano essenzialmente una pavidità di pensiero. Mariastella Gelmini, inoltre, esalta il concetto della cosiddetta “sacralità della vita umana” e quindi l’indisponibilità dell’esistenza. Siamo, anche stavolta, al cospetto del solito fraintendimento confessionale. L’intangibilità della vita umana è un concetto antropologico che, in uno Stato che deve fare il pieno di morali, ha la stessa rilevanza del concetto di disponibilità dell’esistenza. I cittadini d’uno Stato laico e liberale dovrebbero poter decidere della propria vita, magari secondo i dettami stabiliti da appositi Comitati bioetici, e dopo normative redatte dai nostri parlamentari. Il suicidio medicalmente assistito, secondo il parere di Gelmini, “non può essere un diritto, per ragioni di valore e di cultura”. Ma la cultura è multipolare e, di là dei valori cattolici, esistono principi laici, che non possono essere disattesi, non possono essere traditi.

Marcello Buttazzo