di Marcello Buttazzo

Nonostante l’impegno di tanti politici e delle associazioni abolizionistiche, la pena di morte rimane una iattura, ancora pienamente operante. Secondo le testimonianze di “Nessuno tocchi Caino” e di Amnesty International, il boia con truce mano è intervenuto, nel 2015, in 17 Paesi. Pakistan e Arabia Saudita, in quest’ultimo anno appena trascorso, hanno incrementato il ricorso alla ferina, medievale, massima violazione della Carta dei diritti umani. Se in America le esecuzioni diminuiscono, in Cina e in Iran aumentano e avvengono in una sorta di silenzio istituzionale. E si rimane allibiti nell’apprendere che, talvolta, vengono giustiziati anche minorenni e malati psichici. L’omicidio di Stato è inammissibile umanamente ed eticamente, perché lo Stato sovrano non può diventare criminale. E, presumibilmente, nonostante gli sforzi di certuni valorosi, non si arriverà a breve all’abolizione della disumana pena in tutto il mondo. Come giustamente sostiene il giornalista e scrittore Fulvio Scaglione, “la questione è, per l’innanzi, politica”. L’America dovrebbe essere la guida, il faro, per dare le giuste dritte, le opportune indicazioni. Epperò, negli Usa, i potenziali successori di Obama alla presidenza sono quasi tutti favorevoli alla pena capitale: non solo i repubblicani, storicamente affezionati all’assassinio di Stato, ma anche il candidato democratico più incisivo e più forte, Hillary Clinton, è intenzionato a conservarla. Scaglione acutamente si chiede: “Cosa succederebbe se gli Usa fossero abolizionisti e chiedessero ai loro amici e alleati di diventarlo?”. La via della democrazia vera, autentica, richiederebbe scelte decise, radicali, che per il momento appaiono insperate. La vita è tutto ciò che abbiamo. Nessuno Stato può disporre con violenza della vita dei suoi cittadini. Nei Paesi dittatoriali povera gente viene uccisa per vari reati, spesso di irrisoria portata. Tante donne e uomini, oppositori politici e religiosi, sono vilipesi, sotto scacco nelle terre dei fondamentalismi. Ferisce, soprattutto, che in Paesi democratici, come l’America, gli esseri umani vengano ancora uccisi. Purtroppo, l’implacabile macchina giustizialista non ammette eccezioni, non conosce scappatoie: poco importa che si possa essere affetti, ad esempio, da gravi disturbi mentali. Ma, si sa, negli Stati Uniti, la barbara pena di morte, prima che strumento anticristiano e incivile di punizione, è un potentissimo mezzo per costruire carriere politiche, cercando un possibile consenso. Ma lo Stato non può uccidere un essere umano. Non si dovrebbe mai portare, per legge, un uomo al patibolo. Se i Paesi dittatoriali seguono talvolta insensati registri, quelli democratici hanno l’obbligo morale di mostrare il volto chiaro della civiltà. C’è un’etica dei comportamenti virtuosi, che non può essere disattesa, e deve servire come luce, come rotta per tutti. In quest’epoca, che contraddittoriamente procede, basandosi su presupposti economici non sempre facilmente assimilabili, solo una rivoluzione pacifica e non violenta può essere umanamente abbracciata: la globalizzazione dei diritti umani. In tutte le contrade, vorremmo che l’uomo venisse sempre rispettato. Nessuno può essere mandato a morte, perché la vita è sacra e inviolabile. Già a dicembre 2007, grazie all’impegno soprattutto dei parlamentari italiani e dell’associazione abolizionista radicale “Nessuno tocchi Caino”, venne presentata all’Onu una moratoria sulla pena capitale. Da allora, diversi Paesi sono diventati abolizionisti. La via da seguire è davvero quella della diplomazia, della persuasione, dell’approccio culturale. Ma si arriverà mai all’abolizione, in tutto il mondo, dell’inumana pena?

Marcello Buttazzo