di Marcello Buttazzo –

Le carceri italiane, sovraffollate fino all’inverosimile, fino allo stremo (vi sono 62mila detenuti; le celle potrebbero ospitare 47mila esseri umani), sono luoghi sovente fatiscenti. I reclusi sono soprattutto soggetti marginali. Vi sono migranti senza le carte in regola che hanno compiuto piccoli reati, vi sono malati psichici, vi sono oltre 8.100 persone che dipendono dall’uso di droghe. Mancano gli agenti, mancano gli psicologi e gli educatori. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, purtroppo, fra le sbarre di insensibile ferraglia si sono registrati 37 suicidi. All’ordine del giorno sono gli atti di autolesionismo. Fra le altre cose, esiste una emergenza relativa alle cure sanitarie. Occorrerebbe quanto prima approntare un oculato ed esteso programma di medicina penitenziaria. Ora è esplosa l’estate. E con l’arrivo e l’incedere del caldo torrido, la situazione diventa ancor più allarmante. L’associazione Antigone ha denunciato la carenza nelle case di pena di ventilatori, di frigoriferi, di acqua e di servizi igienici adeguati. Il carcere non dovrebbe essere solo il posto dove espiare la pena, ma dovrebbero essere un luogo decoroso, in grado soprattutto di favorire il reinserimento delle persone nella società. La prigione non dovrebbe mai deprivare gli esseri umani della dignità. Occorre una maggiore cura verso questa umanità ristretta e sofferente. La mansione ricreativa, culturale, non dovrebbe mai venir meno. Eppure le persone private della libertà che redigono con i volontari giornali in prigione ultimamente stanno affrontando difficoltà, patendo ostracismi d’ogni tipo. Il Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere recentemente ha denunciato diversi episodi di ostacoli, che sono stati frapposti all’attività di laboratori di scrittura nelle prigioni. Ad esempio, nella casa circondariale di Ivrea, il giornale “La Fenice”, edito dall’associazione Rosse Torri, è stato sospeso per mesi e a giugno chiuso definitivamente per volontà della direzione. L’imperdonabile “colpa” dei volontari e dei detenuti è stata quella di scrivere sul giornale di celle fatiscenti, di sovraffollamento, di mancanza di acqua calda, di griglie alle finestre e di muffe alle pareti. Questa tendenza a punire detenuti e volontari avviene in diversi luoghi di detenzione del Belpaese. L’ordine dei giornalisti, che denuncia la lesione dei diritti delle persone private della libertà, è perentorio: “Il carcere in Italia rischia di allontanare dai principi costituzionali e dalla legislazione”. Il ministro della Giustizia e il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria dovrebbero, sempre e comunque, adottare i necessari interventi per garantire il pieno diritto alla libera informazione delle persone detenute che partecipano alle attività delle redazioni.

Marcello Buttazzo