Abramo e le ragioni dell’accogliere
di Marcello Buttazzo –
Con Giuseppe, a Porto Cesareo, d’estate incontro Abramo e altri migranti, che percorrono chilometri e chilometri di spiaggia per vendere la loro mercanzia. Il mare sa essere benevolo, il mare sa essere crudele. Tempo fa, sulle coste di Crotone in un utero d’acqua donne, uomini, bambini, hanno trovato la morte in un fragore di onde. Solenne s’è levata la voce del Papa per reclamare pietà per quest’umanità martoriata, avvilita, ferita. I professionisti della politica sanno urlare solo la parola “rigore”, perché poverini non conoscono altro. Loro ignorano drammaticamente la meraviglia. Loro non s’accorgono mai di quell’esperanto di compartecipazione, che è radice fra le persone in fuga. I professionisti della politica nazionale e internazionale sanno solo a giocare, giocare a scaricabarile. Navigare nei mari adamantini. L’acqua, madre primigenia d’eternità. Sempre cercammo in quest’utero accogliente le motivazioni più intime d’un miracolo chiamato vita. Veleggiare e capire che l’insoluto quesito che s’agita nella mente è già una risposta chiara. Io e Giuseppe salutiamo i nostri amici migranti. Abramo, Paco e suo figlio si fermano a parlare con noi. È viva quest’umanità errante, è fraterna. È modesta quest’umanità silente, che s’aggira per il mondo senza nulla chiedere, senza nulla pretendere. L’acqua ci guarda. È una culla di cristallo. Incontro in piazza, a Lequile, Abramo col suo carretto di umile mercanzia. Amico caro, Cristo nero, venuto dal Senegal a donare gentilezza e tenerezza. Le tue parole usuali: “Come stai?”. Mi stringi la mano, l’ebano forza d’una affettuosità fraterna. I fenicotteri d’Africa sono rosa, come le albe nostrane al mare. Le rose della tua terra natia arrivano a noi, cariche di messaggi. T’aspetto sempre in piazza, dolce Abramo, per farmi narrare la favola, la stella che traluce sui volti d’ogni lignaggio. T’aspetto in piazza ogni giorno, amico premuroso, per farmi svelare da te i cammini alterni degli incerti destini. Mentre dall’Italia all’America c’è chi concentra le sue preziose energie sulla pseudocultura delle deportazioni di migranti, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, nella zona di mare tra il Nord Africa e l’Europa, i disperati delle acque e delle terre continuando a spostarsi, ad andare, a navigare, non alla ricerca d’un favoloso Eldorado, ma d’un porto appena appena accettabile di barche ammarrate. Venerdì 7 febbraio, due imbarcazioni nella Sar di Malta hanno lanciato una richiesta di soccorso. Sul primo barcone ci sono 64 poveri cristi, sul secondo 20. Giovedì 6 febbraio, sull’isola dei Conigli a Lampedusa, sono giunti autonomamente su una carretta del mare fuggiaschi bengalesi, egiziani, pachistani e marocchini. Purtroppo, a varie latitudini, le politiche popolazionistiche sono improntate più che altro sull’esclusione o sul contenimento dei flussi migratori. I potenti della Terra dovrebbero comprendere che i movimenti della gente errante, per una serie di motivi (guerre, conflitti etnici, persecuzioni religiose, devastazioni ambientali, nera miseria) sono un fatto ineludibile. I governi mondiali dovrebbero improntare le loro piattaforme soprattutto sulla mansione dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’interazione, senza far prevalere in specie decisioni dal truce ghigno pedissequamente securitario. I flussi migratori non dovrebbero essere solo un problema di ordine pubblico, ma una eccezionale scommessa, una ricchezza per edificare società aperte, multietniche, multiculturali, multipolari.
Marcello Buttazzo

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