di Marcello Buttazzo –

La poetessa salentina Antonella Aman Manni, cultrice di musica e di teatro, ha pubblicato ad ottobre 2024 l’opera “Te sire certa” (per Storie di libri di Pasquale Cavalera). Si tratta di poesie in lingua dialettale e in lingua italiana, frammiste a proverbi salentini, a stornelli, a considerazioni in prosa, e in più un lungo racconto (diviso in due parti) sul tempo. L’autrice è intimamente innamorata della sua Terra, che è contrada natia capace di animare tutti i suoi scritti. Il dialetto salentino è una lingua plastica e duttile, che si presta ad evocare sensibilmente pensamenti, sentimenti, amori, nostalgie. Fin dalle prime battute si può comprendere la genesi e l’incedere di questo scritto. “A te padre restituisco ciò che la mia memoria preziosamente conserva”, così verga nella dedica l’autrice. Il padre della poetessa, mesciu Gennarinu frabbacatore, vasciu, forte e mingherlinu, è una figura di primaria importanza. L’uomo, fra mattoni, tufo e stornelli, caricava pesi, spatolava pareti, edificava case. La poetessa ha una profonda venerazione per il padre che ora abita nel suo altrove, nel suo Cielo. Gennarinu di Taviano, figlio del popolo, lasciò presto la scuola per dedicarsi a piccoli lavori, come la raccolta dello sterco di cavallo, “u rumatu”, da lui chiamato “oro amato”, perché molto prezioso per le colture dei campi. Gennarinu divenne col tempo un muratore specializzato, un maestro nella costruzione di cieli a stella e di cisterne per la raccolta di acqua piovana. S’innamorò perdutamente di una donna di Tuglie (la mamma dell’autrice), che sposò, in tempi di assoluta povertà.  Gennarinu amava la terra di zolle marroni, la coltivava, portava con sé la figlia Aman. Uomo integerrimo, di sani e solidi principi, dopo la morte della moglie, si prese cura delle figlie. Nella prefazione, Tina Cesari scrive: “Solo il dialetto poteva esprimere al meglio le emozioni che prova Aman quando scrive di suo padre, perché il dialetto è la lingua dei ricordi; il coacervo di sensazioni da lei provate trova espressione grazie alla paziente azione di modellamento del registro dialettale che per la sua duttilità meglio si presta a dare sostanza ai sentimenti”. Il dialetto è lingua madre delle origini. Esso consente alla poetessa di scavare a fondo nelle scaturigini della memoria, le permette di fare un cammino a ritroso per ritrovare tracce di vita pullulanti d’amore. Il dialetto salentino, coi suoi vocaboli, coi lemmi, coi fonemi, è una lingua versatile, che dà ad Antonella Aman Manni la possibilità di recuperare nello scrigno fecondo dei vissuti le ragioni inerenti degli accadimenti più significativi. Mesciu Gennarinu “ha sciucatu cu la vita/a briscula tante partite”. Lui cercava l’asso di denari, la retta via. “Mesciu Gennarinu/te ne si sciutu te jernu/comu ‘na cannila consumata, ma/ sì statu fiamma viva/pe’ Tajanu e la cuntrata” (“Maestro Gennarino/te ne sei andato d’inverno/come una candela consumata, ma/sei stato fiamma viva/per Taviano e la contrada”), canta la poetessa. Una variante che dà luce ai pensamenti di “Te sire certa” è il tempo, che per l’autrice è una docile conchiglia di memoria. Tramite il medium del tempo, Manni può seguire un percorso all’indietro, setacciando storie, selciati traversati da ragazza, vicissitudini che sono ancora vive nella mente. Il tempo è il cimento scritturale che sostanzia anche il racconto finale. Il tempo qui viene simboleggiato dalla clessidra che il protagonista Ermanno (che poi rappresenta, in sostanza, sempre il padre Gennarino) porta con sé, stabilendo una tenera amicizia con un bambino, orfano di padre. La raccolta “Te sire certa”, oltre a collocare in un’aura magica il papà dell’autrice, scorre agilmente come un canzoniere teso a dare raggi di chiarore a esistenze popolari. Così viene tratteggiata la storia di Vituccia e Oronzino, di Rosina (“M’è sciutu alla ricchia/ca t’ai menza mmaritata”). Rosina, rugiada della mattina, la migliore rosa di maggio. Compaiono, in “Te sire certa”, le beddhe fimmene te fore (le donne di campagna), che crescono i figli a pane e olive mature e con due piccole pere fanno la marmellata. E ancora mescia Luicia ta Chiarastella, cioè Luigia Grimaldi, la nonna paterna della poetessa, sarta sopraffina che istruiva nel suo laboratorio tante discepole divenute poi ottime artigiane. Non mancano versi di devozione per Santa Rita, la Santa dei casi disperati, che con le sue lacrime sa profumare di misericordia tutti gli affanni. In “Te sire certa” campeggiano versi di impegno civile per le donne vittime dei femminicidi. Un tessuto connettivo portante è il tema della nostalgia per i tempi passati (“Ah! Come vorrei tornassero i tempi in/ cui l’acqua era oro/in mezzo ai campi”). La nostalgia per ciò che fu è davvero, in certi passaggi, palpabile, soprattutto quando Aman rammemora la figura paterna (“Mi basterebbe mezza volta/ che tornassero quelle ore:/ti abbraccerei forte forte/mangiando pane e olive mature”). In “Te sire certa” Antonella Aman Manni professa eminentemente un atto di fede: l’amore viscerale per il padre Gennarino e l’attaccamento vivido alla sua terra natia Taviano e a tutto il Salento. Aman passeggia per il centro storico del suo paese, ma con dispiacere osserva che “c’è una parte/ di questo paese/che è tutta abbandonata,/ le case sono vecchie/ e tutte rattoppate”: Con “Te sire certa” Manni riesce a riallacciare il filo sospeso che la lega appassionatamente al passato, rendendolo respirabile, fruibile. Il miracolo della poesia è, tra le altre cose, quello di fotografare i vissuti, proiettandoli con levità di suono sullo schermo d’un perpetuo presente.

Te sire certa

Te sire certa su nata
comu ‘nu marchiu
intra l’osse
intra lu core,
lu stessu sangu
lu stessu amore.
Tuttu torna e se ripete.    

Figlia certa di mio padre

Sono certa di essere figlia di mio padre
un marchio
dentro le ossa
dentro il cuore,
lo stesso sangue
lo stesso amore.
Tutto torna e si ripete.