di Massimo Grecuccio –

Nelle crepe dell’avanguardia estenuata s’intrufolano nuovi barbari.

Ho assistito a uno spettacolo teatrale di due attori non professionisti. Lo spettacolo ai miei occhi e alle mie orecchie, è risultato fresco (qualità associata alla frutta, alla verdura, al latte, per esempio, e non certo una qualità critica). Prima di dare le coordinate della freschezza (dire per via indiretta, che cosa sia questa qualità critica temporanea), vorrei passare in rassegna, con passo veloce e lieve, gli spettacoli teatrali più interessanti che ho visto da gennaio a oggi. Quest’anno, da spettatore a teatro, in un teatro vero (Koreja nella fattispecie), sono stato testimone di (sono caduto in) tre trappole. Le trappole le hanno tese attori e registi professionisti (riconosciuti tali dal Sistema del teatro). Le tre trappole, in ordine di apparizione, sono: la Trovata, la Maniera, la Santificazione. I tre spettacoli che nascondevano le trappole erano: La Merda di Silvia Gallerano e Cristian Cerasoli (la Trovata); Svenimenti della Compagnia Le Belle Bandiere (la Maniera); MDLSX dei Motus (la Santificazione).

In La Merda, Silvia Gallerano è in scena nuda su un trespolo. Nel gioco, il pube ecco si vede il pube ecco non si vede, recita un monologo con la voce alterata a imitazione della voce di Franca Valeri. La nudità e la voce alla Franca Valeri, danno un grande valore teatrale aggiunto a una pièce, altrimenti non particolarmente notevole per qualità intrinseca del testo, che dice l’aspirazione – quasi universale – di uscire dall’anonimato. In particolare, qui si tratta di giovane donna svantaggiata, non è né bella né sveglia, che vorrebbe entrare a far parte dello star system televisivo.

In Svenimenti, i tre attori (Elena Bucci, Gaetano Colella, Marco Sgrosso) mescolano gli atti unici di Cechov con le sue lettere alla moglie. Sono bravissimi, rodatissimi. Tutto si incastra a meraviglia, il tempismo spacca il millesimo di secondo. Delle minutaglie utilizzate, i tre riescono anche a spremere brevi scene che muovono al sorriso. Si, certo, vicende di altra epoca ma, con la disposizione d’animo giusta si può trovare l’allusione alla contemporaneità. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma le meschinerie umane sono cambiate di meno. E Cechov aveva un occhio acutissimo per vederle e ritrarle. Tuttavia, quello spartito eseguito a perfezione non mi ha emozionato granché. Ho invece percepito la stanchezza esangue del manierismo.

In MDLSX i Motus confermano la loro posizione all’avanguardia nel panorama teatrale nazionale e non solo. La loro tavolozza teatrale contiene un mix aggiornatissimo di media (suoni, video, luci, parole …), al quale non sono di certo ignote le ricerche artistiche contemporanee. La loro posizione è quasi inattaccabile. In quel quasi si intrufola il fantasma dell’automanierismo (una sorta di malattia autoimmune!). Che differenza c’è tra stile e manierismo dello stile? In questa domanda, nella risposta alla domanda dovrebbe esistere la differenza di cui dico. Così su due piedi, non lo so dire. Devo pensarci di più. Silvia Calderoni poi, da sola in scena e non è una novità, è più di un’attrice, è quasi un feticcio. Brava, generosa, coraggiosa. Sulla scena si denuda, alla lettera e in allegoria. MDLSX (ispirato a Middlesex di Jeffrey Eugenides) racconta lo pseudoermafroditismo, una condizione (anche genetica) che prova a scavalcare i confini predefiniti dell’identità sessuale. Però, nel farlo, rischia di imporre la santità dell’ermafroditismo (cfr. di Andrea Porcheddu, Short Theatre o della comunità senza futuro, gli Stati generali del 9 settembre 2015). Non so se invocare lo straniamento brechtiano (è fuori luogo, lo so); però, sento, che il potenziale di empatia, sottoposto alle continue sollecitazioni delle confessioni personali intime, ognuna santità da riverire, tende a ridursi (per effetto di assuefazione sensitiva).

Ho visto troppi spettacoli e la carne è stanca? Così un tardo pomeriggio di sabato, la sirena aveva cantato su Facebook, decido di andare nella libreria indicata (basta con i teatri!) a vedere Mary Poppins. Basta poco. Qui hanno spostato alcune librerie (gli scaffali) e creato uno slargo (un eufemismo), con sedie allineate in alcune file. C’è un po’ di gente, l’atmosfera è di fibrillazione. Mi viene un paragone (un altro eccesso, lo so; ma, non dimenticate che sono sfuggito a ben tre trappole): qualcosa del genere doveva essere nell’ex Unione Sovietica, ai tempi della guerra fredda; quando in circoli privati e segreti ci si riuniva per leggere l’ultimo samizdat di Solzenicyn. Sono quasi le 21 e le persone convenute prendono posto. Sulla scena (lo slargo di cui sopra) si materializzano due maschi, uno dei quali è vestito da Mary Poppins (col cappello e l’ombrello di ordinanza). Poche battute e capiamo che sono una coppia gay (si dice cosi!). Oh oh oh, un tema à la page. La legge (legge?) sulle unioni civili in Italia è freschissima (non ha fatto ancora in tempo a puzzare). Quei due (attenti a) in poco meno di un’ora inscenano, non sono ben rodati, tutti i più triti (sacrosanti?) e ritriti luoghi comuni della coppia sentimentale: la stanchezza coniugale, la fedeltà giurata ma vacillante, la domesticità, etcetera etcetera etcetera. I problemi delle coppie sentimentali di qualsiasi tipo con in più quelli esclusivi delle coppie gay. Un esempio del primo tipo: convivenza o matrimonio? Un esempio del secondo tipo: la paura di non essere accettati dai genitori in seguito al coming out (e, poi, dopo la rivelazione dell’orientamento sessuale che non consente di avere figli, il caso dell’accusa genitoriale di egoismo). I due a turno, entrano, escono, litigano, si riappacificano. I dialoghi sono … svelti (non la tirano a lungo, mai). Nei dialoghi, inoltre, non c’è nulla di rimarchevole da un punto di vista letterario (ma, probabilmente, non c’era neanche l’ambizione). I tempi non sempre sono perfettamente calibrati. Su tutto c’è l’ossessione del sesso (altro luogo comune sui gay, che sarebbero grandi utilizzatori, più degli etero, del sesso libero e promiscuo), condita con l’ipocondria di Mary Poppins: il sesso, protetto anche all’interno della coppia (anche per via dei sospetti, reciproci, su eventuali infedeltà)! Ci sono le azioni ridicolizzate, le scemenze, non saprei come definirle diversamente, dei baci a catena (quattro o cinque smack, per volta) e del coito more ferarum mimato, da entrambi, quando quello dei due predisposto (sic) dà all’altro le terga. La confessione personale intima, forse associabile a uno dei due (in scena si coglie l’arcano, che qui non è necessario svelare), è talmente diluita che la santità non è neanche invocata da lontano. Così la trappola della santificazione è stata evitata. I due poi, si chiamano Dario Goffredo e Mauro Scarpa (Mary Poppins), sono adulti che sembrano giocare un gioco di ruolo di bambini (- Giochiamo alla coppia gay? -). Sembrano divertirsi, un divertimento che è esito naturale del gioco che agiscono, che anche il pubblico (questo percepisco, per prima cosa su di me) ne è contagiato.

Dario e Mauro sono così goffamente principianti che non hanno ancora fatto in tempo di approdare alla maniera degli attori cosiddetti consumati (per i quali, comunque, la maniera non è un approdo obbligatorio). E così, non c’è stata neanche la trappola della maniera! E la trappola della trovata? Quella di Mary Poppins, in fondo, è una trovatina (non so la collocazione nell’immaginario gay, dell’icona Mary Poppins), cioè una trappolina (che non infanga punto la bontà idealizzata al massimo grado della vera Mary Poppins, la mamma vicaria per eccellenza!). Chissà per quale strana alchimia, del momento, forse irripetibile, Mauro e Dario sono riusciti a evitare non solo le insidie del teatro professionistico ma anche quelle del teatro amatoriale. Bravi e freschi. Però però …

Fermateli! Non è sicuro che il miracolo possa ripetersi!

P.S. Dei due attori in scena, Mauro Scarpa è il meno dilettante, nel senso che ha esperienza di attore teatrale (così mi hanno riferito fonti affidabili). Nella mia attività di spettatore, non l’avevo mai incrociato prima.