di Rocco Boccadamo

Si stagliano, oramai, nettamente lontane le stagioni della mia prima vita lavorativa, che, per circa otto lustri, ha ruotato e si è dipanata intorno a sportelli, cassa, clienti, tassi d’interesse, commissioni, bilanci, affidamenti e miliardi.
La cornice e i connotati restano, invero, nitidi, ma, allora, era un altro mondo, totalmente diverso, si respirava un’aria che nulla, proprio nulla, ha a che vedere con quella dei tempi attuali.
Morale, nemmeno un’ombra, una patina d’invidia verso i colleghi del presente, anche se, come punto di vista complessivo, dalla mia personale condizione di quiescente, abbinata, però, a un’altra nuova attività o esperienza autonoma, sono solitamente portato a suggerire alle persone amiche, o semplicemente conosciute, di andare in pensione il più tardi possibile.

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Nel 2008, senza arte né parte  né esperienza, con la sola consapevolezza d’intraprendere un’impresa innovativa, ho deciso d’indossare i panni di contadino, o per meglio dire agricoltore, e ho messo a dimora, nella “Marina ‘u tinente” intestata a mia figlia, cento alberelli d’ulivo.
Servendomi di piccole ma apposite attrezzature, specialmente all’inizio, ho assistito e curato, letteralmente profondendo una notevole dose d’amore, dette piante, vuoi mediante periodiche coltivazioni del terreno, vuoi con giri di potatura, concimazioni e, durante i mesi estivi, irrorandole a più riprese.
Trascorso un triennio, sono stato ripagato dal piacere di raccogliere i primi frutti, rigorosamente con uso esclusivo di mani e braccia integrate da un piccolo “abbacchiatore” a pettini battenti, alimentato da batteria elettrica del genere usato per le autovetture, e d’ottenere, così, risicati in assoluto ma progressivamente crescenti, in ogni caso preziosi, quantitativi d’oro verde, prodotto finito caratterizzato realmente da tale colore, a seguito della scelta di prendere le olive non ancora completamente mature.

Olio di qualità eccellente, è ovvio, con la soddisfazione, ulteriore ed eccezionale, di vederlo, in parte, spedito in volo sino alla Baviera, dove risiede la proprietaria della marina e, in parte, raggiungere anche i deschi famigliari degli altri figli e nipotini, particolarmente entusiasti del dono.
In siffatto quadretto di “raccolti” e destinazioni, il bancario d’una volta si sente contento e considera sostanzialmente ben riposte le fatiche campagnole. Chi le avrebbe mai immaginate per un ragazzo di ieri, già, a lungo e perennemente, colletto bianco!
Ultime della serie, mirate alla concimazione invernale, risalgono ad appena pochi giorni fa le scarpinate, lungo i ripidi e sconnessi tratturi per sormontare i terrazzamenti del fondo, con i contenitori ricolmi di composto organico, sparso man mano a beneficio dei tronchi e relative radici, previa, però, eradicazione, con infiniti piegamenti della schiena e a forza e spesso con indolenzimento di braccia e spalle, delle erbe ed erbacce, in qualche caso di considerevole altezza, sottostanti e circostanti.
Che bello e appagante il respiro di sollievo e lo spontaneo illuminarsi degli occhi alla fine dell’impegnativo lavoro in questione!
Nondimeno, prontamente scadenzando sul calendario, che, nella corrente circostanza, si appresta a segnare quota settantacinque, i prossimi adempimenti, utili e necessari, per le mie fronzute creature. Ciò, nel programma, almeno fino a quando permarranno le capacità fisiche.

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I miei impegni agricoli si svolgono all’immediato cospetto della distesa marina che, in corrispondenza di questa parte di costa, non è esagerato qualificare ammaliante e incantevole. Mare, dai colori e sapori armonicamente integrati e miscelati grazie al connubio Adriatico e Ionio, e, insieme, pescatori.
Sembra, invero, d’uopo suddividere, distinguere quanti lavorano, giustappunto, sul terreno della distesa liquida, tra operatori di mestiere e operatori dilettanti, giacché, pur avendo essi in comune molte metodologie e tecniche nell’esercizio dell’attività, esiste una grande differenza di fondo, è quasi il caso di dire dell’anima, in seno alle due categorie.
Basti notare che, per i diportisti, l’esercizio è un dippiù, succedaneo rispetto al loro stato ordinario e principale, mentre, per i pescatori professionisti, al contrario, si tratta d’una missione vitale, da compiersi rigorosamente e imprescindibilmente in ogni dettaglio e sfumatura.
Ad esempio, non è difficile osservare che questi ultimi danno l’idea di voler custodire con sacralità, pressoché celandolo, il risultato del loro lavoro, tenendo una cassetta o una busta o un secchio con l’esito della loro uscita in mare ben stretti o affiancati al corpo già nel momento in cui sbarcano dai battelli e nel dirigersi, quindi, a piedi o con lo scooter o con il furgone, verso la cooperativa, ai fini del conferimento del pescato, sempre, decisamente, senza il minimo indugio, addirittura quasi evitando di guardare in faccia o salutare le persone incontrate sulla banchina e lungo l’itinerario.
Forse, nella loro mente e nel loro animo, residuano i segni e i ricordi di tempi lontani, più magri e difficili, in cui, se non si pescava e quindi non si ricavava nulla, venivano a mancare i mezzi per apparecchiare tavola e mangiare.
A proposito dell’argomento in parola, all’ombra dei miei bianchi e radi capelli, s’affaccia la scena della nonna paterna, Consiglia, nell’atto di percorrere, nella sua età giovanile, il tratturo in salita partente dall’insenatura Acquaviva (lì, il padre e il fratello, con un piccolo gozzo in legno, in taluni mesi dell’anno, facevano i pescatori), recando sulla spalla la cassetta con il bottino ittico che, al paese, finiva poi con l’essere acquistato da alcune famiglie benestanti.
In tale sequenza, sfilava, la progenitrice, davanti al podere denominato “Bosco dell’Acquaviva”, dove si trovava, chino al lavoro insieme con i famigliari, il nonno Cosimo, che, all’epoca, era il fidanzato, o meglio lo “zito”, di Consiglia. E sistematicamente inascoltate restavano le esortazioni del giovanotto a che, la sua amata, gli lasciasse uno o due esemplari di pesce.

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Un tempo, nei piccoli paesi, la rivendita o privativa di sali e tabacchi rappresentava un luogo o meta altamente familiare, cui, a chicchessia, poteva capitare d’accedere anche con frequenza quotidiana, posto che, in aggiunta ai sigari, alle sigarette e ai giornali, vi si trovavano e vendevano il sale e numerosi altri prodotti alimentari e per la casa.
Assai differente, purtroppo, si presenta l’immagine dell’omologo esercizio commerciale nell’era attuale.
E’ vero, esistono ancora i generi di monopolio e i giornali, però il negozio è diventato, soprattutto, tempio o agorà di giochi, scommesse, lotto, lotterie, Gratta e Vinci, macchinette elettroniche e molteplici varietà di specie similare.
Un giro d’affari notevole, finalizzato comunque al mero superfluo, che, ovviamente, tacendo, per buona pace civica, sugli scandalosi vantaggi per l’Erario, lascia la platea degli utenti con, a carico, un sensibile netto disavanzo fra risorse investite, più precisamente giocate, e  vincite conseguite.

Rocco Boccadamo