di Marcello Buttazzo –

Un’altra alba è tornata. Con i suoi colori chiari e con il sapore di primavera. Dal giardinetto interno della mia casa in affitto, dove vivo con mamma Antonietta, giunge il canto soave degli uccelletti. Musiche davvero accattivanti. “Canti di uccelli lirici”, direbbe il poeta Gezim Hajdari, albanese d’origine, stabilitosi nel 1992 in Ciociaria, autore di memorabili versi, conosciuti come “poesie dell’esilio”. L’alba è tornata anche stavolta per nostra manifesta beatitudine. Un giorno nuovo che si sveglia e fiorisce è sempre un dono della Natura, una grazia di Dio. Anche nell’emergenza totale, assoluta. Da quasi venti giorni, si vive confinati fra le quattro mura, ad aspettare che la turbolenta tempesta passi. Si vive con l’angoscia nel cuore, con l’anima ferita, con la paura galoppante. E con una intricata e insoluta domanda: “Riusciremo a sconfiggere questo subdolo e minaccioso agente infettivo, che sta procurando contagi, vittime, in tutto il mondo?” I virologi, gli infettivologi, i medici, i biologi, i genetisti, gli scienziati, sono all’opera per contenere il contagio e per trovare farmaci, terapie efficaci per i malati, magari un vaccino. In questo tempo mortificato, nel Paese reale, prevale un sentimento diffuso di solidarietà. Medici infermieri sono encomiabili, coraggiosi, valorosi. I volontari si prendono cura della gente in difficoltà, dei senza tetto, di chi sopravvive. Da tanti giorni, sono rinchiuso in casa, con i miei affetti (con mia madre), con i gatti Johnny e Alfonso, con le mie passioni sopite, ma non morte.  Perché anche quando l’esistenza è taciuta e silente, c’è il fuoco che arde nel sommerso. E poi esploderà, fragoroso, in lapilli di desideri e di aspettative, quando potremo uscire tutti assieme all’aria aperta, a respirare sorsi di vita. Le giornate in casa si svolgono all’insegna della regolarità e d’un incedere lento. Alle prime ore del mattino, mio fratello Emidio, da fuori, munito di mascherina, viene a casa a portarmi la spesa e i giornali. La lettura dei quotidiani occupa una parte della mattinata. Stamattina, campeggia la notizia della morte, a 90 anni, dopo una lunga malattia, di Alberto Arbasino, scrittore, giornalista, poeta, critico letterario e politico. Un virtuoso intellettuale, che con i suoi scritti e interventi ha segnato il Novecento letterario. In prima pagina, su “L’Avvenire”, si parla della scomparsa di Carlo Casini, fondatore del Movimento per la Vita, tra i protagonisti del cattolicesimo italiano impegnato nella società. Aveva da qualche anno la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica). Ma ritorno a soffermarmi su questo virus. Lucia Bosè, ex Miss Italia, la diva che sposò il torero Dominguin, madre, tra l’altro, del cantante Miguel, è stata uccisa, a 89 anni, dal virus. Lucia Bosè era una donna famosa. Il coronavirus sta spezzando vite di medici, di infermieri, di sacerdoti, di postini, di operai, generando ferite profonde nella comunità. Nel corso della mattina, penso al dolore dei familiari di chi non c’è più, alla sofferenza di chi lotta. In mattinata, leggo libretti di poesia. Scrivo qualcosa, per metabolizzare lo sfasamento. Gioco con i miei gatti. L’albino Johnny ha 5 anni ed è fratello di Alfonso, tutto nero, che ha 8 mesi. I gatti sono esseri liberi e affettuosi. Sanno dare amore e gioia. Capisco la devozione che un grande poeta del Novecento, Dario Bellezza, provava per i felini, tanto da raccoglierli per strada, presso il Colosseo, presso il Cimitero degli Inglesi o al Testaccio. Bellezza li curava e li adottava.  Il poeta romano ha scritto una silloge denominata “Gatti”, dove i protagonisti sono i suoi piccoli compagni a quattro zampe. La mattinata mi dona, in questo inizio di primavera, lucori fascinosi che entrano dalla finestra o dal giardinetto. Le giornate sono monocordi, ma non monotone. Dopo il pranzo, il riposo pomeridiano. Dopo il risveglio, che è sempre una sorpresa, per il fatto di sentirsi ancora vivi, si indugia con le letture. E poi c’è il computer, Internet, Facebook. Meno male, che in questi giorni di isolamento indotto, forzato, abbiamo la possibilità di comunicare, in qualche modo, tramite la macchinetta tecnologica. Siamo connessi, in contatto superficiale, e possiamo “ascoltare” gli altri e farci sentire, in un dialogo non sordo, ma fruttuoso. Certo, le piazze reali, con la gente in carne ed ossa, sono tutt’altra cosa. Una stretta di mano e un abbraccio vero non si possono sostituire surrettiziamente con le “diavolerie” tecnologiche. Mi mancano le passeggiate all’aperto per le vie del mio paese, la visita quotidiana al bar del mio amico per il caffè. Ma pazienza, verrà un tempo inedito e una stagione di rose. In serata, leggo quotidianamente i versi di vari autori a mamma Antonietta. Seguo i notiziari che, come i giornali, sono incentrati tutti su questa drammatica vicenda. Traverso la sera. E, alla fine del giorno, aspetto l’alba che verrà, sperando che questo brutto incubo, prima o poi, finirà. Saremo trasformati. Saremo, forse, uomini e donne con maggiore consapevolezza. Saremo esseri umani d’una stagione nuova e diversa.

Marcello Buttazzo