di Aldo Quarta –

L’intervento di Antonio Errico su “La letteratura salentina in cerca di nuovi linguaggi”, pubblicata da Quotidiano domenica 7 aprile, è stimolante e merita un dibattito.
Vengono poste due questioni: la prima riguarda lafunzione che dovrebbe avere la letteratura salentina, la seconda riguarda il linguaggio di cui dovrebbe disporre.
In merito alla “funzione”, Errico ha l’impressione che rimanga la stessa avuta nel Novecento; per la seconda, invece,ritiene necessario immaginare “un linguaggio ulteriore, trasversale”, in grado di attraversare gli elementi tematici e semantici per rintracciare “i nuclei su cui lavorare”.
La conclusione del suo intervento è che “fino a questo momento (la letteratura salentina) non ha cominciato a confrontarsi con il secolo che corre”,per cui “poesia e narrativa non hanno potuto ancora elaborare” (i nuovi linguaggi).

Le due questioni poste sono importanti; anche perché, se non viene stabilito quale funzione debba avere la letteratura in un determinato contesto storico e sociale e quale debba essere il linguaggio come strumento di lavoro, si rischiadi fare un buco nell’acqua.
Per quanto riguarda la funzione della letteratura, credo che poesia e narrativa debbano parlare all’uomo (e alla donna) del proprio tempo, per offrire stimoli alla creatività individuale e alle diverse forme di produttività artistica ma anche per accompagnare l’evoluzione del rapporto tra cultura e potere pubblico. Poesia e narrativa, che nascono come prodotto di un profondo travaglio individuale, non possono che porsi l’obiettivo di “migliorare” gli esseri umani con i quali si condivide l’esistenza terrena. Non di migliorare la capacità organizzativa di stare insieme (che spetta ad altri) ma di migliorare la capacità di interpretare gli anni che si vivono in comune in un determinato territorio.
La poesia e la narrativa parlano al cuore e al sentimento degli individui e delle comunità e rende percorribile l’esperienza umana; sono in prima fila, come la pittura, la scultura, il cinema, il teatro, le arti espressive in genere.Tutte hanno un ruolo ed ognuna ha un suo linguaggio, un suo mondo, un suo percorso (vecchio e nuovo), una propria problematicità.
Per quanto riguarda il linguaggio della letteratura, non credo che si debba ancora pensare al dialetto (parlato o scritto) come strumento di creatività “ulteriore”, pur avendo la sua importanza e la sua nicchia di operatività.
La poesia ha i suoi canoni, le sue accortezze metriche e ritmiche, la sua leggerezza e la sua impenetrabilità, la sua capacità di fare sintesi. La narrativa, invece, vive di tempi più lunghi e organizza il mondo interiore dello scrittore in un alternarsi di avvenimenti che percorrono il tempo e lo spazio e che nascono dalla necessità di confrontarsi con le inquietudini della società.

Certo, bisogna tener presente che la letteratura del post-Novecento è chiamata a fare i conti con il cinema, la televisione, il teatro, la musica, internet, il giornalismo, l’industria editoriale. Sono tutti fattori che condizionano pesantemente la letteratura.Basti pensare a fenomeni come il commissario Montalbano, dove televisione e industria editoriale sono un tutt’uno, oppure a sorprendentiscoperte editoriali provenienti dai canali internet e dai “social”.
In questo scenario possiamo anche parlare di letteratura salentina, ma sempre in termini di periferia, di entusiastico volontariato, di singole personalità che si muovono in un ambiente magmatico, di poeti e narratori che scrivono al di fuori dell’ala protettiva della grande industria editoriale.

Che sarebbe di Bodini, Comi, Pagano, Verri, Fiore, Durante, Toma, De Donno, De Jaco (ed altri) senza la memoria di una certa accademia salentina (benevola a volte e distante più spesso), senza l’entusiasmo di qualche intellettuale sparso, armato di buona volontà?
La letteratura salentina (vecchia e nuova) esiste nella misura in cui la facciamo vivere noi Salentini, nel cuore e nella mente, nella misura in cui la facciamo entrare nelle scuole, l’approfondiamo e la divulghiamo tra i giovani e i meno giovani, nella misura in cui la poniamo alla base di una “coscienza salentina”, di una “cultura salentina” intesa come primo passo di un percorso extraterritoriale.

Per fare questo, la letteratura salentina dovrebbe parlarsi, gli scrittori salentini dovrebbero dialogare ed entrare in comunione con la società in cui operano a vario titolo. Insieme, poi, si potrebbe parlare di nuovi e vecchi linguaggi e di funzione della letteratura.

*Nuovo Quotidiano di Puglia, martedì 9 aprile 2019