di Daniela Liviello

Ci sono libri che cullano il sonno, altri che accompagnano lunghe giornate estive, altri libri sotto l’ombrellone carezzano la pelle come ondate di brezza avvolgente.
Alcuni libri sono odorosi e morbidi al tatto, altri leggeri da portare in borsa per viaggi indefiniti. Le parole possono evocare profumi, sapori, suoni, ambienti perduti o dimenticati. Libri per l’estate e libri da sfogliare accanto al fuoco, d’inverno.
Ci sono libri che spiegano il mondo, danno occhiali e metro per leggere e misurare la realtà, modificarla se vogliamo, o semplicemente guardarla consapevolmente.

Poi c’è la poesia.
È sempre stagione di poesia; è sempre il luogo della poesia.

Leggo, in questi giorni di calura e trambusto turistico, bellissimi versi ordinati quasi a formare un poema; hanno fermato la mia attenzione, mi hanno letteralmente catturata, presa in ostaggio; anche a pagina chiusa ripenso ai luoghi descritti, alle bambine, alle donne anziane, figure dolenti, innocenti.Ma anche fiori, carezze e madri che chiedono se hai già mangiato. Perché il Sud è anche questo: qualcuno ti chiede sempre se hai già mangiato. Ricordo i nomi, Beniamino, Teresa, Felipe…

E torno a leggere, non posso farne a meno. Damasco, Palestina, Siria, Sarajevo…

INONDAZIONI, CartaCanta edizioni, Giugno 2019, libro d’esordio di una giovane, matura poeta salentina, VALERIA CAGNAZZO. E già il titolo anticipa l’effetto sull’anima del lettore.
C’è bisogno di poesia e c’è bisogno di poeti. Che feriscano, metaforicamente, con frecce di luce un sentire anestetizzato dal rumore di una realtà presa da frenesie goliardiche o da bisogni insoddisfatti e vuoti da colmare.
Poeti che svelino territori neanche troppo lontani dal nostro mondo fatto di quiete apparente o nevrotiche intolleranze per lo più nate da timori ancestrali di ciò che non si conosce, o da confini individuali avvertiti in pericolo di sfondamento.
Perché il mare è tutt’intorno. Corpi affondano, vite bussano alle porte ed è già tempo di abbattere muri frettolosamente eretti a protezione di vacue certezze.
La poesia di Valeria Cagnazzo scava alle fondamenta, inonda, fa entrare il mare con le sue maree, spalanca porte, fa circolare l’aria fin negli angoli più bui e polverosi. Questa è poesia. La Poesia.
C’è bisogno di poeti che vivifichino col loro respiro ampio l’aria pesante di malumori, rancori, rivendicazioni d’identità deboli perdute già per merito, o effetto, di ridicole rivendicazioni.
Valeria Cagnazzo dice che c’è qualcuno che muore oltre il muro di cinta delle nostre “certezze”. La sua poesia è luce che disvela, cade come un colpo d’accetta sulla pietra più dura

La poesia di Valeria Cagnazzo è canto, nenia, urlo, voce dissacrante, perdono “…ai santi che si sono estinti…”
La poesia di Valeria è memoria di un presente che scorre come pellicola davanti alle nostre vite e lei per descriverlo, o curarlo, opera la sua metamorfosi: diviene limone per dirci del limone, albicocca per dirci l’albicocca, ragno per guarire dalla paura.
Dice persino della nostra storia, o comunque rinfresca la memoria: “…Teresa, ti ricordi la fila per il pane?…”.
Fa pensare alla nostra fame di un tempo neanche tanto lontano: “Quando l’ONU trascina i sacchi di farina…arrivano i bambini alti e i bambini bassi…..e i pidocchi e i sogni non fanno differenza…”

E poi “…un bambino ti porge il piede: allacciagli le scarpe”.
Dice bene Valeria in una delle sue bellissime poesie: “…le parole sono come case…”.

La poesia è fatta di parole che, come case, possono ospitare il mondo, possono farci SENTIRE il mondo, respirare l’aria che respirano gli altri. Possono curare il mondo e gli altri come Valeria sa fare anche con la sua professione di medico che viaggia in territori abusati dalla mano e dalla volontà malsana dell’uomo.

Nelle sue parole, nel suo mare, nelle sue stanze io ho nuotato, mi sono rannicchiata, cercata, ritrovata. Mi sono ritrovata nella sua luce che è anche la mia, la luce di questa terra salentina dalla quale Valeria è partita e ci riporta immagini di terre calpestate, e sangue e corpi e bambini che chiedono soltanto di crescere e amare.

Valeria Cagnazzo fa grande poesia, poesia civile, opera d’arte fonte di coscienza e conoscenza a cui ognuno deve abbeverarsi per guarirsi e guarire il mondo.

Costa sud, ore cinque, età dei pesci piccoli

(“Da chi nascete, da che cosa? Da chi prendete
l’acqua, il fiato?” –  “dimentichiamo tutto
come un canto dell’alba” – “perché non vi lega
un dolore agli uomini, alla terra, come
una fame?”- “ ma questo esiste, solo
non è un filo tanto spesso da far cerchi
intorno al mare, molte volte sfugge:
si forma poco dopo la paura della morte,
poco prima delle viole intorno agli occhi”).

Da INONDAZIONI di Valeria Cagnazzo,  CartaCanta edizioni, giugno 2019