di Vittorino Curci –

1.

Quella che doveva essere una spiegazione o, stando alle mie aspettative, una rivelazione, mi lasciò del tutto indifferente. La dentuta e quasi cieca professoressa di lettere – ormai prossima, come diceva lei, “alla quiescenza” – disse che la parola poesia deriva dal greco póiesis che vuol dire “fare”. Ne sapevo più di prima? No. “Fare” è un verbo generico. Può significare cose diverse: fabbricare, ottenere, consentire, svolgere ecc. Pensare però di chiedere alla prof (in verità non si diceva così allora) di precisare meglio il concetto, sarebbe stata una follia. Quella povera donna, al di là di quello che col suo loffio bagaglio culturale, tipico del Ventennio, aveva detto poc’anzi, non era in grado di aggiungere altro. Per lei la cultura consisteva nell’apprendere a memoria delle semplici formulette tipo: “il pio Enea, strumento passivo nelle mani degli dèi”. Così le era stato insegnato da giovane e così cercava di insegnare a noi. Chiederle ulteriori spiegazioni per sviluppare un minimo di ragionamento, sarebbe stato troppo da parte mia. L’avrei messa sicuramente in imbarazzo e forse avrei anche rischiato un brutto voto (cosa che avevo, ahimè, già sperimentato).

Correva l’anno 1966 e i furori, gli entusiasmi e le illusioni del ’68, specialmente in un paese del sud, erano ancora ben lontani da ogni nostra immaginazione. E così quel giorno, e nei giorni seguenti, non ebbi altra possibilità che rimuginare in solitudine lo stesso pensiero: in che senso la poesia è un fare? Con tutta la buona volontà non riesco, da così poco, a cogliere un significato… Si può fare una passeggiata, una dieta, un sorriso, una partita a carte, una brutta figura, una torta… Che significa che la poesia è un fare?

Mi sono ricordato di questo lontano, lontanissimo episodio della mia giovinezza quando, l’estate scorsa, ho letto “L’alternativa occasionale del poeta”, un testo poetico della scrittrice americana Grace Paley: “Stavo per fare una poesia / ho fatto una torta invece   ho impiegato / più o meno lo stesso tempo / la torta ovviamente era una stesura / definitiva   la poesia avrebbe avuto / un po’ di strada in più da fare   giorni e settimane / e parecchi fogli accartocciati // la torta aveva già un suo pubblico / schiamazzante e ruzzolante tra / camioncini e un’autopompa sul / pavimento della cucina // questa torta piacerà a tutti / avrà dentro mele e mirtilli rossi / e albicocche secche   molti amici / chiederanno   ma perché / ne hai fatta una sola // questo non succede con le poesie / per una tristezza che non so descrivere / ho deciso di dedicare la mattina / a un pubblico che sappia apprezzare / non voglio aspettare una settimana   un anno / una generazione fino a quando / non si vede arrivare il giusto consumatore”.

2.

Benché condivida il concetto di destituzione filosofica dell’arte di cui parla il filosofo dell’arte americano Arthur C. Danto, non mi arruolerei mai tra coloro che, quasi come una vendetta, si pongono l’obiettivo di una sistematica destituzione artistica della filosofia. Riconosco alla filosofia i suoi meriti, anche se non accetto a volte il suo linguaggio spocchioso, la sicumera filologica con cui approccia mondi culturali che, secondo me, non potremo mai capire fino in fondo con il solo utilizzo della ragione. Come possiamo noi concepire un mondo abitato da dèi capricciosi in competizione con gli uomini? Oppure una società senza scrittura, totalmente affidata a una tradizione orale? Torniamo quindi, con un po’ di umiltà, alla domanda che mi ponevo all’inizio: in che senso la poesia è da considerarsi un fare?

Nel Convito Platone dice che “qualsiasi causa capace di addurre una cosa dal non essere all’essere è Póiesis“. In altre parole: ogni volta che qualcosa viene portato alla luce della presenza (assume, cioè, una forma) si ha póiesis. In questa accezione ogni arte è poesia.

Il termine forse più adeguato per tradurre póiesis nella nostra lingua è “produzione” (dal latino producĕre, composto dal prefisso verbale pro, “fuori”, “avanti”, e dal verbo ducĕre, “condurre”). Quindi la póiesis è “condurre” qualcosa “fuori”… “avanti”… dal non essere all’essere.

I greci inoltre distinguevano tra póiesis e práxis (da prattéin, “fare”, però nel senso di “agire”). In L’uomo senza contenuto, un libro del 1970 di Giorgio Agamben, questa distinzione viene spiegata benissimo: “Il carattere essenziale della póiesis” era “nel suo essere un modo della verità, intesa come disvelamento, a-létheia“. Ed è questo, secondo Agamben, il motivo per cui Aristotele assegnava “alla póiesis un posto più alto rispetto alla práxis” le cui radici invece affondavano nella condizione stessa dell’uomo in quanto essere vivente, nel principio di movimento (la volontà) che caratterizza la vita.

Il legame originario e indissolubile tra póiesis e verità (alétheia) è fondamentale per capire lo statuto della poesia e dell’arte. Se non si tiene conto di questo non ci è dato capire nulla di tutta la pro-duzione poetica e artistica che è venuta in essere nel corso della storia.

3.

A metà del XVIII secolo con il filosofo tedesco Alexander G. Baumgarten nasce l’estetica. Il termine “estetica” deriva dalla parola greca áisthesis, che significa “sensazione”, e dal verbo aisthánomai che significa “percepire attraverso i sensi”. Il testo fondamentale di questa disciplina filosofica, che aveva per oggetto la conoscenza del bello naturale e artistico, è indubbiamente la Critica del Giudizio di Kant, opera di assoluto valore in cui, tra l’altro, venne data la famosa “quadruplice definizione del bello”: 1. “senza alcun interesse”; 2. “universalmente senza concetto”; 3. “senza la rappresentazione di uno scopo”; 4. “oggetto di un piacere necessario”.

Fra le tante riflessioni che si possono fare (e sono state giustamente fatte) in merito alla definizione kantiana della bellezza, ciò che più mi colpisce è il fatto che il punto di vista viene spostato dal processo “produttivo” dell’artista, insito nel concetto greco di póiesis, alla sensazione (áisthesis) dello spettatore, ossia a ciò che lui percepisce (“senza alcun interesse”) attraverso la mediazione dei sensi. Nel momento in cui l’opera d’arte viene ridotta a pura rappresentazione estetica si crea una frattura con quella soggettività che nel mondo greco legava indissolubilmente l’artista alla sua materia. Si dà vita in questo modo a una contrapposizione, a un vero e proprio conflitto tra produzione e sensazione, tra póiesis e áisthesis. Un ulteriore segno, insomma, di quel nichilismo che, come dice Heidegger in Sentieri interrotti, “pensato nella sua essenza, è piuttosto il movimento fondamentale della storia dell’Occidente”.

Nel punto in cui siamo, forse per la póiesis la partita è già persa. Tuttavia, per quanto possa sembrare un paradosso, l’estetica non ha vinto. Anzi, si può dire che, una volta espunto dal suo campo di interesse il bello naturale, l’estetica sia stata assorbita e di fatto superata dalla filosofia dell’arte. Ce ne dà (indirettamente) conferma Danto in L’abuso della bellezza: “Una giovane istruttrice, in un’università canadese, una volta mi disse che ogni qual volta vede un annuncio del dipartimento di filosofia per una posizione di estetica, non può fare a meno di pensare che stiano cercando qualcuno capace di fare le unghie.”

Vittorino Curci – dicembre 2020