di Marcello Buttazzo –

In questo tempo contraddittorio e ferito, abbiamo bisogno più che mai di riconoscerci in piccole cose. La ragione della vita (e, in fondo, anche quella delle stelle) risiede in impercettibili atomi di splendore. Abbiamo bisogno di respirare piccole cose per continuare a sperare, per continuare a vederci inseriti in un progetto d’esistenza (unico e irripetibile, per ciascun essere umano).
Piccole cose che diano lucore all’aurora, che accendano le stelle silenziose e assorte nelle serafiche notti lunari. Piccole come un saluto di prima mattina dato al vecchio in bicicletta, che negli occhi fa balenare i marosi di tutte le tempeste e la serafica quiete dei suoi 96 anni. Mitico “Pissu”.
Piccole cose come il caffè condiviso al bar con un amico, parlando dei trascorsi anni fanciulli a inseguire un pallone nei campetti francescani, quando Lei era già più d’un’ipotesi d’amore e già fiammeggiava di rosso fra le pieghe dell’anima.
Piccole cose come il sorriso sempre accogliente d’una madre, che con i suoi racconti fitti trasforma ogni pianto antico in un novello giorno di gioia. Piccole cose come la premura, l’amore per i tuoi gatti, schegge d’anima, felini della luna, caduti dal cielo per nostra beatitudine.
Piccole cose come il prendersi cura, per quanto possibile, dell’altro da sé. Solo prendendoci cura degli altri possiamo spezzare le ferrigne catene della neghittosità, possiamo dare significato al nostro sé, alla nostra identità in perenne, dinamico divenire.

Solo prendendoci cura degli altri, possiamo liberarci dalla stretta prigionia degli eventi esterni e costruire pazientemente la più trionfante libertà. Con la devozione per la poesia, possiamo prenderci cura del nostro spirito. Anch’io ricerco spasmodicamente piccole cose nel giardino dell’anima, un vento che spettini i ricordi, che carezzi le giovani gote e flessuoso danzi sulle cime del mandorlo fiorito. Quante volte mi sono rivolto al vento, chiedendogli di fare del tempo un’estasi, un tumulto, un gioco vorticoso, per sentire la melodia dei mille violini e per rivedere, ancora una volta, gli occhi di chi un giorno era la mia alba. Nel mio giardino, d’oro tralucevi come spiga di grano. Diadema dell’anima, tripudio di rossi papaveri in campi di sole. Mirra, argento. Inviolato cielo mattutino, assenza, lontananza. Mattanza d’estate. Sangue e lacrime. Eri un frastuono d’amore a incendiare l’aria cupa. Eri un albatro di passione, una superba Vanessa, un arazzo di Francia. Eri la viola del pensiero nei giardini di primavera. Quel giorno, il pomeriggio ventoso portava odori di erbe, una danza di bimbe e rose fanciulle. Abbiamo bisogno di piccole cose, del minuscolo filo d’erba francescano, che con un impeto di fotosintesi universale avviluppi d’abbraccio virente l’universo. Abbiamo bisogno di prati di arcobaleni ridestati. Bianchi gli alberi della vita. Abbiamo bisogno d’un piccolo amore, d’un piccolissimo amore, per contare i giorni che restano, per misurare l’attimo e l’infinito, per salvarci la vita. “Piccolo amore, piccolo amore, che pena quelli con un grande amore”, canta Roberto Vecchioni.

Abbiamo bisogno di piccole cose, di pacifiche letture, come il seguente “Lunario” di Marina Corradi, apparso sull’”Avvenire” di giovedì 31 marzo, dal titolo “Quel raggio di febbraio”: “La mattina dello scorso 2 febbraio, una giornata serena, finalmente il sole ce l’aveva fatta a penetrare nell’ombroso cortile di casa, e un raggio si era spinto nello studio. Che luce nuova, ho pensato, e semplicemente per quel silenzioso ingresso mi ero commossa. Come mai, mi ero chiesta, mi colpisce il primo raggio nel cortile? In realtà sembrava una piccola cosa, in molti non ci fanno caso. E poi è uguale, ogni anno. Appunto. È questa fedeltà che mi meraviglia. Questo eterno ritorno, superiore al disordine degli uomini e al loro male. Su ogni campo di battaglia, su ogni luogo di devastazione e di sterminio tornerà un giorno, a febbraio, quella luce chiara. L’avvertono per primi gli animali, e torna la stagione degli amori. Ma, magari senza accorgersene, anche gli uomini sono contaminati da quella luce: e bruciano le sterpaglie dell’inverno, e hanno voglia di imbiancare le stanze. Che, fra mura candide, la vita possa ricominciare, pure nel peso degli anni e del dolore? (O forse, è un inganno? La natura eternamente ci spinge a vivere. È un dovere. Non si può disertare). Eppure io voglio fidarmi del primo raggio nel cortile. So che tornerà quando io non ci sarò più. Ma, non so come, in quella luce vivrò, allora, o forse la berrò, come acqua sorgiva. Quel raggio di febbraio diceva: non aver paura”.

Marcello Buttazzo