di Antonio Stanca

Nicolai Lilin è uno scrittore russo naturalizzato italiano. Lilin è uno pseudonimo da lui scelto per onorare la madre Lilia. È nato a Bender, Moldavia, nel 1980, ha trentasette anni e dal 2004, quando ne aveva ventiquattro, è vissuto in Italia prima a Cavallerleone, in Piemonte, e poi a Milano.

Egli dice che gli antenati della sua famiglia risalivano a quegli antichi siberiani che erano stati mercanti, cacciatori, esploratori, fuorilegge. Durante la rivoluzione comunista del 1917 quegli antenati erano stati decimati ed i pochi rimasti si erano trasferiti in Transnistria. Qui si sarebbe trovato il piccolo Nicolai quando nel 1992 era scoppiata la guerra civile tra Moldavia e Transnistria. Poi a diciotto anni era stato militare nei reparti antiterroristici ed, infine, era venuto in Italia, dove si era dedicato non solo alla scrittura di romanzi e racconti ma anche ad attività come il tatuaggio, per il quale ha un laboratorio a Milano, la produzione di materiale didattico, la collaborazione con alcune testate giornalistiche e la conduzione di programmi televisivi.

È stato ancora Lilin a dire che da bambino aveva amato ascoltare dai nonni e da altri anziani dei posti dove era vissuto storie dell’antica Russia. Molto tempo aveva trascorso ad ascoltare i vecchi della sua e di altre famiglie e molto aveva saputo della Russia di prima, di quella dell’epoca zarista, delle caste criminali, della criminalità organizzata, dei “criminali onesti” che si adoperavano per proteggere, difendere gli umili, i deboli, i poveri, che allora erano tanti, delle vessazioni, sopraffazioni del regime zarista. Gli Urka sarebbero stati una di quelle caste, avrebbero avuto i loro personaggi e questi, con le loro gesta, avrebbero tanto incuriosito Nicolai bambino, ragazzo, da fargli pensare, una volta adulto, di ricavare da quei tempi, da quegli ambienti, da quelle figure i temi dei suoi romanzi. Già nel romanzo d’esordio, Educazione siberiana, del 2009 Lilin scrive di come era avvenuta la formazione del giovane protagonista presso gli Urka siberiani, dei principi, dei valori di carattere morale, civile, sociale che gli erano stati trasmessi affinché li perseguisse, li difendesse dalle continue oppressioni di un sistema politico corrotto quale quello degli zar. Molto successo ebbe il romanzo, in molte lingue fu tradotto ed una riduzione cinematografica ne fu fatta ad opera del regista Gabriele Salvatores.

Ancora la Russia del passato, in particolare l’antica Siberia, i suoi “criminali onesti” sarebbero stati i luoghi, i personaggi di altri romanzi del Lilin che col tempo, però, avrebbe accolto, sviluppato nella sua narrativa anche altri temi. Non si sarebbe, tuttavia, mai completamente allontanato da quello che sembrava essere il motivo dominante delle sue narrazioni, la vita, cioè, di quella Siberia ampia, sterminata, ghiacciata da dove era venuta la sua famiglia, della quale gli avevano narrato i vecchi, dove si era vissuto a contatto con la natura, con i boschi, i fiumi, i laghi, dove a difesa dei tanti poveri, dei tanti deboli si erano venute formando bande di “criminali onesti” che combattevano i soprusi, le ingiustizie del governo zarista.

Centrale, fondamentale è stato per Lilin scrittore questo argomento, era legato alla sua famiglia, lo ha sentito come connaturato e al punto da pubblicare a Febbraio di quest’anno, presso Einaudi, il breve volume intitolato Favole fuorilegge e impegnato a rappresentare, con una serie di favole, i tempi, i luoghi, la vita di una Siberia più remota di quella dei romanzi e racconti. Tranne una queste favole erano ancora inedite ed in questo libro sono state raccolte insieme a molti disegni e tatuaggi dello stesso autore.

La Siberia di adesso è quella del mito, delle leggende, delle fate, dei maghi, degli incantesimi, dei tesori nascosti, delle pietre preziose, dei misteri, delle visioni, delle apparizioni, delle trasformazioni, degli animali e delle piante che parlano, di tutto quanto ha attraversato generazioni ed ha sempre composto le favole per il valore, la funzione d’insegnamento che hasempre avuto. Al piccolo Lilin le favole erano state raccontate ed ora, a suo modo, le racconta perché si sappia cosa si pensava, si faceva, si diceva, come si viveva prima che cominciasse la storia della Russia, quando non solo l’uomo ma ogni elemento della natura aveva un suo spirito e tutto avveniva in modo che gli spiriti del male avessero sempre il loro castigo e quelli del bene il loro premio.

Della vita della Siberia dei primordi dicono le favole del Lilin, d’allora si narrano in Russia affinchè aiutino a distinguere il bene dal male, a farne una regola fondamentale. Che Lilin abbia voluto riproporle significa che ha avvertito la necessità di indicare la via del bene in tempi come quelli attuali che l’hanno completamente smarrita. La favola gli è sembrato il modo più opportuno per farlo poiché a tutti, ovunque può giungere data la facilità del suo linguaggio e la chiarezza del suo messaggio.

Antonio Stanca