di Antonio Stanca –

“Il bacio di Giuda” di Sveva Casati Modignani fu pubblicato nel 2014 da Mondadori di ora, una sua edizione speciale Pickwick per conto della Sperling & Kupfer.

La scrittrice ha ottantuno anni, vive ancora a Milano e ancora lavora. Ora è vedova, è senza l’amato marito che nel concepimento e nella stesura di tante opere l’aveva accompagnata. A quando aveva quarant’anni risale l’inizio della sua attività di scrittrice. Prima si era applicata in vario modo finché, diventata giornalista del quotidiano “La Notte” ed entrata a far parte del mondo dello spettacolo, non aveva pensato ad opere di scrittura. In queste ricorrente sarebbe diventato il tema del confronto tra vecchio e nuovo mondo, tra vecchia e nuova vita. Come minacciati dalla modernità avrebbe sempre presentato quei principi, quei valori che erano stati alla base di un modo di pensare, di fare, di un’umanità che era durata per secoli. Il contrasto rappresenterà quasi sempre, nelle sue narrazioni, tra la moralità, la spiritualità dei tempi passati e la volgarità, la materialità dei tempi presenti. A veri e propri scontri farà giungere i due elementi e pur a costo di sofferenze, di rinunce mostrerà come sia sempre possibile la vittoria dello spirito sulla materia.
Ne “Il bacio di Giuda” è lei, bambina di nove anni, la protagonista. Sono i tempi della sua infanzia, quelli venuti subito dopo la seconda guerra mondiale e attraverso le sue esperienze di allora la scrittrice mostra quanto succedeva nella sua casa, nella sua scuola, in quella Milano che sarebbe sempre stata la sua città. Stavolta è il suo spirito, la sua anima a soffrire per quanto avviene in casa e fuori. Molti sono i disturbi, i dolori, i tormenti che patisce, molta la diffidenza, l’incomprensione dalla quale si vede circondata. Le sue pene di bambina sono di molto superiori alle sue gioie e mentre dice di tutto questo, mentre recupera la sua infanzia la Casati dice pure di come allora si viveva. Si trasforma nella testimone di un’epoca ormai passata, la fa rivivere nella maniera più vera possibile dal momento che vi ha preso parte, c’è stata, l’ha vista. Sorprendente, incredibile sembra la scrittrice quando mostra come la Milano del dopoguerra assomigliasse nelle sue case, nelle sue strade, nella vita delle sue persone, nei giochi dei suoi bambini, nelle sue usanze ad un qualsiasi altro posto del Meridione d’Italia. Affascina il lettore un libro che gli permette di scoprire, con la facilità del linguaggio propria della Casati, come nell’Italia degli anni ’50 ci fossero ovunque gli stessi bisogni, come ovunque si pensasse, si vivesse allo stesso modo, si volessero le stesse cose. E tutto all’insegna di quella semplicità, di quella sincerità, di quella spontaneità che erano diventate necessarie dopo tanti disastri e che alla bambina venivano negate sia in casa, dove soffriva del rapporto con la madre, sia fuori, dove era il rapporto con i compagni a farla soffrire. Voleva essere vera, autentica e questo la faceva apparire spesso disubbidiente, sgarbata. Non sopportava che la si giudicasse, che alcuni difetti del corpo le venissero rimproverati come colpe. Una bambina difficile era finita col diventare, un’esclusa ne aveva fatto il suo problema a rapportarsi. La solitudine era diventata la sua condizione preferita.
Erano dei segnali precorritori: da lei, dalla sua indole, dalle sue inclinazioni, dalle sue sofferenze sarebbe venuta quella donna che le avrebbe trasformate nei temi di tante opere, quella scrittrice che dell’incomprensione, dell’incomunicabilità avrebbe fatto i segni dei suoi personaggi.
Antonio Stanca