di Lara Carrozzo  –

L’inverno lustrava gli occhi accesi ed entusiasti per il nuovo arrivo, le case prendevano forme architettoniche tra gli altissimi alberi di pino, e il mattino si annunciava con l’odore dell’erba fresca in movimento. Era un mercoledì di ritorno da un viaggio di attesa, che forse avrebbe rappresentato l’epilogo di un’alba in un’altra alba …e avrebbe dato un senso diverso alle cose.

L’angelo che mi aveva accompagnata nel corso di quegli eventi, aveva vissuto come me da spettatore quel viaggio, e nemmeno lui, da creatura celeste, aveva immaginato tutto quello che era accaduto nell’arco di un autunno denso e percorso da foglie ricadenti, non proprio ai piedi degli alberi, ma nel ventre di una donna assorta tra pratici pensieri domestici. Lei, una signora procace e fiera del suo aspetto, annusava continuamente i fiori, che amava cospargere per la casa quasi distrattamente: sui tappeti, sui tavoli, sulle credenze, sui letti, quasi in preda alla frenesia ossessiva di rendersi continuamente viva. Usciva fuori ripetutamente a coglierne degli altri, di qualsiasi tonalità e colore, poi, rientrava sorridente e soddisfatta della sua buona azione. Le sue giornate erano vissute nella totale quiete e i suoi pensieri si cospargevano spesso di nuovi romanzi da scrivere; era una scrittrice che sul far della vita aveva deciso, dopo aver vissuto sessantacinque anni in una città brulicante di motori, macchine, caos indecifrabili, di ritirarsi in un habitat completamente naturale. In realtà, in passato, ci aveva sempre pensato, ma le aveva fatto paura l’idea della solitudine, e poi aveva avuto un compagno di cui era stata praticamente serva, e con cui non era riuscita ad avere alcun figlio. Nei suoi scritti raccontava sempre della sua città e la etichettava spesso come “l’industria degli imbecilli”, perché si era sempre sentita del tutto estranea a ciò che le era successo attorno, sul finire dell’ottocento; aveva immaginato il progresso come una sorta di gigantesca macchina da scrivere che in maniera violenta avrebbe cancellato tutti i valori dell’umanità: Dio, la società, l’essere, l’arte, la natura, sarebbero andati distrutti e subito rimpiazzati dalla miriade di avanguardie che senza un minino di sensibilità avrebbero “intellettualizzato” tutto.

Era stato un vero calvario pe lei, e ancora non riusciva  a rassegnarsi del fatto che era dovuta andar via per cercare e attendere quello che desiderava.

La sua compagnia era un combriccola di animali simpatici e rumorosi che in tutto quel silenzio riuscivano a regalare a questa incantevole signora di nome Anna, un po’ di sana musica stonata, ma che certamente la divertiva molto. Credeva fermamente in ciò che tutte le cose, anche quelle minuscole, potevano comunicarle, e infatti col tempo aveva acquisito la capacità di trasmettere emozioni e sentimenti agli animali e alle piante. Aveva letto molto su S. Francesco e l’aveva sempre affascinata quella figura così semplice e discreta che però aveva delle grandi capacità.

Anna, non avrebbe mai cambiato idea cambiato idea, lì avrebbe cominciato a vivere, e non le importava quando e quanto, ma solo come. Quando avvenne quello strano fatto, pochi giorni prima, si era accorta che non riusciva più a parlare e che l’aveva d’un tratto circondata un grande silenzio, questo non l’aveva preoccupata più di tanto perché l’accompagnava una grande fede, fino a quando d’improvviso, le cedettero le gambe e cadde sul tappeto tra i fiori distesa.

Cadde proprio in quel mercoledì d’inverno, tra i pini, le case e i profumi: era stato il giorno del passaggio a nuova vita. Il giorno, in quell’immagine, era questo paesino sperduto, ma tutto poteva assumere un colore ed una forma diversa se solo Anna, ormai vento tra gli alberi, l’avesse desiderato. Si sentiva libera di esplorare tutto il paesaggio e non era schiava né di un marito, né della società, né delle sue stesse scelte. Stranamente però si sentiva accolta dal calore disumano di se stessa e come proiettata in un a realtà eccessivamente insita alle sue passate membra; pensò che erano solo sensazioni e continuò i suoi meravigliosi voli nei paradisi dell’immaginario, cogliendo esalazioni inebrianti. Inaspettatamente però si sentì colpita dalla tristezza, rapita da un nuovo desiderio, ma che forse era in realtà remoto e mai cancellato. Si fermò nei pressi di un ruscello e cominciò a scrivere tra le lacrime del suo caro figliolo mai nato e sempre amato nell’intimo della sua maternità. Tra i fogli si raccoglievano mille pensieri, sulla bocca, sulle guance, sugli occhi, i capelli, la morbida pelle del suo bambino quando … Apparve una figura che lei aveva conosciuto bene tra i libri: era S. Francesco d’Assisi che con un gesto cauto e discreto le asciugò gli occhi e le disse: “Anna, è da tempo che osservo la tua passione per la scrittura, e penso che se la mia storia non è andata perduta è stato grazie alle persone come te che hanno saputo imprimere sulla carta gli avvenimenti. Non disperare, qui tutto è realizzabile, ma non tramite il corpo; questo è un mondo fatto d’anima, non è un paradiso perfetto, è quello che hanno scelto le persone libere come noi”. Lei intimidita lo guardò intensamente quasi fino a volere penetrare il mistero delle sue pupille rivelatrici e rispose: “Ma io non ho chiesto nulla, non l’ho chiesto questo paradiso! E non cambia niente perché non sono madre anche se ho la libertà. Sarò monca per sempre nei pensieri, nei desideri!”. S. Francesco si sedette accanto a lei, con calore le circondò la schiena e le disse: “Anna, avvicinati alla riva del ruscello, in autunno ci sono tantissime foglie qui, raccoglile, quando avrai finito, ci sarò io ad aspettarti; non ti voltare mai, fallo con la grande passione che possiedi”. Anna senza esitare si avvicinò alla riva pensando che foglie le sembravano i suoi stessi pensieri umidi di lacrime e di sofferenza… Come un eco da lontano si sentì un vagito. Lei pensò di essere diventata matta, ma poi lo sentì ancora e cominciò a rincorrere quel suono, quasi nutrisse una speranza, lasciando cadere le foglie lentamente, in contrasto alle gambe che invece sembravano impazzite e inciampavano di continuo. Giunta finalmente, s’accasciò, e vide una creatura meravigliosa dagli occhi lucenti e dolci, proprio come li aveva immaginati lei. Iniziò  a gridare: “S.Francesco! È un miracolo! Mio figlio! Mio figlio! Lo sento è lui! È qui!”. Non ricevette nessuna risposta, ma la gioia le fece dimenticare ogni altro pensiero. Dal seno cominciò a sgorgare il latte con  il quale la dolce Anna nutrì il tenero neonato.

S Francesco, dall’alto, salutò quell’immagine celeste, frutto dell’amore di Dio.

Lara Carrozzo