di Antonio Stanca –                                                    

L’anno scorso Einaudi, per la serie “ET Scrittori”, ha ristampato Io, Jean Gabin di Goliarda Sapienza, attrice e scrittrice italiana nata a Catania nel 1924 e morta a Gaeta nel 1996. I genitori, lui avvocato di grido, lei ai vertici del sindacalismo italiano, erano persone note nell’ambito intellettuale, politico e sociale di Catania. Entrambi vedovi e con figli si erano conosciuti e sposati a Catania dove lei, settentrionale, era stata confinata per idee e posizioni contrarie al regime fascista. Anche lui era socialista e sorvegliato speciale. Goliardo, morto prematuramente, e Goliarda erano stati gli unici figli venuti dal loro matrimonio. Alle loro idee libertarie era stata educata la piccola e per questo aveva dovuto lasciare la scuola dove il fascismo era diventato l’unica regola. La strada e il quartiere catanese detto Civita, presso casa sua, erano diventati i suoi posti preferiti. Qui erano avvenute le prime conoscenze, le prime amicizie, le prime esperienze, qui si era formato quel carattere combattivo che l’avrebbe sempre distinta.
Nella Civita c’era di tutto, dalle botteghe dei più antichi artigiani ai negozi della merce più sofisticata, dalle persone più affidabili a quelle più compromesse, dalle vendite più regolari ai traffici più illeciti e tutto tra una serie infinita di piccole case, piccole stanze, piccole strade dove la prostituzione e la droga stavano insieme ai buoni costumi.
Per rimanere a galla bisognava saper lottare, saper vivere di poco e Goliarda lo imparò a fare insieme alla boxe e al tiro a segno. La sua era una buona famiglia ma poiché figli precedenti dei suoi genitori erano diventati suoi fratelli si era giunti al punto che ognuno, anche i più piccoli, aveva imparato a provvedere ai propri bisogni senza, naturalmente, che la casa avesse finito di avere la sua funzione, di essere il riferimento unico. Cresciuta, formatasi tra disagi di ogni genere, dura era diventata Goliarda, forte, resistente ma non aveva perso i tratti amorevoli, dolci, affettuosi che erano propri del suo carattere. Determinata e incerta, scontrosa e delicata era e sarebbe sempre stata.
A rafforzare questa sua maniera era intervenuta l’idea di voler assomigliare a quel Jean Gabin che in tantissimi film, proiettati al teatro Mirone di Catania, aveva visto come protagonista quando era bambina. Ai modi, sprezzanti e galanti, del noto attore francese voleva che fossero uguali i suoi, sempre pensava a lui, sempre rifletteva su quanto una sua azione, un suo pensiero si potesse identificare con quelli di Gabin. Da qui il titolo, Io, Jean Gabin, di quest’opera che ripercorre l’infanzia della Sapienza, quel periodo della sua vita che trascorse nella Civita catanese e che la formò all’insegna della decisione, della risolutezza, del confronto, dello scontro ma anche della comprensione, dello scambio, del dialogo. 

E’ un’opera di carattere autobiografico e come tante altre sue opere, come il suo migliore romanzo L’arte della gioia, come suoi racconti, sue poesie, anche Io, Jean Gabin sarebbe stata pubblicata postuma, nel 2010, poiché molti problemi, oltre a quelli di carattere economico, la Sapienza avrebbe avuto presso le case editrici spesso non disposte ad accettare il suo anticonformismo, il suo rifiuto delle convenzioni, dei sistemi del regime.

Alla letteratura lei si era dedicata dopo aver lavorato per il teatro e il cinema. Venuta a Roma nel 1940, quando aveva sedici anni e quando la famiglia si era qui trasferita, aveva frequentato l’Accademia nazionale di arte drammatica. Aveva cominciato la sua attività di attrice teatrale, poi era approdata al cinema con registi quali Blasetti, Visconti, Maselli, col quale ebbe una lunga relazione. Si sposò, però, con un altro regista, Angelo Pellegrino, col quale rimase fino alla morte.

Anche in televisione aveva lavorato la Sapienza e alla scrittura era giunta nel 1967 con Lettera aperta, che era stata un’altra autobiografia. Anche lì aveva parlato della sua infanzia ma non nei modi sicuri, convinti di Io, Jean Gabin. Altre opere narrative, dove dice della sua terapia psicoanalitica e della sua esperienza in carcere, scrisse e pubblicò prima che cominciassero i problemi con gli editori. Sia in quelle sia nelle pubblicazioni postume sarebbe sempre risaltato il rapporto tra quanto narrato e quanto vissuto, tra l’opera e la vita. Da esso avrebbero tratto alimento tutte le narrazioni della Sapienza. Ad orientarla in tal senso era intervenuta la convinzione di vivere una vita unica, eccezionale, eroica e di poterla trasferire nei romanzi, nei racconti, nelle poesie. Questo le aveva fatto preferire, nelle narrazioni, i personaggi femminili, glieli aveva fatti modellare a sua immagine come la Modesta de L’arte della gioia. Un mondo, un universo femminile è soprattutto quello della Sapienza scrittrice, di donne scrive, simili a lei le mostra, capaci di rivendicare i propri diritti, di opporsi ai soprusi, agli sfruttamenti. Alla sua vita e a quella delle sue donne si aggiunge, nelle sue opere la storia, l’ambiente nel quale esse sono fatte rientrare, al quale sono contrarie, contro il quale combattono.

Una rivoluzionaria era venuta a Roma da Catania nel 1940 e qui si sarebbe affermata, sarebbe diventata la voce di tante donne, sarebbe assurta al livello di un autore tra i maggiori del momento anche se si sarebbe dovuto attendere che i tempi cambiassero prima di vederle riconosciuto questo merito. 

Completano l’opera due ampie postfazioni, nelle quali Angelo Pellegrino si sofferma ad illustrare la vita, la figura, l’attività della moglie. Sono due scritti di notevole importanza dal momento che permettono di conoscere da vicino la Sapienza e di avere un quadro chiaro, completo del tempo, dell’ambiente nel quale visse ed operò. Tramite la vita di lei, che ad un certo punto diventa anche la sua, Pellegrino fa sapere quanto allora accadeva, quanto è rimasto ancora sconosciuto dell’Italia di quel tempo, della sua cultura, della sua arte, della sua società, della sua storia.

Antonio Stanca