di Antonio Stanca-

Pugliese, di Bisceglie, Bari, in Puglia vive e opera, si chiama Giulio Di Luzio, ha cominciato come antimilitarista, obiettore di coscienza nella Caritas italiana, poi è venuto l’impegno politico in Autonomia Operaia e dagli anni ’90 ha iniziato a scrivere prima su giornali locali poi su testate nazionali. Quello dei migranti è stato il tema preferito, quello coltivato ancora oggi dopo averlo trattato in tante inchieste e saggi. Anche di romanzi è stato autore Di Luzio e di quest’anno è la pubblicazione di Tuccataper conto della casa editrice Besa di Nardò (Le). Va detto che neanche nella narrativa l’autore finisce di essere quell’osservatore di fenomeni culturali, sociali che si è rivelato in precedenza, neanche quando è uno scrittore abbandona l’intento di dire di una società intera, di parlare di tutti attraverso le vicende di pochi, di far risaltare una situazione collettiva mediante quella di alcuni.

È quanto succede in Tuccata, dove insieme alla vicenda di una ragazza del profondo Sud d’Italia Di Luzio fa scorrere tanta storia, tanta vita di questa terra, la rappresenta nella sua condizione di arretratezza, di succube di credenze, superstizioni, paure pur in tempi moderni, quando ormai tanto progresso si è verificato e quando avviene la vicenda contenuta nel libro. Sono gli ultimi anni ’50 del secolo scorso e “in uno spicchio di Salento” Di Luzio colloca la storia di una madre, Zi Catanina, e della figlia, Felicia, che vivono sole, con pochi mezzi e che sono affette, prima la madre e poi la figlia, dal tarantismo, il problema, cioè, la malattia o come la si voglia chiamare che nel passato era stata a lungo presente nel Sud d’Italia, che veniva provocata dal morso o dalla puntura di un animale velenoso, serpente, tarantola, ragno, che esponeva la vittima, soprattutto donne in giovane età, a manifestazioni isteriche, convulsive, specie nel periodo delle festività di S. Paolo e che per anni è stata curata con l’acqua del pozzo presente nella cappella del Santo di un centro urbano vicino alle zone del tarantismo. Anche certa musica fatta con tamburelli, fisarmoniche e altro e il ballo che ne conseguiva potevano servire da esorcismo, potevano liberare la “tarantata”, la “tuccata” dalla crisi che durante quel periodo dell’anno la assaliva. I religiosi, i medici che in questi posti si erano trovati, avevano operato, non avevano saputo assumere una posizione chiara, definitiva di fronte a simili manifestazioni. La Chiesa le aveva condannate come eretiche, come prodotto di superstizione, la medicina le aveva ritenute bisognose di cure perché di carattere nervoso. Intanto si era andati avanti e fino a tempi recenti era cambiato ben poco.

Pure Di Luzio lascia sospeso il problema, non cerca una soluzione e spiega le sue attuali ridotte manifestazioni col sopraggiungere di altri tempi, di altre situazioni, di altre persone, di altri interessi.

Quella del tarantismo sarà, però, per la Felicia del Di Luzio una pena che, aggiunta ad altre, le incomprensioni, i fallimenti ai quali l’ambiente la esporrà, le farà pensare di rinunciare alla vita, di togliersela. Era diventata un caso unico, si era allontanata da tutti se non da alcune donne affette dalla sua stessa malattia, un’indemoniata veniva ormai considerata.

Non riusciva a sopportare tanto, molto si era accumulato e di tutto ha voluto dire Di Luzio. Niente ha trascurato di Felicia né dei luoghi, delle strade, delle case, delle persone, dell’ambiente. Intero ha voluto renderlo, anche di quanto non visto, non detto, di quanto nascosto ha voluto dire tramite la vicenda di una sola delle donne del posto, di quella Felicia che, nonostante i suoi problemi, aveva pensato ad una vita diversa da quella che la madre diceva che le spettava. Non le sarà possibile andare oltre i limiti che la sua condizione, la sua famiglia imponeva e cadrà “vinta” da un destino inevitabile. Sembra di assistere ad una figura della grande letteratura, ad una di quelle figure eccezionali che scelgono di uscire dalla scena quando si accorgono di non poter stare con gli altri. Anche Felicia sarebbe stata una di queste se la sua vita, i suoi posti, non fossero stati quelli che il suo autore intendeva rappresentare.

Antonio Stanca